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Alessandria – Milan: La Storia non si scriverà allo Stadio Moccagatta

Simone Meloni

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A cura di Simone Meloni

Spiegate il Calcio Moderno al Presidente Moccagatta

Giuseppe Moccagatta era un presidente, nonché sindaco, dell’Alessandria. Siamo a metà degli anni ’40 e i Grigi, grazie al suo operato, fanno ritorno in Serie A. Ma è una gioia limitata, Moccagatta infatti scompare nel 1946, ad appena 46 anni, per un male improvviso. Gli viene intitolato lo stadio cittadino, quell’impianto che il regine fascista aveva voluto costruire e modernizzare per far sì che la compagne piemontese, allora tra le più in vista del calcio italiano, potesse avere una casa all’altezza delle aspettative.

Il “Mocca”, come lo chiamano affettuosamente gli sportivi alessandrini, arriverà ad ospitare 25.000 spettatori negli anni ’50, per poi diminuire drasticamente la capienza negli anni ’90, in seguito ad alcuni lavori di messa in sicurezza successivi alla terribile alluvione del 1994. Resta tuttavia uno dei templi del calcio italiano, una distesa verde dove hanno sgambettato gli eroi del Grande Torino e messo piede tante icone del calcio italiano.

Chissà se, a quasi settant’anni di distanza, il presidente Moccagatta, da lassù, starà schiumando rabbia nel vedere che il suo Orso, tornato alla ribalta delle cronache calcistiche, non disputerà l’incontro più importante degli ultimi anni nella sua casa naturale. Il “niet” è arrivato solerte e senza appelli (e non si riesce ancora bene a capire se le volontà siano da afferire alle istituzioni pallonare o alla stretta volontà del club piemontese). Del resto, di appelli non ce n’erano stati neanche all’assegnazione delle date dei quarti di finale, quando, con la partita del Picco di La Spezia da disputare il lunedì e quella di Salò, valida per il campionato, da disputare alla domenica, a nulla erano vale le proteste dei grigi. Alla fine è stata la Lega Pro a dover anticipare la gara in terra lombarda al venerdì. Si sa, in Italia quando ci sono di mezzo televisioni e interessi correlati ad esse, qualsiasi logica scompare lasciando spazio a scelte poco razionali e condivisibili.

In riva al Tirreno, lunedì, il sogno dei grigi si è prolungato. Ci ha pensato direttamente Riccardo Bocalon da Venezia a mandare in visibilio i 1.700 tifosi posti proprio dietro la porta dello Spezia. Semifinale. Contro il Milan. Alessandria-Milan. Roba che ha un sapore antico, ti fa ripensare a quelle maglie in bianco e nero che, dalle foto, intuisci abbiano cuciture irregolari, tipiche delle sartorie di un tempo. Con gli stemmi giganti attaccati sulla sinistra. Dalla parte del cuore. Ma stop. Le favole, nel calcio, non hanno mai un lieto fine ormai. Anzi, quando si intuisce che una favola sta andando avanti e se ne stanno scrivendo ulteriori pagine, è importante bloccarla e renderla innocua. Più che altro reale. Hai visto mai che qualcuno dovesse crederci e sognare?

Ditelo voi al presidente Moccagatta. Ditegli che la semifinale d’andata non si giocherà nel suo stadio. Neanche nella sua città. Perché per il calcio del 2016 tutto ciò è inconcepibile. Sì, perché poco importa se sinora tutte le gare si siano regolarmente disputate là. Senza problemi. Appena si annusa un minimo di calcio d’élite, ecco piombare misteriosamente restrizioni, divieti e problemi logistici.

Biglietto nominativo, prefiltraggi e tessere del tifoso forse non bastano, è stato forse un problema di ordine pubblico a causare lo spostamento della sede? I tifosi rossoneri necessitano la presenza delle barriere automatiche (ad esempio) e quelli del Padova, no? Viene da ridere, se non ci fosse da piangere. Viene anche da pensare, guardando l’astrusa formula della Coppa Italia, che tutto sia ordinatamente disposto per favorire il cammino delle grandi ed evitargli eventuali figuracce. Nella fattispecie, vogliamo candidamente dire che uno dei pochi pericoli per il Milan era il fatto di giocare in un campo avverso, stretto e spigoloso? Bene, problema risolto. Si gioca all’Olimpico di Torino. Praticamente in campo neutro e con una afflusso di pubblico che di certo non riempirà le gradinate e non sarà poi tanto maggiore di quello che l’impianto alessandrino avrebbe permesso.

5.827 è la capienza ufficiale. 780 sono i posti destinati agli ospiti. Considerando che, di certo, per i tifosi milanisti non sarà la gara dell’anno, si potrebbe tranquillamente asserire che con un po’ di buona volontà, e altrettanta organizzazione, il tutto avrebbe potuto regolarmente svolgersi ad Alessandria. Ma, concetti come questi, sono completamente astrusi al calcio italiano. Un sistema che ormai guarda solo e soltanto al profitto occasionale e non all’interesse che a lungo termine andrà sempre più scemando in seno ai suoi seguaci. Dicevamo della formula di questa Coppa Italia. Forse il massimo esempio di come questo sport sia diventato elitario, discriminatorio e anti-sociale.

Le nostre istituzioni pallonare si riempiono spesso la bocca (in maniera spropositata e a volta errata) con il fantomatico “modello inglese”. Sia per la gestione degli stadi che per quella dei campionati. In prima battuta, allorquando si pensa che l’Inghilterra sia il Paese del rigore assoluto si ha ragione, peccato che questo abbia tutt’altro significato a casa di Sua Maestà. Rispetto delle regole infatti non vuol dire trattare i tifosi come animali e privarli della possibilità di tifare con divieti o restrizioni assurde. Scordatevi che nel Regno Unito, ad esempio, vi impediscano di portare tamburi, striscioni e bandiere, oppure vi obblighino a sottoscrivere tessere rilasciate dal Ministero dell’Interno per seguire la vostra squadra in trasferta. Quindi, già questo basterebbe per dire ai sapientoni che si nascondono dietro talune bugie: “Di cosa vogliamo parlare?”.

Tornando all’aspetto prettamente calcistico però, se si volesse rendere la Coppa Italia davvero interessante ed equa (ebbe ragione Sarri, un paio di stagioni fa, quando, alla guida dell’Empoli, la definì “il torneo più antisportivo che ci sia”) si opererebbe in maniera molto semplice e intelligente, facendo entrare le grandi squadre già dai primi turni e imponendo il turno secco in casa per tutti i club più deboli. Sai come ci divertiremmo? Ahinoi, però, sorgerebbero dei problemi che il calcio italiano non saprebbe (non vorrebbe?) gestire.

Immaginate un primo turno che veda di fronte Bassano e Napoli. Considerati i criteri di valutazione e gestione delle manifestazioni sportive italiche, già prevedo la partita spostata in un altro stadio e la trasferta vietata, o limitata, ai supporter  partenopei. Del resto negli ultimi anni si è arrivati a vietare o interdire partite di hockey su ghiaccio e pallavolo e costantemente si vietano trasferte per i più disparati e ridicoli motivi, che fossimo in un Paese normale gli autori di tali decisioni verrebbero probabilmente defenestrati con tanto di damnatio memoriae. E poi dimentichiamo che per i grandi club sarebbe davvero una iattura, dover cominciare prima la stagione e addirittura rischiare di fare figuracce su campi di Lega Pro o Serie D. No. Attualmente la cosa è impensabile. Molto più facile che le squadre di categoria inferiore, in futuro, vengano messe da parte e la Coppa Italia si disputi soltanto tra le primo otto della Serie A. Come avviene nel basket.

La realtà è che i tanti che invocano “le famiglie allo stadio”, “un calcio per tutti”, “uno sport equo”, sono gli stessi che non lo vogliono. Schiacciati sotto il peso degli interessi che hanno distrutto questa disciplina e fatto smettere a migliaia di bambini, e non solo, di sognare a occhi aperti di fronte a miracoli sportivi o palloni che entrano lentamente in rete coronando le speranze covate per una settimana. La favola dell’Alessandria, comunque vada, è finita a La Spezia. Ciò che viene dopo è solo un triste melange di retorica e belle parole ipocritamente dette per accomodare un finale già scritto. In cui non c’è posto né per le piccole realtà né per quel calcio di cui ci siamo tutti innamorati. Che il presidente Moccagatta li perdoni.

FOTO: www.museogrigio.it

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3 Commenti

3 Comments

  1. Mauro Leva

    gennaio 25, 2016 at 2:55 pm

    Sono d’accordo non al 100% ma al 110% !
    Solo che a oggi, 25.01.2016, solo ad Alessandria sono stati venduti quasi 18.000 (E DICO DICIOTTOMILA!!!) biglietti.
    Nel nostro glorioso ed unico “MOKKA” non avrebbero potuto starci, con tutta al buona volontà.
    Io sono sicuro però che il nostro Presidente Giuseppe Moccagatta di lassù, domani sera, anche se giocheremo a Torino farà un grande tifo lo stesso per il suo ed il nostro “MAGICO ORSO GRIGIO”.
    S E M P R E E S O L O “F O R Z A G R I G I ! ! ! !”

  2. Luciano

    gennaio 26, 2016 at 10:47 am

    Da vecchio terzino dx ,alla burgnic, degli allievi di_GIUSEPPE CORNARA…-dico _per sempre. Forza grigi

  3. Pingback: Stanotte saranno in tanti ad essere dalla parte dell’Alessandria | Blog

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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