Connettiti con noi

Sport & Integrazione

Andrea De Beni e quel canestro con la vita: “Gli ostacoli non sono insormontabili ma opportunità di crescita”

Elisa Mariella

Published

on

Un grande campo da basket vuoto che piano si riempie: prima un bambino che lo attraversa e poi un gruppo di giocatori in maglia blu. Fra questi, ce n’è uno che gioca con una protesi al posto della gamba destra ma lui è come se non se ne accorgesse: corre e tira con naturalezza. Così inizia il “film” che Andrea de Beni, giocatore di pallacanestro nato con una malformazione genetica alla gamba, ha voluto regalare allo sport che gli ha cambiato la vita. Lui stesso è uno degli attori. Con Andrea parlo per la prima volta al telefono, non ci conosciamo eppure da subito è uno di quelli che ti trasmette allegria, energia, ottimismo e positività. La sua è una vita piena d’impegni, come padre e come marito e poi nel suo lavoro. Eppure appena gli chiedo del suo primo amore, la stanchezza di una giornata scompare come per magia.

Partiamo dalle origini. Quando è iniziata la tua storia d’amore con il basket?

Ventitré anni fa, alle scuole medie (avevo 13 anni) e in maniera del tutto casuale: il professore di educazione fisica che mette fra le mie mani un pallone e io che m’innamoro del suono che fa la palla quando entra nella retìna. Da allora inizio a vivere la pallacanestro tutti i giorni, per intere ore, nel weekend, 365 giorni l’anno. E se non gioco a basket lo guardo in tv, leggo libri sul tema, gioco ai videogiochi, vedo film…insomma diventa una cosa totalizzante e il basket mi entra sotto pelle. La mia famiglia non mi ha mai ostacolato nella pratica sportiva, né mi ha mai forzato a farla. Mio padre forse all’inizio era un po’ restìo, l’idea che io potessi mettermi “in vetrina” con partite campionati non lo entusiasmava. Però non mi ha mai detto “non farlo”. L’importante era fare le cose fatte bene, questo è sempre stato il motto di famiglia: avrei potuto fare catechismo, calcio, bocce, cimentarmi nella scrittura… l’importante era iniziare qualcosa e portarla a termine, con determinazione.

Forza di volontà e inclusione sociale sono i temi principali del video che hai realizzato “in onore” del basket. Com’è nata quest’idea?

Dall’esperienza sul campo. È più unico che raro vedere una persona disabile che gioca con i normodotati nella pallacanestro amatoriale, perché di norma si associa la presenza di un handicap motorio al basket in carrozzina. Il basket mi ha reso consapevole del mio corpo. Quando gioco da bipede le partite di pallacanestro, lo faccio con naturalezza. Mi piace, lo faccio e questo fra il pubblico, gli avversari, provoca sempre un po’ d’emozione e per molti è fonte d’ispirazione, un esempio. Questa mia naturalezza è dirompente, lascia un grande segno, per il semplice fatto che io sono alla pari degli altri nonostante il mio handicap. Ho deciso quindi che non mi stava più bene incontrare e “motivare” le persone casualmente: volevo trovare qualcosa che mi permettesse di entrare direttamente in casa loro. Così è nata l’idea di questo microfilm in cui io ho immaginato la storia, che però non avrebbe preso forma senza Ettore Messina, allenatore degli Azzurri di pallacanestro: entusiasta del mio progetto mi ha permesso di coinvolgere come attori del video proprio i giocatori in maglia blu. Per il badget invece ho avuto l’appoggio di Intesa San Paolo, che ha finanziato la realizzazione del video: il mio obiettivo era quello di creare qualcosa che potesse emozionare e motivare, per far capire che il basket da a tutti una possibilità.

Hai detto che il basket ti ha reso consapevole di come sei. Secondo te oggi qual è il filo rosso che lega disabilità e sport?

