Connettiti con noi

Storie dell'altro mondo

Andre Iguodala: Sapere di Esserci

Born in the post

Published

on

13077259_10209457633780362_203713346_n (1)

Da figlio della generazione dei primi anni ’90– limbo spartiacque stante a metà tra quelli che esultavano all’urlo di Tardelli a Spagna ’82 e le nuove leve che si annusano l’ascella a colpi di dub dance assieme a Cam Newton e Stephen Curry– posso dire di aver passato la mia infanzia dilettandomi non solo con i Joystick della PlayStation, ma anche con qualche passatempo vecchio stile. Le biglie (vietato sfottere), un evergreen come i mattoncini Lego e last but not least qualche puzzle.

Questi ultimi erano un bel grattacapo. Anzi, per stavolta diciamo le cose come stanno fregandocene del politically correct, erano una vera e propria rottura di palle. E ai miei parenti nulla importava che fosse il più noioso e temutissimo tra i giochi (sempre che possa essere inserito in questa categoria). Puntualmente sarebbe arrivato il mio compleanno e con altrettanta tempestività me ne avrebbero regalato un altro. L’ennesimo.

I pomeriggi di battaglie tra il me stesso bambino e quei dannati pezzi non si finiscono di contare.

Se a quei tempi la loro utilità mi pareva pressoché nulla, oggi un motivo valido per cui sia valsa la pena logorarmi il fegato per tutte quelle ore credo di averlo trovato. Il puzzle è infatti la miglior metafora utilizzabile per tentare di spiegare in maniera semplice e non troppo filosofica i concetti di “tutto” e di “uno”, che sono poi le prime filacce che tirerò per tentare di sciogliere questo gnommero gaddiano riguardante Andre Iguodala e il suo modo di stare al mondo e nel mondo.

Sebbene a volte possano apparire simili, i singoli pezzi di un puzzle hanno una configurazione propria, che si differenzia da quella di tutti gli altri. Concretamente esiste un solo posto in cui debbano essere inseriti, e presi in maniera isolata non hanno alcuna ragione di vivere.

Come se fossero delle teste non pensanti.

È unicamente incatenandosi agli elementi attorno ad essi che prendono significato, raggiungendo la massima efficienza, come singoli e come parti di un insieme. D’un tratto a quelle figure geometriche viene data un’anima.

L’opera finale definisce ciò che sono le parti individuali, ma questa è solamente la mia opinabilissima opinione, e cioè che l’esistenza di un “tutto” sia totalmente indipendente dalla presenza di un “uno”. Sta a quell’uno relazionarsi con gli altri per permetterci di chiarire la sua natura e di esaltare la sua funzionalità. Per capirci, il puzzle completo sai che esiste imprescindibilmente dal fatto che tu sia in grado di poterlo realizzare, non foss’altro per il disegno facilmente riconoscibile che trovi sopra la scatola.

Il primo passo da fare, scontato quanto sottile, per costruirlo credo sia prendere coscienza del fatto che esista ancor prima di effettuare qualsivoglia tentativo di incastrare i pezzi, anche se noi non lo possiamo già vedere coi nostri occhi o toccare con le nostre mani.

Ed è così anche nella vita.

 Io percepisco di essere perché esiste qualcosa più grande di me di cui faccio parte e che mi consente di identificarmi. Se venisse a mancare questa totalità e non fossi circondato da altre persone con cui comunicare ed interagire io non esisterei, e nemmeno voi, Io Gioco Pulito o la NBA.

È una visione collettiva di ciò che ci circonda che trova la sua sublimazione nel modo di intendere la pallacanestro di Andre Iguodala, una delle poche persone su questa Terra ad aver preso coscienza dell’importanza di questo meccanismo di interazione fra i vari componenti del gruppo.

Essere in grado di capirlo non è cosa da poco, anzi direi che è vitale nel vero senso della parola. Negli sport di squadra assimilare l’idea che il singolo debba sacrificare il proprio ego adeguandosi agli altri per il conseguimento di un obiettivo comune – e per la propria espressione – rappresenta la vera differenza tra vincere e perdere, fare la storia o morire nel dimenticatoio. Scusate se è poco.

È un iceberg contro cui prima o poi tutte le stelle devono scontrarsi. Ci sono passati i migliori. Jordan, Bryant e LeBron hanno chinato il capo seppur a fatica per capire che i 40 punti sera sì e sera no dovevano allo stesso tempo non nuocere al contesto in cui erano inseriti.

Memorabile lo sketch tra Tex Winter e il primo Michael, in cui l’assistant coach dei Bulls tenta di far entrare nella testa di His Airness questo concetto con un gioco di parole.

There’s no I in TEAM”, disse Tex.

But there’s I in WIN”, rispose il 23.

Avevano ragione entrambi. La stessa cosa accadde tra Kobe e Phil Jackson (Winter presente anche in quel caso ed è sempre bene ricordarlo), mentre James ha dovuto sbattere il muso contro quegli eccessi di isoball da parte sua, di Wade e di Bosh che l’hanno portato a vedersi rotolare a valle ad un passo dalla cima della montagna nelle Finals del 2011 contro Dallas.

Senza gruppo non si vince e se non si vince non si viene ricordati. La chimica di squadra esiste a priori, proprio come il puzzle raffigurato sul contenitore. Tocca ai singoli, siano essi piccoli pezzi o uomini non fa differenza, lavorare per trovarla.

Il meccanismo NBA però, soprattutto se sei un primo violino, i 20/25 punti di media li pretende. I grandissimi sono in grado di equilibrare le due cose, di accontentare tutti. Per quelli che sono “solamente” degli All-Star, e tra questi ci metto Iguodala (vedasi All Star Weekend di Orlando, anno di grazia 2012), rinunciare alla produzione personale è più difficile, perché spesso è quella che ti dà da mangiare.

Iggy ci è riuscito.

Credo fosse un giocatore che nei primi 10 anni della sua carriera avrebbe potuto  viaggiare costantemente attorno ai 20 punti di media, ingrassando quei libidinosi amanti dei boxscores che ingurgitano numeri – peraltro controllando quelli sbagliati – ogni mattina.

Invece no. Iguodala è smart – come oggi lo definisce il suo allenatore Steve Kerr.

E lo è sempre stato, come se questa nozione la conoscesse dalla prima volta in cui mise palla per terra. Quando era al college studiava Scottie Pippen e desiderava assomigliare a Luke Walton, due soggetti che come lui si differenziano per il contenuto del proprio cervello.

Quando venne draftato con la 12esima assoluta da Philadelphia era uno splendido giocatore che sostanzialmente faceva due cose: correre e volare. Ma correva dando la mano ai suoi compagni. Ha sempre saputo chi e dove fosse e che cosa servisse per far arrivare quei 76ers al massimo a cui potevano ambire, vale a dire un magistrale secondo turno di Playoffs nel 2012 in cui vennero eliminati in 7 partite epiche dai Celtics dei Big Three sul viale del tramonto.

L’Iguodala di Denver è stato il più divertente da ammirare, in una squadra allenata da uno come Karl che probabilmente “There’s no I in TEAM” ce l’aveva scritto anche sulla culla. Che grande collettivo quei Nuggets: il Gallo che dava segni di essere un giocatore vero; Faried che un giocatore lo sembrava solamente; Wilson Chandler che se il tuo schema è “difesa e transizione” fa sempre comodo.

E poi le partite in cui Andre Iguodala dava via più di 10 assist. Un professore che guidava una classe in gita in giro per l’America ottenendo lo storico record di franchigia di 15 vittorie consecutive in stagione. L’unico, se vogliamo essere sinceri, che durante l’upset subito al primo turno contro gli Warriors è sembrato essere pronto per giocare quel tipo di partite. C’era bisogno di dirlo?

Ecco, se uno lavora con gli altri e per gli altri prima o poi viene ripagato dal contesto. Il mondo ti fa capire che esisti. Il puzzle smette di considerarti pezzo e ti premia assorbendoti, esaltandoti senza snaturalizzarti.

Perché non è esclusivamente la squadra a trarre giovamento da questa situazione, ma è anche e prevalentemente il singolo.

Per questo Iggy ha vinto il titolo la scorsa stagione. Per questo è stato premiato come MVP delle finali. Per questo sa di esserci.

O forse è solo perché è uno straordinario fuoriclasse.

Ma il Rasoio di Occam non è roba che fa per Born in The Post. E francamente nemmeno per un visionario del gioco come Andre Iguodala.

di Daniele QuettiBorn in The Post

bannerdame

bannerpetrovic

bannerkat

bannerseattle

bannerduncan

bannerbryant

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

5 × tre =

Calcio

Ronaldo: Manifesto di un Futurismo “fenomenale”

Matteo Calautti

Published

on

Compie oggi 42 anni Luis Nazario de Lima Ronaldo, per tutti il Fenomeno. La sua data di nascita resta però discussa in quanto, secondo sue dichiarazioni, dovrebbe risalire al 18 Settembre mentre l’iscrizione all’anagrafe è del 22. Per celebrarlo abbiamo messo in parallelo il suo modo di giocare con l’arte futurista.

Quella di Ronaldo Luís Nazário de Lima, universalmente conosciuto come Ronaldo, è una carriera cinematografica ma non nel senso comune del termine. Bensì una carriera rappresentabile per mezzo di fotogrammi, dalla temperatura spesso antitetica: dal freddo glaciale dei periodi bui al caldo dei momenti di energia che ha regalato all’universo del Pallone. Una serie di diapositive diverse per natura che, se sovrapposte, configurano ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Il tutto con tre minimi comun denominatori: movimento, velocità ed energia.

«Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno». Così recitava il terzo punto del Manifesto del Futurismo, scritto da Filippo Tommaso Marinetti e pubblicato nel 1909 sul quotidiano francese Le Figaro, con sede a Parigi. Un manifesto che ha sconvolto il mondo dell’arte e alimentato le avanguardie, nella città della raffinatezza per eccellenza. Un contrasto, quello tra impeto ed eleganza, che sembra sintetizzarsi nella rete con cui Ronaldo stupisce il mondo ad appena 19 anni ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996, sotto la guida di Mário Zagallo. Il Ghana conduce per 2-1 quando si accende il Fenômeno. Goal del pareggio su punizione dal limite dell’area battuto rapidamente ed astutamente da un compagno. Poi la magia per il 3-2: verticalizzazione per Ronaldo dal settore sinistro della tre quarti, il dianteiro verdeoro resiste alla carica di un avversario e supera Simon Addocon un dolcissimo tocco sotto a girare.

Parigi, dicevamo. La città in cui Marinetti ha divulgato al mondo intero il suo nuovo Credo artistico. «Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita». Una città, la capitale francese, che ha raccolto i fotogrammi con la differenza di temperatura maggiore. Era il 1997 quando Ronaldo sollevava il suo primo trofeo internazionale in Europa, ovvero la Coppa delle Coppe vinta con il Barça grazie ad un suo calcio di rigore proprio contro il Paris Saint-Germain. Era il 1998 quando il Fenômeno trionfò in Coppa UEFA con la maglia dell’Inter nel derby tutto italiano contro la Lazio, proprio al Parc des Princes. Il suo goal, quello del 3-0, è scolpito nella leggenda: un attaccante capace di intimorire, disorientare e far sedere il proprio avversario, affrontato in un duello condotto senza toccare il pallone. Serie di finte che si disperdono nell’aria, un movimento in corsa, Marchegiani seduto e palla in rete.

Tuttavia, era anche il 1998 quando allo Stade de France, nei pressi di Parigi, il Brasile dello stesso Zagallo perse contro la Francia la finale della Coppa del Mondo. Per mesi, se non anni, si è parlato del malore che lo aveva colto la sera prima dell’atto conclusivo contro i Bleus. Per mesi scorrerà nella mente degli appassionati soprattutto il fotogramma in cui Ronaldo scende dall’aeroplano a Rio de Janeiro dimostrandosi debole e barcollante. Ma era anche il 2008 quando, concretizzata la sua “capriola” sportiva al Milan, venne operato a Parigi per l’ennesimo grave infortunio dal chirurgo Eric Rolland con la consulenza di Gérard Saillant, colui da cui era stato operato otto anni prima. Altri due fotogrammi lampeggiano nella mente: l’infortunio nel 1999 a Lecce e la ricaduta nel 2000 a Roma. «Perché per rinascere dovete morire», come scritto ne L’arte contro l’estetica vicino al nome di Joan Salvat-Papasseit, il più importante poeta futurista catalano. E il Fenômeno rinacque più volte nella sua vorticosa carriera.

Dalla staticità e la freddezza delle diapositive tristi alla gioia dell’ultimo periodo interista, quello della rinascita. Una gestione, quella di Ronaldo da parte di Héctor Cúper, delicata e ragionata. Una gestione che portò il brasiliano ad essere quasi decisivo per la vittoria dello Scudetto con sette reti in dieci presenze. Un campionato, però, che sfugge nella funesta Roma, due anni e 23 giorni dopo la rottura del suo tendine rotuleo nella finale d’andata di Coppa Italia. Una nuova diapositiva, quella del famoso “cinque maggio”: mani in faccia, lacrime che sgorgano dai suoi occhi coperti e un’aura nefasta intorno a lui, che sembra faccia ormai parte della sua stessa essenza. Ma ecco che, dopo esser “morto”, Ronaldo rinasce ai Mondiali del 2002, quelli in Giappone e Corea del Sud. Una competizione trionfale per i Verdeoro, mai in discussione e che ha regalato una delle versioni migliori dell’attaccante di Rio de Janeiro, se non la migliore. Otto reti in tutta la competizione, due solamente nella finale di Yokohama ad Oliver Kahn, mai ossidato come quella sera. Accelerazioni, movimento continui sul fronte offensivo, imprevedibilità nel movimento, potenza palla al piede e colpi da autentico giocoliere. Un fotogramma su tutti rimane nella memoria: quello di un Ronaldo in corsa, con le sue possenti leve in movimento. Un’immagine che richiama con un tono di voce assordante l’animale più famoso dipinto dal futurista Giacomo Balla: il cane di Dinamismo di un cane al guinzaglio. «Il primo studio analitico delle cose in movimento», come affermò lo stesso pittore torinese. Due immagini, quella dell’attaccante e quella del cane, in cui si condensano tutti i fotogrammi che ne designano i moti, che lasciano trasparire l’attimo prima ed intuire l’attimo dopo. Autentica metafora della carriera del Fenômeno, fatta di attimi impressi in diapositive instabili.

«Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia», recitava il secondo punto del Manifesto. Un coraggio, quello di Ronaldo, che gode di un colore impuro, a cavallo tra l’ingratitudine e la prontezza nel cogliere l’attimo. In una notte di fine agosto, precisamente 14 anni fa, il Fenômeno voltava le spalle al suo secondo padre Massimo Moratti per inseguire il sogno galactico. Indifferenza pura nei confronti del Barcellona che tanto l’aveva acclamato al Camp Nou sei stagioni prima. Indifferenza pura anche nei confronti della stessa Inter, affrontata con la maglia del Milan nel 2008, con tanto di beffarda esultanza al derby di ritorno. Ma è lecito contestare le scelte in vita a chi è stato privato della piena realizzazione delle proprie potenzialità dalla sua stessa vita?

Ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Uno scorrere perpetuo di diapositive instabili. Ma, forse, è stata proprio questa l’essenza stessa del Fenômeno.

Ronaldo Luís Nazário de Lima, il primo futurista brasiliano.

LEGGI ANCHE: Cruijff e Kandinskij: rivoluzionari tra geometria e colori

 

Continua a leggere

Calcio

Cosa ci fa un canguro in Repubblica Ceca? La curiosa storia dei Bohemians Praga

Leonardo Ciccarelli

Published

on

Per quale motivo una squadra della Repubblica Ceca, di Praga in particolare, ha come stemma e simbolo un canguro?

Se pensate alla cosa, è davvero strano. Il canguro è un animale che vive solo in Australia, il marsupiale è il simbolo stesso dell’Isola-Continente, eppure la Boemia ha adottato questo amorevole bipede come mascotte.

La storia è piuttosto curiosa e deriva dalla pubblicità: nel 1927 l’Australian Soccer Association è in fase promozionale essendo nata da poco (ed avrà un bel po’ di vicissitudini fino agli anni ’60 tanto che la Football Federation Australia, l’attuale organo di governo del calcio australiano, è stata fondata nel 1961), ed invita varie squadre a dei tour sul suo territorio. Niente da fare, rifiutano tutte. Non è tanto per un vezzo, le tournèè erano molto in voga anche all’epoca, ma pensate cosa doveva essere fare un viaggio dalla Cecoslovacchia all’Australia era un’avventura, con aerei scomodi ed un tasso di rischio molto alto. Oggi da Praga a Sydney il volo non è diretto e con un solo scalo ci vogliono oltre 22 ore di viaggio, pensate quindi 90 anni fa.

Una sola squadra accetta, l’AFK Vrsovice che per l’occasione cambia nome in Bohemians, “i Boemi“, affinché gli australiani capiscano la provenienza della squadra.

20 partite per loro, 15 vittorie e quasi 100 gol segnati a testimonianza della debolezza del gioco australiano, ma non importa perché gli australiani sono impazziti per questa compagine cecoslovacca e in preda ai deliri dei sensi che solo il football può regalare, regalano due canguri vivi alla squadra.

Come i due malcapitati marsupiali siano arrivati sani e salvi in Cecoslovacchia, non è dato sapere anche se pare fossero stati affidati a Oldřich Havlín, un giocatore dell’epoca, che ha poi consegnato i canguri allo zoo di Praga dove hanno trascorso in serenità tutto il resto della loro vita. L’AFK Vrsovice si tenne per sempre il nome Bohemians e il logo richiamante l’antico “regalo” degli Australiani.

Questo il tabellino delle partite in Australia nel ’27:

23.04.1927 Colombo British Army XI 2-4 Bohemians

05.05.1927 Perth Western Australia 3-11 Bohemians

07.05.1927 Perth Western Australia 4-6 Bohemians

11.05.1927 Adelaide South Australia 1-11 Bohemians

14.05.1927 Adelaide Australia XI 1-2 Bohemians

18.05.1927 Melbourne Victoria 0-1 Bohemians

21.05.1927 Melbourne Australia XI 1-4 Bohemians

25.05.1927 Wagga Wagga Southern Districts XI 0-9 Bohemians

28.05.1927 Sydney New South Wales 5-4 Bohemians

01.06.1927 Woonona South Coast XI 1-2 Bohemians

04.06.1927 Newcastle Northern District XI 3-4 Bohemians

06.06.1927 Sydney Australia 4-6 Bohemians

08.06.1927 Cessnock South Maitland XI 3-1 Bohemians

11.06.1927 Brisbane Queensland 3-2 Bohemians

15.06.1927 Ipswich Ipswich & West Moreton XI 3-5 Bohemians

18.06.1927 Brisbane Australia 5-5 Bohemians

21.06.1927 Newcastle Newcastle XI 5-2 Bohemians

23.06.1927 Sydney Metropolis XI 3-5 Bohemians

25.06.1927 Sydney Australia 4-4 Bohemians

02.07.1927 Fremantle Western Australia 2-3 Bohemians

Continua a leggere

Altri Sport

L’incredibile impresa di Carlo Airoldi: storia di un eroe italiano

Daniele Esposito

Published

on

Avrebbe compiuto oggi 149 anni Carlo Airoldi, un piccolo grande eroe che con la sua impresa ci ha mostrato cosa voglia dire davvero l’amore per lo Sport.

Carlo Airoldi era semplicemente uno sportivo appassionato, maratoneta e podista che aveva vinto solo qualche gara di paese, ma con grande passione. Figlio di contadini, lavorava in una fabbrica di cioccolato.

La sua storia non è nota perché, come sappiamo, chi non vince viene presto dimenticato. Ma, in questo caso particolare, vincere o perdere non ha inciso assolutamente sull’impresa che Carlo ha portato a termine. Qui si va ben oltre.

 

A poco più di un mese dall’inizio delle Olimpiadi di Atene del 1896, Carlo, non potendosi permettere i soldi per affrontare le spese del viaggio, decise di partire per la Grecia a piedi, sfidando qualsiasi corridore e qualsiasi cavallo, con la certezza di essere il migliore e non avere rivali.

Decise di farsi sostenere da un giornale sportivo: “La bicicletta”, al quale promise la corrispondenza e l’aggiornamento riguardo la propria avventura. La sfida era affrontare il viaggio da Milano fino ad Atene, in un mese. Fu un cammino pieno di ostacoli in cui il corridore rischiò anche la vita imbattendosi in gruppi di briganti. Tramite un  piroscafo che lo portò fino a Patrasso, proseguì poi il suo viaggio a piedi fino alla meta tanto bramata, Atene.

Airoldi arrivò nella capitale greca i primi di Aprile, giusto in tempo per l’inizio dei Giochi Olimpici. Ma la sua fama lo precedette, provocando chiaramente preoccupazione e apprensione tra gli organizzatori dei giochi olimpici: la maratona era la gara simbolo della competizione greca e a vincerla doveva essere assolutamente un greco. Grazie ad un cavillo burocratico, infatti, ad Airoldi non venne concessa l’autorizzazione a partecipare alla gara, perché considerato un professionista e i giochi olimpici erano esclusivamente riservati ai dilettanti. Le richieste del consolato italiano furono insistenti, ma servirono a ben poco. La maratona venne vinta, come da copione, da un dilettante greco, Spiridon Louis.

Carlo assistette alla corsa e rilasciò le seguenti parole a “La bicicletta: “E’ necessario che io parta al più presto, giacché ieri ed oggi dura fatica feci a reprimermi. Mi sentivo il prurito nelle mani e non posso tollerare più a lungo i sorrisi ironici di certi villani, ai quali avrei voluto far vedere, se non mi avesse trattenuto il timore di passare per un farabutto, che oltre alle gambe possiedo anche delle buone braccia. Dopo tutto mi consolo perché a piedi vidi l’Austria, l’Ungheria, la Croazia, l’Erzegovina, la Dalmazia e la Grecia, la bella Grecia che lasciò in me un ricordo indelebile.

La storia di Carlo Airoldi è sicuramente una storia che andrebbe raccontata o almeno menzionata nei libri di storia: è intrinseca, al suo interno, la voglia di un uomo di coltivare le proprie passioni nonostante le avversità e gli ostacoli. Carlo era un uomo umile e povero, ma ciò non bastò per frenare la propria indole di sportivo prima, e corridore poi. Dalle sue parole è possibile comprendere quanto l’obiettivo di partecipare fosse importante per lui, ma allo stesso tempo, che il viaggio stesso e la possibilità di credere in un sogno battendosi per quello che si ama, nonostante la sconfitta finale, fosse il vero scopo della sua eroica corsa. Beh, questa è la storia di Carlo Airoldi, un eroe vincente, senza medaglia.

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication