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Storie dell'altro mondo

Andrey Rublev, dalla Russia con amore

Lorenzo Martini

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Come si suol dire in questi casi, è nata una stella. Non c’è un altro modo per descrivere il cammino agli US Open di Andrey Rublev, giovane promessa russa non ancora ventenne, i cui sogni di gloria si sono infranti ai quarti solo dinanzi ad un chirurgico Rafa Nadal, campione ieri nella finale contro Anderson. Un cammino ricco di soddisfazioni, durante il quale sono emerse finalmente tutte le potenzialità del promettente tennista moscovita.

Non sorprenderebbe però se il suo percorso nel Major statunitense venisse messo in secondo piano, visti i tanti colpi di scena: le premature eliminazioni illustri – Zverev, Cilic, Tsonga -, due inaspettati semifinalisti come Anderson (poi finalista) e Carreno Busta, il ritorno del redivivo Del Potro con tanto di vittoria ai quarti su uno spento Federer. Ma sarebbe ingiusto dedicare solo un trafiletto al giovane russo, visto e considerato che, se metterà la testa a posto, magari fra qualche anno gli verranno dedicate pagine e pagine sui giornali. Un trattamento di solito riservato ai campioni, ai fenomeni.

 

Andrey è nato nell’ottobre del 1997 a Mosca. Il padre Andrey, ex-pugile professionista, gestisce una catena di ristoranti, mentre la madre Marina è un’allenatrice che educa fin da piccolo il figlio a pane e tennis. Lui sui campi da gioco risponde alla grande, mostrando una coordinazione e un timing impressionanti per un bambino. I suoi miglioramenti sono graduali, supportato com’è dalla mamma, che negli anni è stata anche coach della Kournikova e della Gavrilova. Fin quando però la madre si rende conto che deve mettersi da parte, per permettere una definitiva crescita tennistica.

 E così dapprima lo lascia nelle sapienti mani di Andrei Tarasevich, in quel celebre Spartak Club di Mosca da cui sono usciti tennisti del calibro di Safin e Youzhny. Dopodichè arriva un cambiamento radicale con viaggio annesso: destinazione Barcellona. Qui ad attenderlo c’è la 4 Slam Tennis Academy, non lontana dalla capitale catalana, gestita da Galo Blanco, ex-coach di Milos Raonic e nuovo mentore di Karen Khachanov, amico d’infanzia di Rublev. Ad allenarlo ci pensa Fernando Vicente, allora coach di Marcel Granollers.

Da qui ha inizio l’evoluzione di Andrey. La sua focosa estrosità entra a contatto con l’oculata disciplina catalana. Il  baby-prodigio non è facile da gestire: da un lato il carattere a tratti scontroso, dall’altro la consapevolezza del proprio potenziale lo rendono un giocatore che non accetta di sbagliare. Pian piano però Vicente lo plasma, insegnandogli a riconoscere i proprio punti deboli e a lavorarci su. Per il resto, ci pensa il suo talento cristallino.

 

E così Rublev diventa un giocatore sempre più completo, esteticamente impeccabile. L’equilibrio tra dritto e rovescio, la potenza nei suoi colpi, la fluidità nei movimenti non possono non riportare a Yevgeny Kafelnikov, il capostipite del tennis russo. Un grande onore per lui , ma anche una grande responsabilità sulle spalle.

 E’ con questo status di fac simile di Kafelnikov che Andrey fa il suo ingresso nel circuito maggiore. Nel 2015, a soli 17 anni, batte in rimonta in Coppa Davis il veterano spagnolo Pablo Andujar, conquistando il punto decisivo per la sua Russia. Poi qualche buona vittoria contro giocatori del livello di Verdasco, Carreno Busta, Mayer. Nessun sussulto vero e proprio, fino al luglio scorso, quando arriva finalmente il primo titolo ATP. Dopo essere entrato in tabellone come lucky loser, a Umago mette in riga Berlocq, Martin, Fognini, Dodig e Lorenzi e va a prendersi la vittoria, con tanto di ingresso in Top-50.

 E poi, a coronamento di un 2017 da incorniciare, la straordinaria cavalcata a Flushing Meadows. Da semplice outisider, prima supera Bedene, poi fa fuori nientemeno che Dimitrov – dato da alcuni opinionisti come possibile vincitore del titolo -, dopodiché si sbarazza di Dzhumur e di Goffin. Si arrende solo davanti a Nadal, il suo idolo di infanzia. Un incontro senza storia, in cui proprio non riesce ad esprimere un briciolo del suo talento.

Nel match contro il maiorchino sono emersi tutti i punti deboli del giovane moscovita. Anzitutto, il fisico gracile: dopo alcuni scambi prolungati il fiatone e la mancanza di energie si sono fatti sentire. Del resto, i dati ATP ci dicono che pesa solo 68 kg, mentre le statistiche affermano che negli ultimi dieci anni l’unico giocatore di peso inferiore ai 70 kg ad essere entrato in top-10 è stato proprio Goffin. Malgrado l’indiscutibile talento, meglio non rischiare con la matematica.

 Per quanto riguarda il gioco espresso, proprio contro Nadal è venuta alla luce un’evidente carenza: la mancata propensione all’attacco, al gioco a rete. Forse con giocatori meno difensivi come Rafa questa falla non s’è vista, ma contro lo spagnolo si è notata eccome: dopo il colpo d’attacco quasi mai Rublev ha cercato la via della rete, restando sempre fermo sulla sua mattonella. Ok che Rafa ha un passante letale, ma qualche discesa a rete in più forse avrebbe scombinato le carte. Peccato.

Infine, Rublev s’è mostrato psicologicamente vulnerabile. Non è facile affrontare nel centrale un mostro sacro come Nadal, soprattutto se non si hanno nemmeno vent’anni. Però se vuole competere a altissimi livelli, Andrey dovrà cercare quella freddezza che in certi frangenti fa la differenza.

 Per il resto, sembra essere davvero un predestinato. A quei livelli sono i dettagli a far la differenza, a distinguere il campione dal buon giocatore. Se riuscirà ad arginare i suoi difetti e a crescere mentalmente, potrà davvero entrare nell’Olimpo dei più forti. Del resto, il tempo è dalla sua parte.

 

1 Commento

1 Commento

  1. joe

    settembre 12, 2017 at 6:25 pm

    Sì va bene, se non hai una barca di soldi col piffero che puoi permetterti “accademie”.

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Calcio

Quando lo stadio è un’astronave

Nicola Raucci

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Isola di Hokkaidō ( 北 海 道 ), la più settentrionale dell’arcipelago giapponese. Capoluogo della prefettura è Sapporo (札幌市), città di oltre 1.9 milioni di abitanti, nota a livello mondiale per le Olimpiadi invernali tenutesi nel 1972, per la prima volta in terra asiatica. Sapporo è una città recente e moderna, in cui muoversi risulta incredibilmente facile. I grattacieli del centro illuminato di Susukino ( す す き の ) si stagliano sui tradizionali edifici nipponici dei sobborghi. Prendendo la Linea Tōhō (東豊線) alla stazione di Ōdōri (大通駅), snodo metropolitano principale, all’interno del omonimo parco alberato dalle numerose fontane, si arriva in una decina di minuti al capolinea di Fukuzumi (福住駅). Una breve camminata sul lungo viale della periferia tra i concessionari d’auto e si giunge ai piedi di quella che sembra una gigantesca astronave dal guscio metallico: il Sapporo Dome (札幌ドーム).

Il Sapporo Dome (soprannominato Hiroba, “piazza”) è uno stadio polivalente progettato dall’architetto Hiroshi Hara per il Mondiale di calcio del 2002. Inaugurato, dopo tre anni di lavori, il 3 giugno del 2001, ha ospitato tre incontri della fase a gironi della manifestazione: Germania – Arabia Saudita 8-0, Italia – Ecuador 2-0 e Argentina – Inghilterra 0-1. Rinnovato nel 2009, è tuttora un impianto avveniristico e innovativo. Situato sul versante collinare di Hitsujigaoka, si estende su un’area di 97.503 m² e ha una capienza generale di 41.484 spettatori. Risulta essere l’unico a livello internazionale ad avere sia una copertura totale, la cupola (Dome), sia un terreno di gioco scorrevole che viene traslato dallo spazio esterno all’interno mediante l’utilizzo del primo sistema di sollevamento ad aria al mondo. Ospita in modo particolare le partite in casa della squadra di calcio dell’Hokkaido Consadole Sapporo (北海道コンサドーレ札幌, club della massima serie giapponese, la J1 League) e della squadra di baseball degli Hokkaido Nippon Ham Fighters ( 北 海 道 日 本 ハ ム フ ァ イ タ ー ズ , formazione che milita nella Pacific League della NPB, Nippon Professional Baseball). Nello spazio esterno è situato il campo da calcio mobile in erba naturale, mentre all’interno vi è il campo da baseball in sintetico.

Prima di una partita di calcio il campo esterno viene spostato dentro l’impianto e prende il posto del terreno di gioco del baseball. Durante il processo di traslazione le gradinate nella parte inferiore ruotano per adeguare la configurazione degli spalti alla forma del campo. Il posizionamento dei posti a sedere negli anelli superiori è ellittica per garantire linee di visione ottimali agli spettatori. Questa possibilità di mutare la disposizione permette all’impianto di ospitare un gran numero di eventi, variando capienza (da 30.000 a 53.796 spettatori) e area dell’arena interna. Il Dome ha ospitato le cerimonie di apertura e chiusura dei Campionati mondiali di sci nordico nel 2007 e la cerimonia di apertura dei Giochi asiatici invernali del 2017. È il primo impianto al mondo in cui si sono tenuti eventi indoor e in notturna di sci. Nello stadio si sono svolte poi le super speciali del Rally del Giappone 2008 e 2010. Inoltre, sarà uno degli impianti della Coppa del Mondo di rugby del 2019 nel Paese del Sol Levante. Uno stadio ricco di attrazioni, utilizzato nel corso di tutto l’anno. Strutturato su quattro piani più due sotterranei, offre un ambiente accogliente. Non solo ristoranti, negozi di merchandise ufficiale e bento stands ma anche un parco giochi, una sala pesi e un punto panoramico a 53 m di altezza: una struttura cilindrica di vetro sospesa fuori dalla cupola che regala una vista mozzafiato dello skyline di Sapporo e della natura incontaminata ai confini della città. Un luogo dedicato a tutti, fornito di un perfetto impianto di climatizzazione e di ogni comfort, come il WiFi gratuito. Dotato di un ampio parcheggio per 1.700 veicoli, è raggiungibile, oltre che dalla linea della metropolitana, da diverse linee di autobus, con tariffe agevolate per bambini e famiglie.

L’impianto coperto e chiuso permette le manifestazioni sportive in ogni situazione. Difatti, lo stadio è stato creato per far fronte perfettamente alle condizioni climatiche e naturali dell’isola di Hokkaidō. Sapporo è caratterizzata da una grande escursione termica stagionale e gli inverni sono freddi. Preda dei gelidi venti provenienti dalla Siberia, le temperature scendono fino a -15°C e le nevicate sono abbondanti, con una precipitazione media annua di 630 cm. L’isola è inoltre fortemente sismica, basti ricordare il terremoto di magnitudo 8,3 avvenuto nel settembre del 2003. Lo stadio costituisce un punto di riferimento per tutta la gente di Sapporo e, in generale, di Hokkaidō, come dimostra l’annuale appuntamento dei tifosi, ragazzi e anziani, del Consadole che dal 2003 si ritrovano a fine inverno, una settimana prima dell’apertura del campionato di calcio, per aiutare lo staff del club a pulire il campo esterno dalla neve. Un momento rituale in grado di rafforzare il sentimento di appartenenza e il legame comunitario per una società che, pur non avendo grandi pretese di classifica, fa registrare sempre un largo seguito di pubblico. Un’immagine emblematica che dovrebbe far riflettere in particolar modo se confrontata al nostro tifo e ai nostri stadi che fin troppo spesso si fanno specchio della decadenza del movimento calcistico italiano.

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Calcio

Josef Bican, il più grande marcatore della storia dimenticato per colpa della Guerra

Nicola Raucci

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Avrebbe compiuto oggi 105 anni Josef Bican, un nome che potrebbe non dire nulla, ma che in realtà rappresenta il più grande marcatore della storia del calcio. La sua gloriosa storia venne dimenticata per colpa della guerra. Ve la raccontiamo.

Ho sentito molte volte la teoria secondo la quale era più facile segnare ai miei tempi. Ma le occasioni erano le stesse anche cento anni fa  e saranno  le stesse anche tra cento anni. La situazione è identica e tutti dovrebbero concordare sul fatto che una occasione dovrebbe trasformarsi in un gol. Se avevo cinque occasioni facevo cinque gol, se ne avevo sette ne segnavo sette”. (it.uefa.com)

Vienna, 1913. La capitale dell’Impero austro-ungarico è una autentica polveriera politico-sociale. Tra le sue strade un pezzo di storia del Novecento: Freud, Stalin, Trockij, Tito e Hitler.

Qui nasce il 25 settembre 1913 Josef Bican, il più grande marcatore di tutti i tempi con 805 goal in competizioni ufficiali e 1468 reti a referto contando anche le amichevoli. Unico giocatore ad aver militato e segnato in tre diverse nazionali.

Un campione quasi del tutto dimenticato, emblema di un momento storico tragico, la cui carriera reca le ferite di un secolo caratterizzato da cambiamenti improvvisi e assurde atrocità. Un giocatore sul quale sono nate leggende, dalle cinquemila reti ai numeri spettacolari in allenamento in cui colpiva dal limite dell’area una serie di bottiglie posizionate sulla traversa.

Figlio di Frantisek, boemo di Sedlice, giocatore dell’Herta Vienna, e Ludmila, viennese di origine cecoslovacca, passa l’infanzia nell’indigenza e nella sofferenza. A otto anni perde il padre, dopo un tremendo scontro di gioco. Il lavoro della madre nel dopoguerra permette la sola sopravvivenza. Il giovane Josef detto “Pepi” corre scalzo dietro il pallone, il suo grande amore. Si forma nelle categorie giovanili dello Schustek e del Farbenlutz e a 18 anni firma il suo primo contratto da professionista con il Rapid Vienna, il club più importante della città.

Con il tempo matura una raffinata sensibilità in entrambi i piedi che ne fanno un finalizzatore spietato,  supportato  da  una  velocità  impressionante  (100  metri  in  10,80  secondi)  e  da una struttura fisica possente (178 cm, 77 kg). Il tutto unito ad una forza di volontà senza eguali.

Il suo stipendio arriva in solo due anni alla considerevole cifra di 600 scellini. A 20 anni, il 29 novembre 1933, esordisce nella nazionale austriaca, il Wunderteam. L’anno successivo partecipa ai Mondiali italiani e segna una rete decisiva ai supplementari degli ottavi di finale contro la Francia. In totale con la maglia austriaca disputa 19 incontri con 14 reti a referto. Nel 1935 lascia il Rapid Vienna, con all’attivo 68 reti in 61 presenze, un campionato e un titolo di capocannoniere. Si trasferisce al SK Admira Vienna dove continua a vincere e segnare: due campionati (1936, 1937) e 22 goal in 31 partite.

Nel 1937 va in Cecoslovacchia allo Slavia Praga. Lascia l’Austria ormai vicina all’Anschluss e sfugge al regime nazista, rifiutando di vestire la maglia della Germania. Ritorna nella sua terra d’origine, nella quale era solito trascorrere le vacanze estive in tenera età. Prende la cittadinanza ma non può giocare i Mondiali del 1938 con la selezione cecoslovacca per un cavillo burocratico. Farà il suo esordio il 7 agosto 1938, mettendo a segno una tripletta contro la Svezia.

In seguito all’occupazione nazista, veste la maglia del nuovo Protettorato di Boemia e Moravia. Il12 novembre 1939, nel match dal roboante risultato di 4-4 tra Boemia-Moravia e Germania, Josef mette a referto 3 reti, diventando il  primo e finora unico giocatore ad aver segnato con tre nazionali diverse.

Bican è fin da subito il simbolo della polisportiva dello Slavia Praga, senza dubbio la squadra della sua vita. I tifosi estasiati lo chiamano “il cinico”. Negli undici anni in cui milita tra le fila dei Červenobílí segna 385 goal in 204 partite di campionato, vince 4 campionati di Boemia-Moravia (1939-40, 1940-41, 1941-42, 1942-43), un campionato cecoslovacco (1946-47), 3 Coppe di Cecoslovacchia (1941, 1942, 1945), una Mitropa Cup (nel 1938, capocannoniere con 10 goal) e

10 titoli di capocannoniere (6 del campionato di Boemia-Moravia nel 1938-39, 1939-40, 1940-41,1941-42, 1942-43, 1943-44 e 4 del campionato cecoslovacco nel 1937-38, 1945-46, 1946-47 e 1947-48).

Al termine della seconda guerra mondiale molte squadre europee, tra cui la Juventus, lo desiderano. “Pepi” male informato rifiuta il trasferimento in Italia in quanto teme l’avvento di un governo comunista. Sorte che invece tocca proprio alla Cecoslovacchia. Difatti, nel 1948 il partito comunista, con l’appoggio dell’Unione sovietica, prende il potere. Come già fatto nei confronti del nazismo,  rifiuta  di  aderire  al  partito.  Per  tale  ragione  Bican  e  la  sua  famiglia  vengono emarginati e subiscono il sequestro di diverse proprietà.

Per migliorare la sua reputazione di fronte al regime lascia lo Slavia Praga, club di tradizione borghese, e firma per il Sokol Vítkovice Železárny, squadra delle acciaierie di Ostrava con un largo seguito popolare. Vi milita per tre anni, vincendo l’ennesimo titolo di capocannoniere nel 1950. Successivamente, si trasferisce in seconda divisione allo Škoda Hradec Králové, disputando solo pochi incontri. Su pressione del partito comunista è infatti costretto a lasciare la squadra per la sua crescente e pericolosa popolarità tra la popolazione locale.

Nel 1953 ritorna allo Slavia Praga, rinominato allora in Dynamo Praga, dove gioca fino a 42 anni, con 29 presenze e 22 goal. A fine carriera, nel 1955, nessun onore gli è concesso e viene mandato a lavorare come operaio alla stazione ferroviaria di Holešovice.

Intraprende poi la carriera di allenatore senza particolare fortuna. Muore il 12 dicembre 2001 a Praga, a 88 anni. Ricordato come uomo umile ma sicuro di sé, è stato sempre lontano dalle ideologie totalitarie del tempo. Venerato dal pubblico e osteggiato dai poteri forti, Josef “Pepi” Bican ha scritto soprattutto negli anni bui della seconda guerra mondiale pagine leggendarie di storia del calcio, forse per questa ragione dimenticate troppo in fretta.

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Calcio

Marco Tardelli racconta Spagna 1982

Paolo Valenti

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Compie oggi 64 anni Marco Tardelli, una delle colonne portanti dell’Italia Campione del Mondo nell’82. Centrocampista eclettico, ugualmente capace sia nella fase di interdizione che in quella di costruzione del gioco, valido agonisticamente, era dotato di una tecnica individuale molto buona che spiegava la sua capacità di andare in gol. Il più importante e famoso lo segnò la sera dell’11 luglio 1982, dando all’Italia la sicurezza di potersi sentire Campione del Mondo. Di questo gol e di quel mondiale ne abbiamo parlato con lui in questa intervista esclusiva che vi riproponiamo.

 

Marco, puoi ricordare perché nel ritiro di Vigo c’era un’atmosfera pesante intorno alla nazionale?

I motivi erano un po’ i soliti, legati soprattutto alla stampa che avrebbe preferito che lì in Spagna ci fosse stato un giocatore piuttosto che un altro. Ma Bearzot aveva sempre preso le sue decisioni senza ascoltare i suggerimenti dei giornalisti, per cui eravamo un po’ criticati per questo. E poi c’era della tensione per quello che una parte della stampa aveva scritto su di noi. Tra calciatori, però, il clima era assolutamente sereno.

Quale fu la goccia che fece traboccare il vaso e vi spinse al famoso silenzio stampa?

Il silenzio stampa lo facemmo quando arrivammo a Barcellona: Bearzot ci dette una mezza mattinata libera che noi trascorremmo andando in giro con le mogli e i giornalisti fecero delle battute su di loro. Quella fu la goccia di cui tu parli ma in precedenza erano già successe altre cose.  

Tornando alle vicende di campo: le prime partite le faceste a Vigo con una temperatura piuttosto mite. Poi arrivaste a Barcellona dove faceva molto caldo. Risentiste di questo cambiamento dal punto di vista fisico?

No, assolutamente. Anzi, gradualmente la nostra condizione fisica andava crescendo perché avevamo fatto una preparazione finalizzata a farci migliorare andando in là con le partite. Certo, Vigo ci fece bene perché era un posto abbastanza fresco: si sapeva che a Barcellona sarebbe arrivato il caldo. Comunque io, dal punto di vista fisico, mi trovai bene.

Quando si affrontarono Maradona e Zico, perché si decise di mettere Gentile in marcatura su di loro invece che te, che in teoria saresti stato la prima scelta?

Bearzot mi disse che aveva bisogno che io godessi di maggiore libertà, che avessi la possibilità di poter andare ad attaccare le difese avversarie, di verticalizzare. E in effetti poi feci anche dei gol (sorride, ndr).

Quando rientraste negli spogliatoi dopo la partita col Brasile, cosa vi diceste? Vi aspettavate di poter vincere?

Noi dopo il primo turno ci aspettavamo di tutto, nel senso che sapevamo di essere una buona squadra che poteva fare bene. Eravamo in grado di battere chiunque perché eravamo una squadra di qualità e quantità. Vincendo col Brasile capimmo di aver fatto una gran cosa, comprendemmo che avremmo potuto puntare anche più in alto. Fu un primo passaggio di consapevolezza.

Quando Cabrini sbagliò il rigore nella finale cosa pensaste? Aveste un momento di scoramento?

No, assolutamente no. Anzi, quando rientrammo negli spogliatoi eravamo convinti di potercela fare perché stavamo facendo una buona gara e stavamo bene sulle gambe. Un po’ di scoramento lo aveva Cabrini (ancora sorridendo, ndr), non noi: cercammo di tirarlo su, più che altro ignorandolo.

Nel secondo tempo aspettavate che la Germania risentisse della stanchezza dei supplementari disputati due giorni prima?

Non ci pensavamo, contavamo solo sulle nostre forze. I tedeschi non muoiono mai, in finale ci arrivano sempre anche se fanno dodici supplementari: sono sempre lì, hanno abitudine, testa. Insomma, erano forti e il fatto di aver giocato i supplementari più di tanto non poteva condizionarli.

C’è L’Urlo di Munch a rappresentare paura, dolore, angoscia. E c’è l’urlo di Tardelli, un’espressione di felicità assoluta. Mi dici se nella vita hai provato momenti di gioia maggiori di quello?

Le grandi emozioni della vita sono queste, quando raggiungi il massimo nella tua carriera. Poi ci sono i figli, i momenti quando nascono, anche se si tratta di un altro tipo di emozioni. Sicuramente nel calcio quello è stato il massimo momento di emozione che ho provato, simile all’emozione del primo gol in Serie A con la Juventus. Anche se, ovviamente, il primo gol in Serie A era un’emozione per una maglia mentre il gol in finale era un’emozione per un Paese. Una cosa completamente diversa.  

E’ vero che in quel mese tu e Bruno Conti dormiste solo due ore a notte?

In quelle notti insonni c’erano anche Selvaggi, Oriali… non so se erano due ore a notte ma sicuramente ci addormentavamo tardissimo, a volte non dormivamo nemmeno. Ma penso che dormivamo qualcosa in più di due ore… anche quattro o cinque, quelle sufficienti per stare in piedi!

Una parola per definire il mondiale di Bruno Conti?

Lo chiamarono Marazico, è stata già inventata la parola per definirlo. Quello per lui fu davvero un mondiale speciale. 

 

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