Quando ero ragazzo io, ancora non si era capaci di trattare con un disabile e ad immaginarlo come un atleta. Fino a qualche anno fa, tutto ciò risultava come qualcosa di strano, il disabile atleta era una specie di mosca bianca. Oggi invece siamo abituati alla figura dello sportivo che può essere quello olimpico o paralimpico: grazie ai media che ci fanno conoscere le realtà sportive che riguardano i disabili, le federazioni che si muovono, l’inclusione diventa potenzialmente più semplice. Un ragazzo, per esempio, paraplegico oggi ha la possibilità di fare mille cose. Vent’anni fa non si sapeva nemmeno da che parte cominciare.

Possiamo quindi parlare di un sano mondo dello sport per disabili?

In questo mi sento di essere un po’ critico: purtroppo il disabile ha la tendenza a voler superare i propri limiti andando oltre la consapevolezza di sé. Spesso nell’ambito degli sport paralimpici la pratica agonistica supera il concetto di sport sano e si perde quella magia propria dell’attività sportiva che non per forza deve essere vissuta a livello agonistico.

Questo però accade in tutto il mondo sportivo.

Certo, però gli atleti disabili rispetto ai normodotati hanno una serie di classificazioni e qualificazioni della persona che in altri ambiti non ci sono. Ti faccio l’esempio Pistorius perché è un esempio forte: io credo che far correre Pistorius con i normodotati sia un’emerita ca….ta. Se tu hai una donna che corre i 100mt in otto secondi, non per questo la fai correre con gli uomini. Nell’ambito dello sport femminile sarà una donna che vincerà per 20 anni nell’ambito della sua categoria e basta. D’altronde nello sport è sempre capitato che ci fosse qualcuno più bravo degli altri e a quel punto gli altri “corrono” dopo di lui. La forzatura di Pistorius è stata secondo me soltanto una manovra economica e pubblicitaria: è proprio così che si perde la “magia” dello sport perché si diventa strumenti e non si è più atleti. Non perché sei disabile devi chiuderti in casa ma non per questo devi dimostrare a tutti i costi qualcosa che nessuno ti ha chiesto di dimostrare.

Per te il basket è uno stile di vita oltre che uno sport in sé. Cosa ti ha insegnato?

C’è da dire che oggi io sono soprattutto un padre, un marito, un lavoratore. Il basket lo vivo nelle mie partite settimanali con la squadra, non è più onnipresente come da ragazzo ma c’è sempre, non manca mai e ha avuto un lascito enorme: Io nasco con un’ ipoplasia alla gamba destra. Esiste quindi un Andrea pre-basket e uno post basket. Il primo è un Andrea timido, che si vergogna di questa condizione di handicap e arriva agli anni dell’adolescenza da “sfigato”: sono gli anni in cui essere piacente e piacevole è fondamentale, sono gli anni dei primi innamoramenti e quindi c’è una grande insicurezza di fondo che va a dominare i rapporti umani. Gli anni prima del basket sono anni duri, anni del giudizio, anni in cui sentendomi inadeguato non trasmettevo a chi mi era accanto tutta questa positività. L’incontro con la pallacanestro mi ha cambiato, l’Andrea post basket non ha più pensato a quante gambe c’erano sotto i calzoncini. Perché quando giochi a pallacanestro sei concentrato sull’obiettivo: attaccare, difendere, far vincere la tua squadra e ho cominciato a non vedere più come qualcosa di centrale in me la presenza di una gamba diversa dall’altra. L’agonismo e la velocità di questo sport ti obbligano a non pensare a questa cosa. Questo non vuol dire negare l’handicap ma semplicemente sono diventato consapevole di come sono fatto. Il fatto di non avere una gamba non è l’elemento caratterizzante di me, questo mi ha insegnato il basket. L’Andrea di prima invece lo individuava come elemento fondamentale che lo faceva sentire uno sfigato. Se c’è passione per qualcosa, qualsiasi cosa, il metodo per superare un ostacolo lo trovi. Ho imparato che nulla è impossibile a patto che non ci si pianga addosso.

 

 

 

 

1 Commento

1 Commento

  1. Veneziano Vincenzo

    luglio 27, 2016 at 3:07 pm

    intervista bellissima, piena di emozioni. Andrea fa capire come nella vita non bisogna mai arrendersi nè piangeri addosso!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

sette − quattro =

Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

Published

on

Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

Continua a leggere

Altri Sport

Roberto La Barbera, come diventare SuperUomini

Matteo di Medio

Published

on

Diventare campioni è qualcosa che il destino riserva a pochi uomini. Diventare SuperUomini è una questione di mentalità, di sacrificio e voglia di superare se stessi. Vincere una gara con i normodotati per un paralimpico sembra essere un’impresa impossbile. Ma per Roberto La Barbera questa parola non esiste. L’abbiamo intervistato per scoprire come si fa a raggiungere risultati mai visti prima. Ecco cosa ci ha detto.

Ciao Roberto, i primi di Settembre hai vinto i Mondiali Master 50 di Salto in Lungo a Malaga, diventando il primo atleta paralimpico a vincere un mondiale master per normodotati. Sei consapevole di essere entrato nella storia? Quali emozioni hai provato?

Sì, ne sono consapevole. E’ stata un’emozione fantastica. La cosa che mi preme di più, però, in questa faccenda, al di là del primo posto e al di là di aver fatto qualcosa di incredibile, è aver dato un messaggio al mondo disabili. Sono orgoglioso di aver dato uno stimolo, quello che è mancato a me quando avevo 18 anni, con una protesi fatta con un pezzo di legno e 4 ferri. Me la sono vista abbastanza brutta. Oggi una cosa del genere penso dia tanta speranza. Essere stato il primo a vincere un titolo mondiale per normodotati è sicuramente un’emozione incredibile, ma ce ne saranno altri che faranno lo stesso. La cosa davvero importante è stata quella di essere il primo ad essere stato accolto in un mondiale per normodotati, perché oggi con la problematica protesi sì protesi no, può dare vantaggi non può dare vantaggi, hanno speso tantissime parole e soldi per fare delle ricerche. Per il salto in lungo posso dirti che ci sono 100 atleti che provano ad entrare ai Mondiali, ma si contano sulle mani quelli che ce la fanno. Se la protesi fosse un vantaggio quello che fa 5 metri da anni, perché con la protesi non ne fa 8,48 come Markus? Anche qui c’è la specializzazione della nostra disciplina. Ho tanti ragazzi che mi scrivono che stanno studiando i miei salti dai video sulla mia pagina facebook, ma quello che gli dico loro è che devono vedere non come salto ma come mi alleno e quanto fatica e impegno metto per prepararmi ad effettuare salti del genere.

Tu, come Bebe Vio e Alex Zanardi, sei sulla cresta dell’onda ed è una cosa certamente positiva. Ho letto che hai deciso di intraprendere la carriera sportiva dopo aver visto ad Atlanta 1996 Tony Volpentest, atleta senza mani e piedi.  Quale può essere l’approccio che può avere un ragazzo nel pieno dell’adolescenza nel doversi trovare ad affrontare una disabilità?

Come ho sempre detto, il nostro è un esempio positivo per tutti ma non per forza un ragazzo disabile per rivalersi nella vita deve fare atletica o ambire a vincere un titolo mondiale. La mia vittoria è la dimostrazione che, malgrado un incidente più o meno serio, si può tornare come prima o addirittura meglio di prima. Dipende anche dal tipo di incidente che hai: diciamo che il mio è tra i “migliori”. Dico così perché, per un ragazzo che diventa tetraplegico dopo un incidente, la questione è completamente diversa e quindi non riesco ad entrare nella testa di nessuno. Ti faccio un altro esempio: il campione Oney Tapia, un mio amico cieco che ammiro incredibilmente, parte da Bergamo da solo, cambia treni e autobus fino a Roma per arrivare in Federazione. Una cosa assurda per me, ma lui, allo stesso tempo, trova impossibile che io con un moncone possa correre 4 ore di seguito. In ognuno, nella disabilità, scatta un meccanismo di rivalsa e penso sia questo che ci permette di poter tornare come prima. Questo è il mio messaggio, della nazionale paralimpica, di tutti gli atleti del mondo.

Puoi vantare un Palmarés infinito, tra cui un argento alle Olimpiadi di Atene 2004. Quale è stato però il momento in cui hai capito che la strada sportiva sarebbe stata parte integrante della tua vita?

Naturalmente con la medaglia olimpica. Ti racconto una cosa che mi è tornata alla mente dopo la vittoria di Malaga: mia moglie, che era incinta di mia figlia (nata lo stesso giorno in cui sono stato insignito come Grande Ufficiale della Repubblica Italiana, vedi il destino?), poco dopo la medaglia d’argento di Atene 2004, mi chiese cosa volessi di più dopo quel successo. Due cose: la medaglia d’oro, per ora sogno nel cassetto perché con il mio amico Markus che gareggia è impossibile che faccia 8,48. L’altra era quella di vincere un titolo in un campionato per normodati. E ci sono riuscito.

Come ci si allena per diventare come te?

Bisogna essere un po’ folli. Io mi alleno tanto, tantissimo e ogni anno mi alleno più dell’anno prima per motivi fisiologici perché a 51 anni non devo farmi male e devo fare più degli altri. Da ottobre fino a gennaio è un massacro di ripetute, resistenza e pesi. Se dai un’occhiata alla mia pagina facebook ti rendi conto quanto sono duri i miei allenamenti. E ogni anno ho l’opportunità di migliorare. A gennaio faccio una sorta di “scarico” per acquisire velocità in vista delle gare indoor di febbraio/marzo poi riprendo duramente un mese e mezzo e comincio il vero e proprio scarico che, di fatto, è più faticoso del resto dell’allenamento perché devo arrivare a correre velocissimo e riuscire ad abbinarci la tecnica per saltare. La difficoltà è proprio questa: arrivare al top nel momento top.  Il prossimo anno sarà durissima perché abbiamo a Novembre i campionati del mondo a Dubai e di conseguenza dobbiamo arrivare a giugno/luglio al top per fare i minimi per accedere. Poi bisogna iniziare la preparazione iniziale a luglio come se fosse Ottobre. Sarà durissima.

I numeri per quel che riguarda le Paralimpiadi sono in costante crescita. Ho sentito molti atleti paralimpici che vorrebbero far svolgere le Paralimpiadi contestualmente alle Olimpiadi per normodotati. Che ne pensi? Sei d’accordo con questa visione?

D’accordo lo saremmo tutti. Noi paralimpici abbiamo lottato molto per gareggiare alla pari, ma si è arrivati alla conclusione che non è possibile. E’ come far gareggiare una moto con una macchina, lo puoi fare ma alla fine le differenze rimangono. Ti faccio il mio esempio: a Malaga con il mio successo ho avuto tante attenzioni e se tornerò lì la gente si ricorderà di me. Il secondo classificato, però, è giusto che venga ricordato come il primo dei normodotati e io, contestualmente, il primo nella classifica dei disabili. Poi in quella gara tra normodotati e disabili, ha vinto il secondo, quella è la notizia. Però siamo due, due categorie distinte, perché noi abbiamo la protesi e loro no. Il fatto che ai Giochi si possa gareggiare tutti assieme sarebbe fantastico, ma lo è di fatto. Perché noi arriviamo subito dopo le Olimpiadi per normodotati e siamo nella stessa città. E’ una festa incredibile. Il partecipare contestualmente creerebbe confusione e toglierebbe visibilità ad entrambi. E’ bello che nei meeting importanti siamo incorporati e facciamo la stessa gara. In un Olimpiade, però, ci sono sponsor che pagano, eventi da organizzare, si perderebbe di significato sia da una parte che dell’altra. E’ giustissimo che siano una consecutiva all’altra. E se senti quelli che vivono nella città ospitante, ti dicono che sono state più emozionanti le paralimpiadi. E questa è una soddisfazione immensa per il nostro mondo. Senza contare che nelle paralimpiadi per una singola disciplina ci sono più gare che variano a seconda della disabilità. Verrebbe una finale di 100 metri con 30 gare, oltre a quella dei normodotati.

