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Oltre la disabilità: Andrea De beni, dopo il basket ecco i motori

Elisa Mariella

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Andrea l’ho conosciuto qualche mese fa, quando mi raccontò di come lo sport e il basket fossero stati per lui un’àncora di salvezza e il mezzo primo attraverso cui apprezzare la vita. Senza troppi pensieri, senza sovrastrutture, semplicemente vivendola così com’è. Oggi De Beni, papà, marito e lavoratore come tanti, ha deciso di intraprendere una nuova avventura sportiva, la gara di quadricicli più difficile in tutta Europa: il Quaduro du Touquet, una corsa di moto su sabbia che si tiene ogni anno, il 4 febbraio, in una zona non lontano da Parigi città.

Andrea sarà presente a questa 20ma edizione della manifestazione, a bordo della sua Yamaha YFZ450-R, pronto ad affrontare sabbia – tanta – e ben 500 avversari. È il primo con handicap fisici a correrla, ma i dettagli li racconta lui.

Andrea, sei il primo disabile motorio a partecipare al Quaduro du Touquet. Perché proprio questa gara, difficile e dura?

Perché in vent’anni di gare nessun disabile motorio ci aveva mai provato, questo perché il percorso è letteralmente dentro la sabbia. Il paraplegico o il disabile quindi, se ci si pianta (ndr) con il quad – la moto che useremo durante la corsa – , non riesce ad uscirne fuori, non avendo la possibilità di scendere e spostare il mezzo per poter continuare la gara. Insomma, non avendoci mai provato nessuno, ho voluto essere il primo.

Ma se durante la gara la tua moto dovesse “impantanarsi” nella sabbia, chi ti aiuterà?

(Ride) Eh…succederà succederà! Nessuno, dovrò cavarmela da solo! La pista è di circa 13 km, è un tracciato lunghissimo…i commissari di gara ci sono ma non possono essere presenti in ogni punto del percorso, ce ne sarà forse uno ogni 100 metri. Quindi se dovesse capitare di piantarmi con il quad, farò da solo!

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In cosa consisterà la gara?

È una gara che si svolge a Touquet, paesino a circa 100km da Parigi, sulla spiaggia. È stata inventata da Thierry Sabine, che decise di portare la Dakar nel vecchio continente dopo averla “sperimentata” in Africa. Questo per mostrare agli europei il fascino della sabbia e del deserto. In sostanza, volle ideare una Dakar in miniatura nella sua terra. La spiaggia dove correremo è immensa ed è caratterizzata dalle tipiche difficoltà che si trovano nel deserto. Nello specifico la gara dei quad dura tre e si può correre o da soli o in coppia. Io ho preferito questa seconda opzione, per ridurre un po’ la fatica ma anche il rischio che la gara stessa comporta. È la prima volta che partecipo e quindi vorrei vedere e toccare con mano ciò che ho simulato negli allenamenti degli scorsi mesi, ciò che ho studiato, ma non volevo farlo da solo: finché non ne sei dentro non ne puoi capire la reale difficoltà. La mia speranza è quella di essermi costruito un mostro (la gara, ndr) molto più grande di quanto lo sia nella realtà. La reputo quasi un’impresa ai limiti del possibile e non escludo di dovermi ritirare a un certo punto, magari dopo dieci volte che rimango piantato nella sabbia….per la fatica ma soprattutto per un discorso di sicurezza, per evitare di correre pericoli inutili.

Com’è nata quest’idea di partecipare a una gara così difficile?

Ho acquistato il mio primo quad nel 2007. Uno da “passeggio”, se così vogliamo chiamarlo. Ho iniziato ad usarlo per divertirmi, nel tempo libero, e pian pano mi sono appassionato. Ho anche iniziato a comprare riviste di settore e proprio leggendo una di queste ho scoperto della gara in Francia. Nel 2010 – essendo un appassionato di media e comunicazione – ho iniziato ad occuparmi di tutto ciò che riguardava il quad  attraverso un sito creato da me e sono riuscito a toccare questa manifestazione da vicino. Proprio in quell’anno infatti, ho seguito come comunicazione un paio di team italiani che andarono in Francia per partecipare alla gara. L’opportunità di essere in mezzo ai fotografi ufficiali, di vivere la corsa da vicino, ha fatto sì che io rimanessi affascinato dal tutto, pur continuando a pensare che per me sarebbe stato impossibile partecipare. Però mi era rimasta la voglia di provare e così quest’anno finalmente mi sono deciso!

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Ti sei “allenato” dunque, prima di prendere questa decisione.

Sì, su terreni sabbiosi, simulando ciò che avrei trovato una volta in pista nella gara vera, in palestra riproponendo la tensione fisica che poi avrei dovuto affrontare sulla moto. C’è un lavoro dietro le quinte molto forte, magari non servirà ma non voglio che niente sia lasciato al caso. Penso che ci si debba provare per provarci, per il gusto di mettersi in gioco, non per vincere: è tutta qui la differenza.

Ecco, non esiste quasi più che qualcuno si butti in un’impresa sportiva per il solo gusto di provarci, di sfidare un limite, di imparare qualcosa di nuovo pur non tenendo una coppa in mano. Nel panorama della disabilità motoria italiana però, forse servirebbe capire cos’è che ti spinge ad andare sempre “oltre”, superare le barriere, anche quando sai di non poter vincere o di avere delle possibilità molto basse. Ce lo spieghi?

Innanzitutto, il divertimento. Quando si inizia qualcosa – in questo caso un’attività sportiva – la si inizia perché ci fa stare bene, perché ci diverte. È importante non dimenticarlo nemmeno “dopo”, quando si continua. Quando lo sport perde questa sua componente, ha perso quasi la sua essenza. Al di là di vincere o di perdere, l’importante è godere del momento. E quando ci sei dentro…diamine se ti diverti! Io metto in conto di non farcela e non è affatto un problema per me. Il fatto è che parliamo di uno sport molto diverso dalla pallacanestro, il tiro con l’arco… è uno sport che può avere delle conseguenze fisiche anche gravi, mortali. Io parto dall’idea che lo sport non deve peggiorare il tuo status. Il disabile che si approccia ad una qualsiasi attività mettendo a repentaglio la sua condizione, più “sfortunata” rispetto a quella di un normodotato, sbaglia: perché non rispetta la fortuna che ha avuto: quella di aver avuto un infortunio che però gli permette di essere ancora vivo. Sfidare la vita a tutti i costi non tenendo conto dei rischi non è corretto. Si gareggia ma senza correre pericoli inutili.

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Come sarà il tuo quad?

Faccio una piccola premessa. Su 5-600 quad che gareggeranno, l’80% sono francesi. La mi idea era quella di noleggiarne uno lì. In realtà le cose sono cambiate: un team che si chiama MGM ha deciso di sponsorizzarmi in toto, anche acquistando un quad apposta per me. In queste settimane lo abbiamo preparato e sistemato per poi portarlo fisicamente su a far la gara. Parliamo di una Yamaha 450, uguale a uno qualsiasi degli altri modelli per normodotati fatta eccezione per la sella, foderata con un materiale anti-scivolo. Non è però qualcosa solo “per me”: chiunque acquistando un quad può decidere di rifoderarlo come preferisce. Avendo una gamba sola, a me permetterà di rimanere “in sella” più facilmente, senza scivolare, riducendo così i rischi di caduta.

Un’ultima domanda. Si può dire che nello sport, così come nella vita, finché non provi non è mai finita?

Assolutamente sì. A me piace l’idea che qualcuno – guardando questa piccola impresa – possa emozionarsi a tal punto da pensare “posso farcela anche io”. Ma non a fare il Touquet, anche solo ad uscire di casa, a fare delle cose che pensava fossero più complesse solo perché non aveva mai provato a farle. Lo sport è la scusa per “provarci”. Se non ci buttiamo, non siamo vivi!

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Federico Turrini: “Quitters never win”. Mi riprendo il tempo che mi è stato tolto

Angela Failla

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Occhi accesi e il sorriso di chi non si è mai arreso. Lo sguardo è fermo, le mani tracciano piccoli segni nell’aria, con una calma quasi surreale. Ma quando indossa la cuffia e si tuffa in acqua sembra quasi un supereroe. Lui è Federico Turrini, 31 anni, toscano, uno dei grandi protagonisti del panorama di nuoto mondiale e attuale capitano della nazionale italiana. Il primo a stupirsi dei suoi successi è stato proprio lui. Con il suo metro e 93 di altezza e la medaglia di bronzo 400 misti agli europei in vasca lunga, si prepara, insieme ai compagni, a dare del filo da torcere alle squadre avversarie nei prossimi Mondiali. Un percorso, il suo, iniziato da piccolino e da allora un crescendo di successi consacrati dalla fascia di capitano. Ma anche un periodo buio, quello della squalifica per doping a soli vent’anni. Ma Federico non si è mai arreso e come recita il tatuaggio sul suo addome: Quitters never win si riprende le sue rivincite e insieme ad esse il tempo perduto.

Nel 2014 ha vinto la medaglia di bronzo in una competizione europea in vasca lunga. Una bella soddisfazione, non è vero?

Le medaglie di bronzo che ho vinto ai campionati europei in vasca lunga sono state sicuramente le emozioni più grandi perché arrivare all’appuntamento estivo, che poi è quello che conclude il ciclo di lavoro grosso che hai fatto in tutto l’anno, e ottenere quello che avevo prefissato come obiettivo massimo, mi ha riempito di gioia e mi ha anche dato la forza di continuare a lavorare per gli anni successivi.

Nel 2007 durante un controllo antidoping l’hanno trovata “non negativo” e squalificato per due anni. Cosa ha provato?

E’ stato uno dei momenti più difficili della mia vita, anche perché si è trattato più che altro di una ingenuità compiuta ad appena 20 anni. Ho usato un collirio che non pensavo potesse contenere sostanze dopanti. Con me sono stati molto severi perché sono stato costretto ad una squalifica di due anni mentre in casi analoghi le squalifiche sono state diverse. Però, senza voler fare polemica su un capitolo ormai chiuso e ampiamente superato grazie ad altre soddisfazioni che mi ha dato lo sport, devo dire che è stato davvero difficile stare fermo per così tanto tempo senza poter gareggiare. Portare avanti allenamenti senza avere mai una verifica e senza lo stimolo della gara non è facile. Ho avuto una grande forza di volontà. Non nascondo che lì per lì ho anche pensato di smettere di nuotare e fare altro visto che comunque sono sempre andato bene a scuola. Ricordo perfettamente quell’estate: c’erano le Olimpiadi di Pechino, alle quali, ironia della sorte, mi ero pure qualificato. All’inizio non riuscivo nemmeno a vedere le gare. I miei compagni di nazionale mi scrivevano messaggi da laggiù e mi facevano ancora sentire parte di loro. E così qualcosa in me è cambiata. Mi è tornata la voglia di mettermi in gioco. E ho ricominciato ad allenarmi.

E cosa è successo dopo?

Sono stato 14 mesi senza poter competere, allenandomi però tutti i giorni. Quando sono rientrato, mi sono ripreso le mie soddisfazioni. Adesso posso dire di aver una carriera lunga anche perché ho già 31 anni e ancora nuoto. Spero di poterlo fare ancora per un po’ di tempo. Magari se non avessi avuto questo stop, mi piace pensare che la mia carriera si sarebbe conclusa prima. Invece le ho dato più longevità perché mi voglio riprendere il tempo che mi è stato tolto.

Cosa significa essere capitano della nazionale italiana di nuoto?

Essere capitano della nazionale italiana di nuoto è davvero una bellissima soddisfazione, senza dubbio.  Questa qualifica era per me una cosa impensabile! Il capitano viene votato dalla squadra e quindi significa che anche all’interno della squadra la mia figura è riconosciuta e può trasmettere qualcosa ai più giovani. I miei compagni di squadra mi hanno dato fiducia e spero di portare avanti questa carica il più a lungo possibile perché è davvero un bel ruolo. E poi succedere a una figura come quella di Filippo Magnini, che ha fatto la storia del nuoto italiano, è un onore e onere.

Le ha dato qualche suggerimento Filippo Magnini?

Mi sono sentito con Filippo Magnini la sera in cui è uscita la notizia della mia elezione come suo successore e, oltre a complimentarsi, mi ha detto che ero la persona adatta a prendere il suo posto. E questo mi ha riempito di gioia e orgoglio. Mi ha anche dato un po’ di consigli su come interfacciarmi con l’ambiente e su come fare il mediatore tra gli atleti e lo staff.  Ho cercato di fare tesoro dei suoi consigli.

E’ fidanzato con la nuotatrice Chiara Masini Luccetti, un po’ come è stato tra Federica Pellegrini e Filippo Magnini, sono tante le coppie di atleti che condividono storie d’amore e allenamenti, non trova?

Il nuoto è uno sport dove maschi e femmine fanno le stesse identiche cose, non c’è divisione come invece può esserci in altri sport. Nuotatori maschili e femminili fanno esattamente gli stessi allenamenti, passano le stesse ore di palestra e quindi è facile che si creino dei legami. Con una persona al di fuori del nostro ambiente non credo sarebbe così facile. Ci assentiamo per grandi periodi e siamo costretti anche a parecchie rinunce soprattutto nel periodo di gara, di conseguenza stare con una persona che condivide le tue stesse passioni e stile di vita è più facile. Una persona che conduce una vita diversa dovrebbe comunque, in qualche modo, adattarsi o sacrificarsi.

Galeotta è stata la piscina, possiamo dirlo?

Hai perfettamente ragione. Io e Chiara ci siamo conosciuti durante un collegiale in Sudafrica perché lei si era aggregata alla nostra squadra per fare un periodo di allenamento insieme a noi e da lì tra una cosa e un’altra è iniziata la nostra storia d’amore. Adesso sono 5 anni che stiamo insieme.

Un aggettivo per definire la sua fidanzata?

Chiara è estremamente talentuosa e anche abbastanza testarda. Per questo mi piace da impazzire.

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Dorando Pietri, storia dell’atleta che perse (vincendo) le Olimpiadi

Canorro

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Il 16 Ottobre 1885 nasceva Dorando Pietri, l’atleta che, alla maratona delle Olimpiadi di Londra 1908, si rese protagonista di una favola di sport. Tanto da diventare una storia da raccontare alle future generazioni con un fumetto.

Mi affascinava molto l’idea di un uomo considerato non adatto ad uno sport come la corsa che, grazie alla testardaggine, all’impegno e alla passione, è riuscito a diventare un campione. Era uno sprone ad applicarsi e a combattere per realizzare i propri sogni. E capii che raccontare la sua storia poteva essere interessante e divertente”. Così Antonio Recupero, sceneggiatore messinese classe 1977, autore insieme al fumettista e pubblicitario Luca Ferrara – Cava de’ Tirreni (Salerno) 1982 – dell’intensa e toccante graphic novel Dorando Pietri, una storia di cuore e di gambe. Edito da Tunué, il volume (144 pagine a colori, 16.90 euro) ripercorre l’epica narrazione del piccolo, grande atleta di Correggio (Reggio Emilia) che arrivò primo alla maratona dei giochi olimpici di Londra nel 1908 (era il 23 luglio e, pettorina numero 19, tagliò il traguardo in 2 ore e 54 secondi abbondanti), ma sorretto dai giudici di gara perché stremato, e perdendo per questo la medaglia d’oro. “Un uomo che, con la forza di volontà e contro ogni ostacolo, ha rovesciato ogni aspettativa. Suona davvero come un archetipo del mito”, aggiunge Ferrara.

Dunque nella storia delle Olimpiadi rimane vivo il ricordo di un atleta la cui memoria resiste da decenni, nonostante la sua gara non l’abbia mai vinta. Una vicenda affascinante, quella di Pietri, adesso declinata in un fumetto godibilissimo. Che dietro, però, nasconde un lavoro importante. “La fase delle ricerche è durata qualche mese, ed è stata complicata dalle discordanze trovate tra varie fonti, soprattutto tra quelle italiane e quelle di origine anglosassone, sulla vita privata di Dorando”, incalza Recupero, che ricorda: “Ci sono voluti tre mesi per realizzare la sceneggiatura. A Luca, invece, ne sono serviti nove per la realizzazione delle tavole, tempo dovuto anche alla ricerca e al perfezionamento di uno stile grafico che ha ideato appositamente per questo volume”. Un impegno importante, dunque, come rimarca proprio Ferrara: “Il lavoro è stato davvero titanico (per rimanere nel mito). La fase più frustrante? La ricerca di uno stile adatto e una modalità lavorativa ottimale. Quindi ho colorato in digitale le tavole e le vignette relative a ogni sequenza e ambientazione, per poi passare a un’altra, e così via. È stato emozionante vedere come tutto acquisisse senso mentre il libro si componeva”.

Ed ecco, pagina dopo pagina, delinearsi la storia del corridore emiliano attraverso un sapiente alternarsi di flashback e reminiscenze dal rilevante valore emotivo. Un impegno, quello nella realizzazione del libro, non privo di difficoltà per Recupero e Ferrara (“a nostra discolpa, dobbiamo precisare che nel frattempo, entrambi, dovevamo anche dedicarci ai lavori che ci permettono di pagare le bollette e fare la spesa”), ma che ha trovato il giusto approdo in un’opera che restituisce al lettore tutto il valore, congiuntamente alla forza, di un uomo e di uno sportivo indimenticabile.

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Chiara Masini Luccetti: “L’argento di Kazan è stata la mia vittoria più grande”

Angela Failla

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Chioma bionda, pelle diafana e occhi chiari. Non fatevi ingannare dall’aspetto angelico: Chiara Masini Luccetti è quel tornado che diventa bruma per poi evaporare sotto forma di medaglia. Grintosa, divertente e talentuosa, ricorda con gioia la medaglia d’argento vinta ai Mondiali di Kazan nel 2015. Si dice di lei che non si lasci intimidire dalle sfide e di sfide ne ha già vinte parecchie. E adesso si prepara per il traguardo più importante: le olimpiadi di Tokyo nel 2020.

L’emozione più grande che hai provato nella tua carriera?

«L’emozione più grande è stata la medaglia d’argento vinta a Kazan ai Mondiali nel 2015 perché è stata una medaglia inaspettata. L’anno prima, agli Europei di Berlino, abbiamo vinto l’oro con la 4×200 e, di conseguenza, ai Mondiali non ci aspettavamo nulla di così eclatante. E invece siamo rientrate in finale con il primo tempo e, sebbene ci fossero tante squadre forti che potevano batterci, ci siamo buttate senza nessuna pretesa ma con la voglia di dare il massimo. Ed è venuta fuori una prestazione fantastica da parte tutte e quattro noi staffettiste. Se a questo aggiungi la chiusura della Pellegrini che penso sia una delle chiusure migliori al mondo… che altro aggiungere? Abbiamo conquistato la medaglia d’argento ed è stata davvero l’emozione più grande della mia carriera.»

Prossimi impegni?

«Abbiamo ripreso la stagione che ci porterà ai Mondiali nell’estate 2019 ma prima dobbiamo passare per la qualificazione, ovvero i campionati italiani di aprile. L’obiettivo massimo di questa stagione sarebbe qualificarsi per i Mondiali. Questa è una stagione importante per noi perché è quella prima delle Olimpiadi che saranno nel 2020 a Tokyo e quindi dobbiamo prepararci per dare poi, tra un anno e mezzo, il tutto per tutto

Qual è la cosa più difficile nella staffetta?

«Difficile è sentire la pressione  e la responsabilità di 4 ragazze sulla tua prestazione. Perché quando gareggi da solo la responsabilità, il successo o l’insuccesso è tutto tuo. Quando invece si è in quattro, e magari due staffettiste  fanno la gara migliore con un bel tempo, in quel momento lì ti senti addosso la pressione della prestazione di tutte e 4  le atlete e capisci che adesso tutto dipende anche da te. Insomma, hai sulle spalle anche il peso delle altre tre staffettiste e se da una parte è un bene, dall’altra è un male. Una specie di pro e contro.»

Quanto è difficile per una donna essere anche un’atleta?

«Facciamo una vita da atlete e in quanto tali non ci vediamo nella figura, se vuoi un po’ più tradizionale, della donna casalinga madre con figli. La figura di atleta è completamente diversa da quella di madre. Bisogna essere consapevoli che finché si pratica questo sport e lo si fa a livello agonistico, quindi ai massimi livelli come i nostri, devi mettere da parte alcune ambizioni. C’è anche da dire che il nuoto non è uno sport così longevo, alla fine le atlete più mature arrivano a trent’anni o qualcosa in più, per cui poi puoi tranquillamente pensare ad altro.»

Che stile di vita conduce un’atleta?

«Viviamo da atlete tutto il tempo, il che significa stare ogni giorno in piscina, seguire un’alimentazione corretta con rigore e disciplina, perché non possiamo perdere la forma fisica. In una settimana facciamo circa 10 allenamenti in acqua e tre sedute in palestra. Facciamo i doppi quattro volte a settimana al mattino e a metà pomeriggio e a questi aggiungiamo poi un po’ di palestra.»

Da 5 anni sei legata sentimentalmente a Federico Turrini, capitano della nazionale italiana di nuoto. Un aggettivo per definirlo?

Federico è tenace e ligio al dovere. E’ davvero un esempio di atleta in tutto e per tutto, al cento per cento.

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