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Storie dell'altro mondo

Ali Adnan: Corsa e cross contro l’Isis

Andrea Corti

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In questi giorni di terrore e disperazione, con le immagini degli attentati di Parigi ancora negli occhi, bisogna ribadirlo ad alta voce: esiste anche un Islam fatto di integrazione, rispetto e legalità. Ciò vale anche e soprattutto nello sport, e tanti sono i mediorientali che si stanno facendo strada nelle loro discipline.

Per quanto riguarda il calcio alcuni esempi importanti si trovano in Inghilterra. Oltremanica gioca infatti l’iracheno Yaser Kasim, centrocampista dello Swindon Town. Hussain Fadhel e Khaled Al Rashidi hanno invece avuto brevi esperienze nel Nottingham Forest per poi tornare nel loro Kuwait. Anche il sogno di Omar Al Somah, calciatore siriano in forza all’Al Ahli, è quello di giocare nel Vecchio Continente, ma ancora non si è realizzato: per il momento il suo nome è noto alle cronache per la decisione di lasciare la Nazionale per paura della guerra e il suo essere oppositore del regime di Assad.

Ma l’esempio più importante ce l’abbiamo proprio a casa nostra: si chiama Ali Adnan, ventiduenne terzino iracheno che, prima di essere ingaggiato dall’Udinese, è diventato nel suo Paese uno dei simboli della lotta contro l’Isis. Anche in contesti difficilissimi, dunque, la passione per il pallone sa restare forte: in attesa dell’arrivo di nuovi talenti in fuga da guerre e terrorismo, ecco la storia della nuova stellina del campionato italiano.

Ho sempre paura, prima e dopo ogni partita chiamo la mia famiglia. Ho sette fratelli e temo per loro, perché la situazione è pericolosissima. Prego tutti i giorni che la pace possa arrivare in Iraq, per tutte le persone di tutte le religioni. Nessuno escluso”: queste le parole di Adnan, nei suoi primi mesi della sua esperienza all’Udinese, club storicamente dal gran fiuto per i talenti di tutto il mondo. Quel sentimento che cristallizza pensieri e movimenti, però, il giovane terzino sa trasformarlo in agonismo, corsa e cross taglienti, come dimostra già nell’esordio (vittorioso, peraltro) sul campo della Juventus Campione d’Italia: Colantuono crede fortemente nel suo talento, e lo sta impiegando quasi sempre da titolare. Adnan ringrazia, e il suo sogno di diventare uno dei più importanti calciatori del mondo, lui che ha iniziato a inseguire il pallone in contesto non certo ideale, può continuare.

Nascere a Baghdad nel 1993 non è esattamente quanto di meglio possa capitare. Significa iniziare le propria vita in un Paese ancora in ginocchio dopo il conflitto con l’Iran e la Guerra del Golfo, vessato dalla dittatura di Saddam Hussein. E vedersi funestare l’adolescenza dall’invasione della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti di Bush, che considera l’ex alleato Saddam come pericolo principale dopo l’attacco alle Torri Gemelle e la guerra in Afghanistan. Ma, anche in quegli anni, c’è chi in Iraq continua a giocare a calcio: tra questi Ali Adnan, che ha ereditato la passione per il pallone e il talento dal padre ma soprattutto dallo zio Ali Kadhim, goleador della Nazionale irachena tra il 1970 e il 1980.

Se una volta il calcio era uno strumento di propaganda per Saddam, che raggiunse il suo punto massimo con la partecipazione ai Mondiali messicani del 1986, negli anni successivi alla cattura del dittatore (poi giustiziato) è diventato per forza di cose l’espressione della vitalità e della voglia di rinascita di un popolo che adesso deve vedersela con la piaga del terrorismo dell’Isis.

E quando lo possono fare gli iracheni sanno giocare a football anche bene: la testimonianza più lampante sta nella Coppa d’Asia vinta nel 2007, in finale con l’Arabia Saudita. Ma che il movimento calcistico sia in forte crescita lo dimostra anche il Mondiale under 20 del 2013, che vede Adnan grande protagonista. Nel torneo che laurea campione la Francia di Pogba l’Iraq sorprende tutti, vincendo il girone a scapito di Egitto, Cile e Inghilterra. La corsa continua fino alla semifinale, quando si arrende all’Uruguay solo ai rigori, dopo l’illusione del vantaggio firmato da Adnan con un gioiello su punizione vanificato a pochi minuti dal novantesimo da Bueno. Molti sono gli osservatori che si accorgono del talento del terzino iracheno: c’è chi inizia addirittura ad accostarlo a Roberto Carlos o (paragone molto più calzante per caratteristiche tecniche) al primo Bale.

ali adnan

Per Adnan arriva il momento di lasciare il Bagdad, club nel quale è cresciuto e si è imposto calcisticamente: l’offerta giusta è quella dei turchi del Rizespor, squadra in cui può completare il suo percorso di maturazione che lo porta a finire nel mirino di grandi club europei come Arsenal e Roma. A spuntarla è l’Udinese, dopo che alcune voci lo volevano prossimo a lasciare il calcio per arruolarsi nell’esercito del suo Paese per contrastare l’avanzata dell’Isis.

Nel giorno della presentazione come nuovo giocatore bianconero è lui stesso a spiegare le foto con addosso il giubbotto antiproiettile insieme ai soldati: “Non è vero che facevo parte dell’esercito iracheno, ho fatto solo pubblicità insegnando calcio. Tutto qui. Non ho combattuto. Il mio era solo un modo di sostenere il mio Paese contro l’Isis: sono orgoglioso di averlo fatto. Io sono uno sportivo, non c’entro con la politica. Qui rappresento anche la gioventù irachena”.

Arrivato con la prospettiva di poter essere girato in prestito al Granada (società sempre di proprietà della famiglia Pozzo), nel precampionato Adnan convince tutti, tanto da guadagnarsi subito un posto da quasi intoccabile nelle prime uscite ufficiali della stagione. E adesso la sua speranza è di poter presto far trasferire da lui almeno i suoi genitori: “Se facessi venire tutta la mia famiglia – ha scherzato -, Udine diventerebbe per metà irachena”.

Ali continua la sua corsa sulla fascia, che da Bagdad lo ha portato in Turchia e poi in Italia: la destinazione finale è l’elite del calcio. Nella consapevolezza che, per chi è riuscito a lasciarsi alle spalle guerre e terrorismo, poche cose sembrano impossibili.

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Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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Altri Sport

Dorando Pietri, storia dell’atleta che perse (vincendo) le Olimpiadi

Canorro

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Il 16 Ottobre 1885 nasceva Dorando Pietri, l’atleta che, alla maratona delle Olimpiadi di Londra 1908, si rese protagonista di una favola di sport. Tanto da diventare una storia da raccontare alle future generazioni con un fumetto.

Mi affascinava molto l’idea di un uomo considerato non adatto ad uno sport come la corsa che, grazie alla testardaggine, all’impegno e alla passione, è riuscito a diventare un campione. Era uno sprone ad applicarsi e a combattere per realizzare i propri sogni. E capii che raccontare la sua storia poteva essere interessante e divertente”. Così Antonio Recupero, sceneggiatore messinese classe 1977, autore insieme al fumettista e pubblicitario Luca Ferrara – Cava de’ Tirreni (Salerno) 1982 – dell’intensa e toccante graphic novel Dorando Pietri, una storia di cuore e di gambe. Edito da Tunué, il volume (144 pagine a colori, 16.90 euro) ripercorre l’epica narrazione del piccolo, grande atleta di Correggio (Reggio Emilia) che arrivò primo alla maratona dei giochi olimpici di Londra nel 1908 (era il 23 luglio e, pettorina numero 19, tagliò il traguardo in 2 ore e 54 secondi abbondanti), ma sorretto dai giudici di gara perché stremato, e perdendo per questo la medaglia d’oro. “Un uomo che, con la forza di volontà e contro ogni ostacolo, ha rovesciato ogni aspettativa. Suona davvero come un archetipo del mito”, aggiunge Ferrara.

Dunque nella storia delle Olimpiadi rimane vivo il ricordo di un atleta la cui memoria resiste da decenni, nonostante la sua gara non l’abbia mai vinta. Una vicenda affascinante, quella di Pietri, adesso declinata in un fumetto godibilissimo. Che dietro, però, nasconde un lavoro importante. “La fase delle ricerche è durata qualche mese, ed è stata complicata dalle discordanze trovate tra varie fonti, soprattutto tra quelle italiane e quelle di origine anglosassone, sulla vita privata di Dorando”, incalza Recupero, che ricorda: “Ci sono voluti tre mesi per realizzare la sceneggiatura. A Luca, invece, ne sono serviti nove per la realizzazione delle tavole, tempo dovuto anche alla ricerca e al perfezionamento di uno stile grafico che ha ideato appositamente per questo volume”. Un impegno importante, dunque, come rimarca proprio Ferrara: “Il lavoro è stato davvero titanico (per rimanere nel mito). La fase più frustrante? La ricerca di uno stile adatto e una modalità lavorativa ottimale. Quindi ho colorato in digitale le tavole e le vignette relative a ogni sequenza e ambientazione, per poi passare a un’altra, e così via. È stato emozionante vedere come tutto acquisisse senso mentre il libro si componeva”.

Ed ecco, pagina dopo pagina, delinearsi la storia del corridore emiliano attraverso un sapiente alternarsi di flashback e reminiscenze dal rilevante valore emotivo. Un impegno, quello nella realizzazione del libro, non privo di difficoltà per Recupero e Ferrara (“a nostra discolpa, dobbiamo precisare che nel frattempo, entrambi, dovevamo anche dedicarci ai lavori che ci permettono di pagare le bollette e fare la spesa”), ma che ha trovato il giusto approdo in un’opera che restituisce al lettore tutto il valore, congiuntamente alla forza, di un uomo e di uno sportivo indimenticabile.

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