Grandissimo seguito per lo Sport Paralimpico arriva soprattutto dall’Estero e si ha l’idea che ci sia più attenzione rispetto all’Italia. Mi vengono in mente gli Stati Uniti. Si riuscirà mai ad avere la stessa visibilità che hanno i normodotati anche per i paralimpici, tolti casi isolati di fenomeni come te.

Il discorso è più complicato. Bisogna vedere alle radici, alla mentalità di certi posti. In Italia, la maggior parte dei ragazzi preferisce non fare ginnastica facendosi firmare l’esenzione dai genitori con la scusa dello studio. Poi magari neanche lo fanno. In America, nei grandi College, un ragazzo molto studioso ed intelligente, non raggiungerà mai il massimo dei voti se nello sport non eccelle e se non dimostra di avere lo spirito di sacrificio per ottenere risultati  sportivi fisiologicamente ottenibili, che possono fare tutti grazie all’allenamento. Per loro, se non hai lo spirito per eccellere nello sport, non puoi averlo neanche in un lavoro d’azienda. Qua sono gli stessi genitori a farti fare il certificato medico per esentarti dall’attività. E’ una mentalità diversa. In Cina, Giappone, in azienda per un’ora e mezza sei obbligato a fare sport altrimenti rischi il licenziamento. Perché per loro se non fai sport rendi meno sul lavoro. Prova a fare un discorso del genere in Italia. Solo adesso lo stanno timidamente inserendo ma all’eEstero è una vita che è così. Fin quando non cambieranno le cose non ci sarà un ritorno come nelle altre nazioni. Ma le cose stanno migliorando, rispetto a quando ho iniziato io che eravamo in pochi ad avere visibilità, ed eravamo sempre gli stessi. Adesso siamo diventati di moda, fortunatamente. Oney Tapia, Bebe Vio, la Versace e gli Insuperabili. Ma siamo ancora legati alla componente fortuna. Se ti vede un addetto ai lavori e trova in te delle qualità allora hai qualche possibilità, altrimenti fai fatica.

Ringraziandoti per il tempo chiudiamo con la classica domanda finale. Obiettivi prossimi da raggiungere?

Obiettivo è continuare un paio di anni su questi livelli. Tokyo 2020 è un sogno che si realizzerebbe perché vorrebbe dire partecipare a 5 edizioni delle Olimpiadi. La cosa che voglio fare assolutamente, però, e varrebbe più di tutte e 5 le olimpiadi è un’altra. Ci sto lavorando e solo per sfortuna non ce l’ho fatta. Ho rotto la protesi pochi giorni prima degli Europei e ho dovuto gareggiare con quella nuova, una cosa impensabile. Prima della rottura, in allenamento ho fatto sopra i 7 metri abbondantemente e moltissime volte. Ecco il mio obiettivo è questo: diventare il primo 50enne della storia a fare sopra i 7 metri. Lo puoi fare tra i 50 e i 55 anni.
Ci ha provato il monumento del salto in lungo Mike Powell e non ci è riuscito. Se io riuscissi a fare questo sarebbe una soddisfazione incredibile perché si realizzerebbe qualcosa che neanche una leggenda del genere è riuscito a fare. Questa è la mia aspirazione e quest’anno deve essere quello giusto. E dal momento che mi sento alla grande ora, non vedo perché il prossimo anno non debba sentirmi come adesso. Sarà il mio primo obiettivo e ci metterò l’anima per poterlo fare. Sarebbe grandioso.

Continua a leggere

Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

Published

on

Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication