Connettiti con noi

Top & Flop

Andrea Scanzi: “Europei? Germania favorita. Italia più debole degli ultimi 40 anni”

Matteo Luciani

Published

on

Abbiamo intervistato Andrea Scanzi, giornalista de Il Fatto Quotidiano, saggista, scrittore, drammaturgo e personaggio televisivo italiano. 

Come vede l’ingresso di capitali stranieri all’Inter e, forse, anche nel suo amato Milan?

Lo vedo come un percorso ineluttabile, come un’evoluzione naturale. Non mi scandalizza, non sono tra quelli che dicono che Inter e Milan debbano rimanere agli italiani. Trovo che non ci potessero essere strade diverse, considerata la situazione economica che aveva l’Inter e che ha il Milan. Da milanista, continuo a soffrire sempre di più perché siamo in una situazione di eterno stallo e non si capisce cosa voglia fare Berlusconi. Io sono convinto che qualsiasi persona comprasse il Milan sarebbe comunque un passo in avanti. La si può vendere agli ufo, a Big Jim, ai Playmobil, ai Gormiti, ma l’importante è venderla perché Berlusconi ha fatto il suo tempo, è stato un ottimo presidente di calcio però ha perso completamente la bussola. La società adesso non esiste.

La distanza tra Premier e Serie A è sempre più ampia: quando e come si potrebbe ridurre il gap?

Il gap è sempre maggiore. La prossima edizione della Premier League sarà qualcosa di straordinario sulla carta anche soltanto a guardare le panchine. E’ un livello eccellente. Secondo me però c’è una cosa da dire: abbiamo visto la favola del Leicester quest’anno ma dobbiamo stare attenti a prendere come punto di riferimento in Inghilterra ciò che è accaduto in questa stagione, come se pensassimo che la Premier League sia più giusta del campionato italiano. Sicuramente c’è un divario minore tra grandi squadre e piccole rispetto all’Italia. E’ anche vero, però, che secondo me il Leicester rivincerà un campionato tra 30/50 anni o anche di più e probabilmente dall’anno prossimo torneranno a vincere le grandi squadre. L’Italia ha perso totalmente un appeal in ottica di campionato. Siamo lontani anni luce dai tempi del Milan di Sacchi. Abbiamo perso un ruolo di centralità per vari motivi: distribuzione per nulla equa dei diritti televisivi, presidenti molto meno forti di altri paesi ed in tal senso bisogna augurarsi che investitori stranieri ci aiutino a creare squadre come PSG o Manchester City all’estero.

Quali calciatori ha amato di più?

Van Basten, anzitutto e soprattutto. Poi Rui Costa, Gullit, Donadoni, Boban, Savicevic, Weah, Shevchenko, Roberto Baggio (di quest’ultimo ho scritto la storica autobiografia nel 2001,Una porta nel cielo“). Tra i contemporanei: Borja Valero, Messi, Pastore, Higuain, Bernardeschi, Vazquez, Pepito Rossi (mi ostino a sperare in una sua rinascita). Ma Van Basten resta per me inarrivabile: la Bellezza applicata al calcio. E’ stato il mio imprinting, l’ho amato oltremodo e gli ho pure dedicato un libro, il terzo della mia carriera, era il 2004: Canto del Cigno. Se vuoi il podio: Van Basten, Rui Costa, Boban.

Vede ancora una Juve padrona per i prossimi anni oppure ci saranno sorprese?

Ad oggi non c’è gara. E’ chiaro che dobbiamo vedere il calciomercato. In questo momento, però, la Juventus mi sembra nettamente superiore. Innanzitutto, per la rosa, che peraltro è giovane, e può andare avanti almeno cinque anni. E’ una squadra che già quest’anno ha giocato alla pari con il Bayern Monaco, che in quel frangente sembrava un team inarrivabile. Allegri sta lavorando benissimo, per me è la più grande sorpresa degli ultimi anni. Non nascondo di averlo sottovalutato, visto che quando se ne andò dal Milan io dissi “poveri bianconeri”. Ho sbagliato. Per la serietà della società, per la rosa dei giocatori, per un Pogba che potrà durare anni, se riescono a tenerlo, per una difesa granitica, per Buffon che sembra invincibile e non invecchia mai, per gente come Dybala, mio rammarico milanista visto che si poteva prendere e Galliani ha sbagliato ancora una volta lasciandolo alla Juventus, secondo me non c’è gara con le altre in Serie A. Dietro i bianconeri vedo Roma, Napoli e probabilmente l’Inter perché se i cinesi hanno acquistato la società nerazzurra la renderanno forte credo. Tutte le altre, a partire da una squadra molto divertente come la Fiorentina, giocano per il quarto/quinto posto. C’è poco da fare. Non lo dico con gioia, perché ci rompiamo anche un po’ le palle a vedere il campionato, ma non è colpa della Juventus se è molto più forte delle altre.

E’ d’accordo con le convocazioni di Conte?

La premessa è che secondo me i convocati della nazionale li fai in base agli ingredienti che hai. Io trovo che questa sia, sulla carta, la nazionale più debole degli ultimi 30/40 anni. Questa del 2016 è una generazione, sulla carta, di non fenomeni ma non è colpa di Conte. Ogni generazione è più o meno ispirata. E’ come per i cantautori, c’è l’annata in cui nascono Gaber, De André, Jannacci e Paolo Conte e c’è la generazione che non ha quel talento. Capita per la musica, per il cinema, per tutto. Detto questo, però, secondo me ci sono anche delle responsabilità del mister azzurro. Lui ha puntato, come è classico dei ct, sul gruppo, sulla coesione, su quelli che lo hanno portato agli Europei, che è legittimo. Ci sono però, a mio parere, delle scelte che sono indifendibili. Jorginho e Bonaventura fuori mentre porti Eder, che non segna credo dal 1957: non ci siamo. Inoltre, non solo convochi Thiago Motta, che è già assurdo di per sé, ma gli assegni la maglia numero dieci che fu di campioni enormi: siamo alla follia. Mi sembra molto discutibile anche il fronte offensivo. Perché non ipotizzare neppure un Pavoletti? Un’altra cosa che mi fa impazzire: perché quando uno gioca da dio in Serie B non si concepisce minimamente di chiamarlo. Siamo veramente convinti che Lapadula sia peggiore di Pellè? Secondo me no. Questi mi sembrano errori evidenti.

Lei ha portato a teatro “Il Sogno di un’Italia”, quale può essere il sogno massimo di questa nazionale per gli Europei?

Noi abbiamo un girone tale da farci vergognare in eterno qualora uscissimo al primo turno, visto il regolamento folle, dovuto ai diritti televisivi, per cui ci saranno decine di partite per eliminare otto squadre soltanto su ventiquattro. Per uscire devi, sostanzialmente, arrivare ultimo e con il nostro girone non ce la faccio a pensarlo neppure se mi impegno. In caso di ottavi di finale, poi, gli abbinamenti, sia arrivandoci da primi che da secondi, non mi sembrano impossibili. Per tutti questi motivi, facendo i debiti scongiuri, io credo che Conte abbia nella sua testa come obiettivo minimo e accettabile i Quarti di Finale. Secondo me questa è una nazionale da Quarti di Finale. Poi una volta che sei lì, vada come vada, perché se becchi Germania, Spagna o Francia magari vai fuori, anche se non è mai detto, però arrivando a quel traguardo hai almeno salvato il salvabile. Se esci prima, agli Ottavi o addirittura ai gironi, è una Waterloo senza precedenti, che va ad aggiungersi alle debacle già pesanti del 2010 e del 2014.

Una valutazione generale sul tasso tecnico degli Europei. Quale squadra la intriga di più?

Mi sembra un Europeo con un equilibrio stuzzicante. Non credo che ci sia una squadra platealmente da battere, come per esempio per gli Europei del 2012 o del 2008 con la Spagna. Non vedo una ‘ammazza-grandi‘. Credo che la favorita sia la Germania, anche semplicemente per il fatto che si tratta dei Campioni del Mondo in carica, però non parte già vincitrice. Mi aspetto grandi cose dai teutonici, dalla Spagna e dalla Francia mentre mi incuriosisce molto il Belgio. Dal punto di vista della curiosità più grande, devo dire che in Europei e Mondiali attirano la mia attenzione le squadre più impensabili ed in tal senso in questo caso penso all’Islanda, al Galles di Bale, peraltro nello stesso girone dell’Inghilterra e all’Irlanda del Nord.

Un commento al Roland Garros ed un pronostico sui prossimi tornei

Del Roland Garros non mi ha stupito nulla tanto che ogni giorno facevo commenti sulla rassegna francese ed ho azzeccato 28 pronostici su 31 a partire dai Sedicesimi di Finale. In questo momento c’è un giocatore fuori categoria che si chiama Djokovic. Il serbo è sempre stato molto forte però quando c’era il miglior Nadal o il miglior Federer capitava che potesse perdere le finali dello Slam. Adesso che entrambi non giocano benissimo non essendo al top, Nole di fatto gioca da solo. Questo Roland Garros non mi ha stupito neppure nei nomi nuovi. Finalmente, dopo anni in cui c’erano soltanto i soliti quattro (Nadal, Federer, Djokovic, Murray), adesso stanno arrivando degli elementi giovani; penso a Thiem, che per me vincerà in futuro sicuramente il Roland Garros e diventerà il numero uno, a Zverev, a Coric, a Goffin ed al mio pupillo assoluto: Kyrgios. Un tamarro totale ma uno che, quando lo vedi, capisci che può inventare tennis da un momento all’altro. Attualmente, però, non vedo avversari per Djokovic; quelli che ci sono non stanno benissimo mentre Murray non è forte quanto lui, gli altri sono ancora troppo giovani o perennemente inespressi come Berdych e Gasquet quindi credo che quest’anno possa essere l’anno storico per il tennis perché può avere luogo il Grande Slam, che non capita nel tennis maschile dal 1969, quando ci riuscì Rod Laver vincendo i quattro Slam di fila nello stesso anno. L’anno scorso Djokovic lo mancò perché Wawrinka indovinò la gara della vita a Parigi ma secondo me quest’anno ha tantissime possibilità di riuscirci.

Un ricordo personale su Ali

E’ stato lo sportivo che più ho amato insieme a Marco Van Basten. L’ho sempre amato anche se non l’ho vissuto e non sono riuscito a godermelo perché quando io sono nato lui era già in fase declinante. Ad ogni modo, ho letto tutti i libri su di lui, ho visto tutti i film su di lui, ho adorato “Quando eravamo re”, a mio modo di vedere il capolavoro del secolo in materia di documentari sportivi. Per me è stato il più grande sportivo di tutti i tempi. Non sono un esperto di boxe quindi qualcuno mi può dire che Sugar Ray Robinson era più forte o più bello di lui però per me gli sportivi da amare veramente sono coloro che sono stati grandi nel loro campo d’azione ma anche altrove. Ali è l’epica applicata allo sport per vari motivi: è stato un campione sul ring e, allo stesso tempo, ha anche incarnato ideali rivoluzionari contro il razzismo e la guerra, ha detto no al conflitto in Vietnam, ha avuto un carisma tale da rendere interessante ogni sua frase. Mi piange il cuore a doverlo ricordare ma gli sono riconoscente per tutto quello che mi ha dato.

6 Commenti

6 Comments

  1. Claudio

    giugno 10, 2016 at 12:31 pm

    Borja Valero, Messi, Pastore, Higuain, Bernardeschi, Vazquez, Pepito Rossi. Tra questi, anche se anzianotto, Totti non ce lo vedi?

  2. Nicola Vanno

    giugno 10, 2016 at 1:46 pm

    sul sito del Fatto intervistate un giornalista del Fatto?

  3. Amgelo

    giugno 10, 2016 at 2:19 pm

    Tutti voi “commentatori”, oltre a dire che il 10 non va dato a Motta non sarebbe il caso dire anche a chi lo dareste?!

  4. salvatore

    giugno 10, 2016 at 3:12 pm

    d’accordissimo su lapadula.è un delitto lasciarlo a casa

  5. Claudio

    giugno 10, 2016 at 8:12 pm

    SPERIAMO neanche al primo turno…

  6. Filippo C.

    giugno 27, 2016 at 9:23 pm

    Scanzi il classico opinionista che parla di tutto senza sapere niente.
    Una specie di Emilio Fede grillino.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

venti + dieci =

Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

Published

on

Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

Continua a leggere

Calcio

L’Antipatico Van Gaal, l’uomo Louis

Francesco Cavallini

Published

on

Compie 67 anni oggi Louis Van Gaal, uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio. Un carattere forte, per molti antipatico, il tecnico olandese ha mostrato con il suo addio un lato che nessuno conosceva.

Da che mondo è mondo, vincere rende antipatici. Lo cantava anche Morrissey, we hate it when our friends become successful. E se siamo in grado di invidiare i nostri amici, figuriamoci qualcuno che non conosciamo e che già di suo non fa molto per accaparrarsi le nostre simpatie. Prendiamo Louis Van Gaal. Vincente come pochi, odiato come quasi nessun altro. Sarà quel volto perennemente corrucciato, l’espressione severa o quell’aura di superiorità che sembra sprizzare da ogni poro. O forse la causa è la sua profonda conoscenza calcistica, quella capacità di comprendere il gioco più bello del mondo che pochi hanno, che l’ha portato a far risorgere l’Ajax dalle sue ceneri e a vincere ovunque andasse.

Bravo, ma antipatico. Un uomo solo al comando, che porta con sé il fardello di una reputazione ormai dura da cancellare. Reputazione che probabilmente si è anche guadagnato, nel corso di una carriera da allenatore quasi trentennale. I suoi addii al veleno e i suoi ritorni in grande stile sono rinomati quasi quanto le sue vittorie. Un lungo filo rosso di scontri, incomprensioni e polemiche, ingredienti immancabili in ogni sua esperienza manageriale. Un palmarés come quello di Van Gaal dovrebbe garantire genuflessioni al suo passaggio un po’ ovunque. Del resto, su ogni panchina, nazionale esclusa, ha lasciato perlomeno un trofeo. Eppure non c’è mai quell’unanimità di pensiero, quel comune accordo sulla leggendarietà della sua figura che altri, vedi Ancelotti, riescono a guadagnarsi in ogni dove. Lui non piace a tutti. Soprattutto, non piace a chi ha un ego simile al suo. Lì, il conflitto è pressoché inevitabile. In un’idea di calcio in cui tutti sono utili ma nessuno indispensabile, chiunque, anche il Pallone d’Oro, deve piegarsi alla logica di squadra. E non importa che Rivaldo creda di rendere meglio da trequartista, se Van Gaal decide che deve giocare ala, il brasiliano deve adattarsi. Perché Van Gaal è testardo. A volte è un pregio, molte altre un difetto enorme.

Gli si chiede spesso di scendere dal suo piedistallo, ma lui quel piedistallo se l’è costruito con cura, con la consapevole mancata accettazione di un qualsiasi confronto con gli altri. Una volta che ha stabilito un’opinione, solo l’ortodossia più totale può garantire un accordo. Le critiche? Che vadano a farsi benedire, in particolare se provengono dagli odiati giornalisti. Amici della stampa, me ne vado. Complimenti. Il primo addio al Barcellona è il perfetto riassunto di una carriera intera. Vincente, ma mai amato. Forse accettato, di certo mal sopportato. Anche a casa sua. L’Ajax, che a lui tanto deve, lo richiama più volte come direttore tecnico, ma quando è costretto a lavorare con altre icone del club dalla personalità importante, come Koeman o, peggio ancora, Crujiff, lo scontro è garantito. In ogni città c’è spazio per un solo sceriffo, che deve necessariamente chiamarsi Aloysius Van Gaal. Per chiunque altro, le regole sono semplici. Niente personalismi, nessuno spazio per i sentimenti o la gratitudine, a Monaco di Baviera come a Manchester. Contano solo il cervello e le gambe.

Un tipo del genere porta persino a dubitare della effettiva presenza di un cuore sotto l’immancabile cravatta. Fa pensare che l’olandese sia un cyborg insensibile, il cui unico obiettivo è accumulare trofei, fama e denaro. Ma non è così. Il mondo se ne è accorto a inizio 2017, quando la facciata del manager di ghiaccio crolla inesorabilmente davanti alle difficoltà della vita umana. Cosa se ne fa Louis Van Gaal dei milioni cinesi se non è in grado di riportare il sorriso a sua figlia, che in quel periodo ha perso suo marito? Dà più emozioni alzare un’altra Champions oppure trascorrere il tempo che ti resta assieme alla donna, tua moglie, che ami? Già, l’amore. La più improbabile delle motivazioni, per uno come Van Gaal. Quella che offusca il cervello, che non fa ragionare, che a volte ti porta a scelte totalmente assurde. E che ora è lo specchio dell’anima di un uomo, che per anni si è auto-dipinto come una statua in un eremo solitario, ma che come tutti noi ride, piange e, soprattutto, ama. E quindi ha lasciato il calcio Van Gaal, tornando ad essere semplicemente Louis. Lascia la prosopopea delle dichiarazioni pre-partita, l’adrenalina dei novanta minuti e le polemiche del giorno dopo. Se ne è andato dal calcio con pochi amici e molti critici, come era naturale che fosse. Ma con quell’addio, per l’ultima volta in carriera, ha vinto. Ha vinto quell’apprezzamento, quel calore e quella stima che per anni si è volontariamente negato, uscendo tra tanti applausi e qualche lacrima. Perché i trofei soddisfano il cervello. L’amore, quello vero, accarezza il cuore.

Continua a leggere

Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

Published

on

Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication