Connettiti con noi

Altri Sport

Alla scoperta del magico mondo degli Sport Gaelici

Francesco Beltrami

Published

on

Il mondo degli sport gaelici è tanto affascinante quanto, per noi, particolare e poco conosciuto. Andiamo a scoprirlo con l’aiuto di Daniele Giannarini, uno dei maggiori conoscitori italiani di queste discipline e amministratore della pagina Facebook “Sport Gaelici Italia”  aperta quasi per gioco e che sta però sempre più diventando un punto di riferimento per gli appassionati di casa nostra.

geal2

Daniele  quali sono gli Sport Gaelici e la loro origine?

Gli sport gaelici principali sono calcio gaelico (gaelic football) ed hurling, cui si affiancano due discipline molto meno diffuse ma comunque praticate ed importanti, la pallamano gaelica ed il rounders che è una sorta di progenitore del baseball. Gli sport gaelici hanno origini piuttosto antiche e la loro presenza viene testimoniata nei secoli da numerosi documenti storici che ne parlano in relazione a fatti di cronaca o di leggi che ne vietavano o regolavano la pratica. La loro codifica è avvenuta però soltanto a fine Ottocento, per salvaguardarli dalla diffusione dilagante in quegli anni di rugby e calcio. Questi sport sono sentiti con molto orgoglio dagli irlandesi che li considerano parte integrante della loro cultura e della loro identità sociale e nazionale, tanto che non di rado vennero osteggiati, se non proprio limitati, dai britannici durante gli anni più problematici della loro presenza in Irlanda.

gael4

Parliamo Calcio Gaelico, quali sono le regole principali e le competizioni?

Il gioco si sviluppa in un un campo rettangolare, con 15 giocatori per squadra  e i vari sostituti in panchina. Ai due lati del campo ci sono due porte ad H come nel rugby che nella parte sotto la traversa orizzontale presentano una rete come nel calcio. Se un giocatore indirizza il pallone, tondo e leggermente più piccolo ma più pesante di uno da calcio, tra i pali sopra la traversa consegue un punto, se lo spedisce in rete calciandolo e deviandolo al volo di mano segna un gol che vale tre punti. Le regole più complesse riguardano il possesso del pallone: si ottiene alzando la palla da terra esclusivamente di piede, spesso con un gesto particolarmente tecnico chiamato ‘pickup’, o conquistandola con le mani se rimbalza o è sospesa in aria; la palla può essere passata di piede o con la mano mediante un pugnetto, ma non può essere lanciata come nel rugby; soprattutto, un giocatore non può stare fermo più di 4 secondi e tenere tra le braccia la palla per più di 4 di passi, dopo dei quali dovrà effettuare un palleggio o con la mano, chiamato “bounce”, oppure col piede, chiamato “solo”. Il “bounce”, che è più facile, non può essere fatto 2 volte consecutivamente e deve essere necessariamente alternato almeno una volta da un “solo”, che invece può essere effettuato illimitatamente. In fase difensiva il contatto è regolamentato in maniera piuttosto vaga, è più fisico del calcio ma meno nel rugby, infatti non sono previsti placcaggi. L’arbitro ha tre cartellini: giallo, rosso e nero: i primi due sono speculari al calcio, l’ultimo costringe il giocatore ad uscire dal campo ma può essere sostituito. In Irlanda le competizioni più importanti sono i tornei estivi ad eliminazione diretta per contee che aggiudicano le mitologiche coppe Sam Maguire per il football e Liam McCarthy per l’hurling, le cui finali vengono giocate nello stadio Croke Park a Dublino. Durante l’anno c’è anche un torneo con girone all’italiana per contee, la League, ed i tornei per club.

Esiste un’attività femminile?

Assolutamente sì ed in Irlanda, per quanto abbia meno seguito rispetto alla controparte maschile, ha comunque un nutrito consenso e forte partecipazione tra le ragazze. Negli ultimi anni sponsor importanti e la televisione nazionale irlandese in lingua gaelica, TG4, seguono da vicino la disciplina.

geal5

Tu come ti sei appassionato?

Come per le più grandi passioni, del tutto per caso. Sono sempre stato attratto dall’Irlanda di cui sono più che appassionato e nel mio primo viaggio nell'”isola smeralda” da ragazzo, sognato da molti anni, ho scelto come “base logistica” per le mie visite un cottage nella Contea di Mayo. Al tempo non lo sapevo ma la contea è ben nota nell’ambiente per la passione quasi inverosimile che hanno i locali per il football gaelico, rafforzata dal fatto che la squadra abbia perso ben 8 finali consecutive dal 1951, spesso in situazioni rocambolesche, con la nascita dell’ aneddotto che sia stata colpita da una maledizione. La gente del luogo con grande pazienza e dedizione mi insegnò le regole, invitò a vedere i match, mostrò foto, raccontò ricordi come fossi uno di loro e lì scatto la scintilla. Altri viaggi successivi e varie letture hanno trasformato poi un curioso interesse in un’autentica passione.

geal3

In Italia ci sono squadre, un campionato?

In Italia il calcio gaelico è uno sport ad oggi molto di nicchia e poco conosciuto, il più delle volte quando ne parli la gente arriva addirittura a confonderlo col calcio fiorentino o l’aussie rules. Rispetto a qualche anno fa però la conoscenza di queste discipline sta crescendo esponenzialmente, anche grazie alla maggior accessibilità televisiva e non di rado ci organizziamo per provare a vedere insieme le partite in qualche pub.
Ciò ha contribuito alla formazione di un movimento che si prodiga anche attivamente sul campo: ad oggi vi sono tre squadre riconosciute dalla GAA,  che sono Rovigo, Padova e Lazio. La prima è la capostipite e si occupa con dedizione anche di rounders e gaelic handball, mentre i padovani hanno avuto la notevole capacità di attrarre sin da subito ragazzi italiani in squadra e creare un gruppo stabile che partecipa con regolarità ai vari tornei. La squadra romana, dove gioco anche io, inizialmente è nata come un club fondato da un irlandese che raccoglieva soprattutto irlandesi che vivevano a Roma ed altri interessati al football, ma col tempo è entrata a far parte della Polisportiva biancoceleste ed oggi annovera quasi esclusivamente giocatori italiani. Tutte e tre le squadre giocano nei tornei europei dell’area Centro ed Est Europa che si svolgono in primavera.
Per quel che riguarda le Ladies, sono presenti la squadra femminile della Lazio e le Venetian Lionesses che si sono contese proprio ad inizio dicembre la prima storica edizione della Coppa Italia.

Hai assistito a partite in Irlanda?

Ho assistito ad alcune partite in Irlanda, paradossalmente non a Croke Park che ho soltanto visitato. Una delle esperienze più belle è stata questa estate nel villaggio di Kilcar, nel selvaggio Donegal, dove con alcuni compagni di squadra siamo stati ospiti del club locale e abbiamo assistito ad una partita di League in uno dei campi più pittoreschi d’Irlanda, a ridosso della scogliera più imponente d’Europa e di una suggestiva baia. Sia giocatori che tifosi di queste squadre sono soliti farsi anche centinaia di chilometri ed ore di viaggio dai luoghi in cui studiano o vivono solamente per la partita e per indossare con orgoglio i colori del loro piccolo villaggio. Quando giocano le contee il tutto è notevolmente amplificato. Generalmente l’ambiente degli stadi maggiori è fantastico, specie per le finali per le fasi finali tra contee: nonostante la fisicità dello sport, il tifo è molto corretto ed appassionato ed i tifosi stanno a stretto contatto tra loro senza problemi di sorta, anche perché spesso composto da club interi e famiglie stante la forte correlazione tra squadre e comunità.

gael6

Per concludere vorrei sottolineare che negli sport gaelici non esiste professionismo. Anche al massimo livello, davanti a 80.000 spettatori e dirette televisive nazionali ed internazionali, i giocatori in campo sono amatori che non di rado il giorno dopo dell’evento tornano alla loro vita quotidiana. Giocatori ed allenatori non percepiscono compensi per l’attività che svolgono e riescono ad allenarsi il più delle volte destinando il loro tempo libero dopo la giornata lavorativa o di studi universitari. Non è raro vedere giocatori in diretta nazionale la domenica e sul giornale lunedì mentre sono intenti a mungere le mucche delle fattorie di famiglia! In questo anche i migliori giocatori d’Irlanda non sono troppo distanti da noi che giochiamo in Italia, che il venerdì pomeriggio lavoriamo e magari la sera corriamo a prendere un treno o un aereo a nostre spese e solo per passione per giocare il giorno dopo nell’altro capo d’Europa!

Altri Sport

Federico Turrini: “Quitters never win”. Mi riprendo il tempo che mi è stato tolto

Angela Failla

Published

on

Occhi accesi e il sorriso di chi non si è mai arreso. Lo sguardo è fermo, le mani tracciano piccoli segni nell’aria, con una calma quasi surreale. Ma quando indossa la cuffia e si tuffa in acqua sembra quasi un supereroe. Lui è Federico Turrini, 31 anni, toscano, uno dei grandi protagonisti del panorama di nuoto mondiale e attuale capitano della nazionale italiana. Il primo a stupirsi dei suoi successi è stato proprio lui. Con il suo metro e 93 di altezza e la medaglia di bronzo 400 misti agli europei in vasca lunga, si prepara, insieme ai compagni, a dare del filo da torcere alle squadre avversarie nei prossimi Mondiali. Un percorso, il suo, iniziato da piccolino e da allora un crescendo di successi consacrati dalla fascia di capitano. Ma anche un periodo buio, quello della squalifica per doping a soli vent’anni. Ma Federico non si è mai arreso e come recita il tatuaggio sul suo addome: Quitters never win si riprende le sue rivincite e insieme ad esse il tempo perduto.

Nel 2014 ha vinto la medaglia di bronzo in una competizione europea in vasca lunga. Una bella soddisfazione, non è vero?

Le medaglie di bronzo che ho vinto ai campionati europei in vasca lunga sono state sicuramente le emozioni più grandi perché arrivare all’appuntamento estivo, che poi è quello che conclude il ciclo di lavoro che hai fatto durante l’anno, e ottenere quello che avevo prefissato come obiettivo massimo, mi ha riempito di gioia e mi ha anche dato la forza di continuare a lavorare per gli anni successivi.

Nel 2007 durante un controllo antidoping l’hanno trovata “non negativo” e squalificato per due anni. Cosa ha provato?

E’ stato uno dei momenti più difficili della mia vita, anche perché si è trattato più che altro di una ingenuità compiuta ad appena 20 anni. Ho usato un collirio che non pensavo potesse contenere sostanze dopanti. Con me sono stati molto severi perché sono stato costretto ad una squalifica di due anni mentre in casi analoghi le squalifiche sono state diverse. Però, senza voler fare polemica su un capitolo ormai chiuso e ampiamente superato grazie ad altre soddisfazioni che mi ha dato lo sport, devo dire che è stato davvero difficile stare fermo per così tanto tempo senza poter gareggiare. Portare avanti allenamenti senza avere mai una verifica e senza lo stimolo della gara non è facile. Ho avuto una grande forza di volontà. Non nascondo che lì per lì ho anche pensato di smettere di nuotare e fare altro visto che comunque sono sempre andato bene a scuola. Ricordo perfettamente quell’estate: c’erano le Olimpiadi di Pechino, alle quali, ironia della sorte, mi ero pure qualificato. All’inizio non riuscivo nemmeno a vedere le gare. I miei compagni di nazionale mi scrivevano messaggi da laggiù e mi facevano ancora sentire parte di loro. E così qualcosa in me è cambiata. Mi è tornata la voglia di mettermi in gioco. E ho ricominciato ad allenarmi.

E cosa è successo dopo?

Sono stato 14 mesi senza poter competere, allenandomi però tutti i giorni. Quando sono rientrato, mi sono ripreso le mie soddisfazioni. Adesso posso dire di aver una carriera lunga anche perché ho già 31 anni e ancora nuoto. Spero di poterlo fare ancora per un po’ di tempo. Magari se non avessi avuto questo stop, mi piace pensare che la mia carriera si sarebbe conclusa prima. Invece le ho dato più longevità perché mi voglio riprendere il tempo che mi è stato tolto.

Cosa significa essere capitano della nazionale italiana di nuoto?

Essere capitano della nazionale italiana di nuoto è davvero una bellissima soddisfazione, senza dubbio.  Questa qualifica era per me una cosa impensabile! Il capitano viene votato dalla squadra e quindi significa che anche all’interno della squadra la mia figura è riconosciuta e può trasmettere qualcosa ai più giovani. I miei compagni di squadra mi hanno dato fiducia e spero di portare avanti questa carica il più a lungo possibile perché è davvero un bel ruolo. E poi succedere a una figura come quella di Filippo Magnini, che ha fatto la storia del nuoto italiano, è un onore e onere.

Le ha dato qualche suggerimento Filippo Magnini?

Mi sono sentito con Filippo Magnini la sera in cui è uscita la notizia della mia elezione come suo successore e, oltre a complimentarsi, mi ha detto che ero la persona adatta a prendere il suo posto. E questo mi ha riempito di gioia e orgoglio. Mi ha anche dato un po’ di consigli su come interfacciarmi con l’ambiente e su come fare il mediatore tra gli atleti e lo staff.  Ho cercato di fare tesoro dei suoi consigli.

E’ fidanzato con la nuotatrice Chiara Masini Luccetti, che abbiamo intervistato, un po’ come è stato tra Federica Pellegrini e Filippo Magnini, sono tante le coppie di atleti che condividono storie d’amore e allenamenti, non trova?

Il nuoto è uno sport dove maschi e femmine fanno le stesse identiche cose, non c’è divisione come invece può esserci in altri sport. Nuotatori maschili e femminili fanno esattamente gli stessi allenamenti, passano le stesse ore di palestra e quindi è facile che si creino dei legami. Con una persona al di fuori del nostro ambiente non credo sarebbe così facile. Ci assentiamo per grandi periodi e siamo costretti anche a parecchie rinunce soprattutto nel periodo di gara, di conseguenza stare con una persona che condivide le tue stesse passioni e stile di vita è più facile. Una persona che conduce una vita diversa dovrebbe comunque, in qualche modo, adattarsi o sacrificarsi.

Galeotta è stata la piscina, possiamo dirlo?

Hai perfettamente ragione. Io e Chiara ci siamo conosciuti durante un collegiale in Sudafrica perché lei si era aggregata alla nostra squadra per fare un periodo di allenamento insieme a noi e da lì tra una cosa e un’altra è iniziata la nostra storia d’amore. Adesso sono 5 anni che stiamo insieme.

Un aggettivo per definire la sua fidanzata?

Chiara è estremamente talentuosa e anche abbastanza testarda. Per questo mi piace da impazzire.

Continua a leggere

Altri Sport

Dorando Pietri, storia dell’atleta che perse (vincendo) le Olimpiadi

Canorro

Published

on

Il 16 Ottobre 1885 nasceva Dorando Pietri, l’atleta che, alla maratona delle Olimpiadi di Londra 1908, si rese protagonista di una favola di sport. Tanto da diventare una storia da raccontare alle future generazioni con un fumetto.

Mi affascinava molto l’idea di un uomo considerato non adatto ad uno sport come la corsa che, grazie alla testardaggine, all’impegno e alla passione, è riuscito a diventare un campione. Era uno sprone ad applicarsi e a combattere per realizzare i propri sogni. E capii che raccontare la sua storia poteva essere interessante e divertente”. Così Antonio Recupero, sceneggiatore messinese classe 1977, autore insieme al fumettista e pubblicitario Luca Ferrara – Cava de’ Tirreni (Salerno) 1982 – dell’intensa e toccante graphic novel Dorando Pietri, una storia di cuore e di gambe. Edito da Tunué, il volume (144 pagine a colori, 16.90 euro) ripercorre l’epica narrazione del piccolo, grande atleta di Correggio (Reggio Emilia) che arrivò primo alla maratona dei giochi olimpici di Londra nel 1908 (era il 23 luglio e, pettorina numero 19, tagliò il traguardo in 2 ore e 54 secondi abbondanti), ma sorretto dai giudici di gara perché stremato, e perdendo per questo la medaglia d’oro. “Un uomo che, con la forza di volontà e contro ogni ostacolo, ha rovesciato ogni aspettativa. Suona davvero come un archetipo del mito”, aggiunge Ferrara.

Dunque nella storia delle Olimpiadi rimane vivo il ricordo di un atleta la cui memoria resiste da decenni, nonostante la sua gara non l’abbia mai vinta. Una vicenda affascinante, quella di Pietri, adesso declinata in un fumetto godibilissimo. Che dietro, però, nasconde un lavoro importante. “La fase delle ricerche è durata qualche mese, ed è stata complicata dalle discordanze trovate tra varie fonti, soprattutto tra quelle italiane e quelle di origine anglosassone, sulla vita privata di Dorando”, incalza Recupero, che ricorda: “Ci sono voluti tre mesi per realizzare la sceneggiatura. A Luca, invece, ne sono serviti nove per la realizzazione delle tavole, tempo dovuto anche alla ricerca e al perfezionamento di uno stile grafico che ha ideato appositamente per questo volume”. Un impegno importante, dunque, come rimarca proprio Ferrara: “Il lavoro è stato davvero titanico (per rimanere nel mito). La fase più frustrante? La ricerca di uno stile adatto e una modalità lavorativa ottimale. Quindi ho colorato in digitale le tavole e le vignette relative a ogni sequenza e ambientazione, per poi passare a un’altra, e così via. È stato emozionante vedere come tutto acquisisse senso mentre il libro si componeva”.

Ed ecco, pagina dopo pagina, delinearsi la storia del corridore emiliano attraverso un sapiente alternarsi di flashback e reminiscenze dal rilevante valore emotivo. Un impegno, quello nella realizzazione del libro, non privo di difficoltà per Recupero e Ferrara (“a nostra discolpa, dobbiamo precisare che nel frattempo, entrambi, dovevamo anche dedicarci ai lavori che ci permettono di pagare le bollette e fare la spesa”), ma che ha trovato il giusto approdo in un’opera che restituisce al lettore tutto il valore, congiuntamente alla forza, di un uomo e di uno sportivo indimenticabile.

Continua a leggere

Altri Sport

Chiara Masini Luccetti: “L’argento di Kazan è stata la mia vittoria più grande”

Angela Failla

Published

on

Chioma bionda, pelle diafana e occhi chiari. Non fatevi ingannare dall’aspetto angelico: Chiara Masini Luccetti è quel tornado che diventa bruma per poi evaporare sotto forma di medaglia. Grintosa, divertente e talentuosa, ricorda con gioia la medaglia d’argento vinta ai Mondiali di Kazan nel 2015. Si dice di lei che non si lasci intimidire dalle sfide e di sfide ne ha già vinte parecchie. E adesso si prepara per il traguardo più importante: le olimpiadi di Tokyo nel 2020.

L’emozione più grande che hai provato nella tua carriera?

«L’emozione più grande è stata la medaglia d’argento vinta a Kazan ai Mondiali nel 2015 perché è stata una medaglia inaspettata. L’anno prima, agli Europei di Berlino, abbiamo vinto l’oro con la 4×200 e, di conseguenza, ai Mondiali non ci aspettavamo nulla di così eclatante. E invece siamo rientrate in finale con il primo tempo e, sebbene ci fossero tante squadre forti che potevano batterci, ci siamo buttate senza nessuna pretesa ma con la voglia di dare il massimo. Ed è venuta fuori una prestazione fantastica da parte tutte e quattro noi staffettiste. Se a questo aggiungi la chiusura della Pellegrini che penso sia una delle chiusure migliori al mondo… che altro aggiungere? Abbiamo conquistato la medaglia d’argento ed è stata davvero l’emozione più grande della mia carriera.»

Prossimi impegni?

«Abbiamo ripreso la stagione che ci porterà ai Mondiali nell’estate 2019 ma prima dobbiamo passare per la qualificazione, ovvero i campionati italiani di aprile. L’obiettivo massimo di questa stagione sarebbe qualificarsi per i Mondiali. Questa è una stagione importante per noi perché è quella prima delle Olimpiadi che saranno nel 2020 a Tokyo e quindi dobbiamo prepararci per dare poi, tra un anno e mezzo, il tutto per tutto

Qual è la cosa più difficile nella staffetta?

«Difficile è sentire la pressione  e la responsabilità di 4 ragazze sulla tua prestazione. Perché quando gareggi da solo la responsabilità, il successo o l’insuccesso è tutto tuo. Quando invece si è in quattro, e magari due staffettiste  fanno la gara migliore con un bel tempo, in quel momento lì ti senti addosso la pressione della prestazione di tutte e 4  le atlete e capisci che adesso tutto dipende anche da te. Insomma, hai sulle spalle anche il peso delle altre tre staffettiste e se da una parte è un bene, dall’altra è un male. Una specie di pro e contro.»

Quanto è difficile per una donna essere anche un’atleta?

«Facciamo una vita da atlete e in quanto tali non ci vediamo nella figura, se vuoi un po’ più tradizionale, della donna casalinga madre con figli. La figura di atleta è completamente diversa da quella di madre. Bisogna essere consapevoli che finché si pratica questo sport e lo si fa a livello agonistico, quindi ai massimi livelli come i nostri, devi mettere da parte alcune ambizioni. C’è anche da dire che il nuoto non è uno sport così longevo, alla fine le atlete più mature arrivano a trent’anni o qualcosa in più, per cui poi puoi tranquillamente pensare ad altro.»

Che stile di vita conduce un’atleta?

«Viviamo da atlete tutto il tempo, il che significa stare ogni giorno in piscina, seguire un’alimentazione corretta con rigore e disciplina, perché non possiamo perdere la forma fisica. In una settimana facciamo circa 10 allenamenti in acqua e tre sedute in palestra. Facciamo i doppi quattro volte a settimana al mattino e a metà pomeriggio e a questi aggiungiamo poi un po’ di palestra.»

Da 5 anni sei legata sentimentalmente a Federico Turrini, capitano della nazionale italiana di nuoto. Un aggettivo per definirlo?

Federico è tenace e ligio al dovere. E’ davvero un esempio di atleta in tutto e per tutto, al cento per cento.

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication