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Calcio

Augustin Pagola Gomez: il calciatore basco che divenne una spia sovietica

Simone Nastasi

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La questione dell’ex spia russa Skripal avvelenata secondo i servizi segreti inglesi dalla Russia, ci riporta alla mente una storia di sport e spionaggio, il cui protagonista fu Augustin Pagola Gomez, il calciatore basco dalla doppia vita.

Pallone e politica. Sport e servizi segreti. Il binomio si rinsalda nella storia di un calciatore spagnolo che fuggito dalla sua terra d’origine negli anni della guerra civile spagnola, si rifugia in Unione Sovietica.  Per  diventarne un cittadino e soprattutto una spia al servizio dell’URSS.

E’ questa infatti la storia di Agustin Pagola Gomez, un altro di quei calciatori costretti a cambiare vita per colpa di una guerra scoppiata nel loro Paese. E la vita di Pagola (nato nel 1922) cambia per sempre all’età di 15 anni quando è costretto a fuggire in Unione Sovietica per scappare dalla guerra civile che sta dilaniando la sua cittadina natale Errenteria (nei Paesi baschi) come anche l’intera Spagna.

Giunto in Russia, il piccolo Agustin dopo aver trovato alloggio nella casa famiglia di Obnisk continua comunque a giocare a calcio. E’ infatti nominato capitano della squadra di calcio giovanile dei rifugiati baschi e le sue doti di difensore non passano inosservate. Arriva anche il debutto nel calcio sovietico con la maglia del Krasnaya Roza e poi, nel 1946, l’arrivo al Krylia Sovetov dove resta soltanto una stagione. Perché l’anno successivo la sua carriera spiccherà definitivamente il volo. Nel 1947 infatti arriverà  il passaggio al Torpedo Mosca dove resterà per nove anni. Il Torpedo sarà a tutti gli effetti la squadra della vita. E dei bianconeri, Pagola Gomez diventerà oltre che una colonna inamovibile anche il capitano. A tal punto di guadagnarsi la convocazione nella nazionale sovietica che parteciperà nel 1952 alle Olimpiadi. Con la maglia del Torpedo vincerà anche due coppe nazionali (nel 1949 e nel 1952).

Ma gli anni trascorsi a Mosca per Pagola Gomez significarono anche altro. L’impegno politico e il definitivo avvicinamento al comunismo. Come racconta il sito Minutosessantotto, “la sua casa di Mosca diventerà uno dei centri nevralgici dei rifugiati spagnoli” nella quale “non era difficile incontrare personaggi di spicco della sinistra spagnola come Dolores Ibarruri detta la pasionaria”. Per questo che, quando nel 1956 il governo di Franco deciderà di concedere il rimpatrio degli esuli baschi, il PCUS, pensa proprio a lui come personaggio “da infiltrare” nel cuore della Spagna franchista. D’altronde Pagola è ancora un calciatore in attività e il suo ritorno in Spagna può essere visto semplicemente come una questione di calciomercato.

In realtà il PCUS attraverso Pagola vuole ottenere la riorganizzazione del partito comunista a Madrid. Ma come racconta Edoardo Molinelli sul sito Minutosessantotto la squadra di Madrid che avrebbe dovuto tesserarlo, cioè l’Atletico, volle testare le sue condizioni fisiche. L’occasione per farlo è un’amichevole che l’Atletico gioca l’8 dicembre del 1956 contro il Fortuna Dusseldorf. Quel giorno Pagoda Gomez, difensore ormai trentaquattrenne scende in campo tra le fila dei colchoneros. Ma la sua prestazione, finirà per non convincere abbastanza i dirigenti dell’Atletico che alla fine decideranno di non tesserarlo.

Pagola Gomez fa così ritorno in patria, nei paesi baschi, per iniziare una carriera come allenatore di una formazione di terza divisione, il Tolosa dove allenerà anche Periko Alonso, il padre di Xabi. Il calcio però, una volta tornato in Spagna, non è più l’attività primaria per l’ex difensore del Torpedo di Mosca. Piuttosto è la politica con l’obiettivo di ricostituire il Partito Comunista spagnolo. Ma questa attività costerà a Pagoda Gomez l’accusa da parte del governo franchista di sovversione.

Nel 1961 arriva anche l’arresto e l’imprigionamento nel carcere madrileno di Carabanchel. Un atto che però finisce per scuotere la comunità internazionale. Divisa dal bipolarismo Est-Ovest ma unita (con Francia e Unione Sovietica in testa) nel chiedere alle autorità spagnole (per riuscire ad ottenerlo) il rilascio di Pagola Gomez (ormai diventato una celebrità). Nel 1968, all’indomani dello scoppio della Primavera di Praga, con la presa di posizione dell’allora segretario del PCE Santiago Carrillo, contro le politiche repressive imposte da Mosca, si consumerà la definitiva scissione tra Pagoda Gomez (rimasto fedele all’URSS) e il partito comunista spagnolo. Una rottura insanabile che porterà l’ex calciatore (che nel frattempo nel 1970 ha fondato il Partido Comunista de Espana) a chiedere a Mosca la messa al bando di Castillo “per alto tradimento”. Ma l’attività a capo del partito da lui fondato dura solo qualche anno. Infatti, una volta ammalatosi, Pagola vuole fare ritorno a Mosca. La città che lo aveva adottato parecchi anni prima. E dove morirà il 16 novembre 1975.

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Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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Dario Fo: il Premio Nobel che amava il calcio “vecchie maniere”

Matteo di Medio

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Il 13 Ottobre 2016 moriva Dario Fo, uno degli artisti italiani più stimati al mondo. Un uomo che aveva capito come sarebbe finito il nostro calcio e l’aveva detto chiaro e tondo.

Sono passati due anni esatti della morte del premio nobel per la letteratura Dario Fo. Dopo giorni di ricovero all’ospedale Sacco di Milano, l’istrionico drammaturgo salutava il mondo, lasciando una traccia indelebile nel panorama artistico nazionale ed internazionale. Un uomo senza peli sulla lingua, in prima fila nelle battaglie contro i poteri forti. Logiche di potere che nel tempo hanno coinvolto tutti i livelli della società compreso lo sport, in particolare il calcio.

Dario Fo, che in un’intervista aveva dichiarato di aver praticato da dilettante il nuoto di fondo e la corsa di montagna, evidenziò il cambiamento radicale che l’universo sportivo ha vissuto nel corso del tempo, passando da una logica popolare verso una visione solo legata al business e al successo a tutti i costi. Lo sport come specchio di una collettività che stava perdendo la dignità e l’allontanamento dei valori di comunità che il popolo italiano, e non solo, stava vivendo e che, tragicamente, vive quotidianamente. “Quando ero giovane io, accadeva che fare dei viaggi, andare in un’altra città al seguito della tua squadra del cuore era costoso ed un privilegio che si concedeva ai gruppi di supporters ufficiali dell’équipe. Ora ci sono questi “faccendieri” che organizzano trasferte e chiamano chi vogliono loro, approfittando dei soldi che circolano in quantità maggiore nelle casse delle squadre. Questo mutamento radicale di sistema ha provocato la creazione di un clima più acuto, più esacerbato, aggressivo. Lo sport ora è diventato un affare da gestire, come in una lotta tra multinazionali, con conseguente perdita di valori, quelli genuini che nutrivano le discipline. Quello spirito della correttezza sportiva che caratterizzava i tempi miei non c’è più o c’è sempre meno: mi riferisco al motto del “Vinca il migliore”, non un modo di dire puro e semplice, piuttosto un sentire vero, profondo, che albergava nell’animo dei giocatori e degli atleti“. Accuse forti che risultano essere tremendamente profetiche visti i tempi moderni e la direzione che lo sport sta prendendo giorno dopo giorno, anche in tema di demonizzazione a tutti costi dei tifosi:Quando perdi le relazioni con il prossimo, perdi la dignità, la generosità verso il tuo compagno, verso il collega e il “diverso” diventa il tuo principale nemico, da aggredire, da mortificare“.

Forte e diretto come sempre, si scagliò contro il razzismo e i “poveri” del calcio: “I giocatori che vengono dall’Africa nei grandi club italiani sono pagati meno. E’ una guerra di poveri contro i ricchi. Diverso è per il Rugby, uno splendido sport non ancora macchiato dalle grandi logiche del guadagno e del potere. Tutto il contrario del football americano, che vive la sua giornata di gloria con la finale di Super Bowl“. Sempre il business al centro della critica e la guerra contro quei Presidenti di calcio spinti solo da mire affaristiche. Ed è stato proprio il calcio moderno ad allontanarlo dalla passione per il pallone, in particolare per la sua Inter di cui era tifoso: “Ero tifoso dell’Inter di Meazza, ma ho smesso di seguire da vicino questo sport quando sono iniziate le manfrine e lo si usava per fare politica. Certe cose non mi piacciono. Adesso mi appassiono soprattutto per la Nazionale che spero torni ad essere vincente come nel 2006“. Così diceva nel 2014 quando Thohir era a capo della squadra nerazzurra da poco più di un anno. E anche per il magnate indonesiano, l’artista varesino non lesinò bordate che, anche in questo caso, risultarono essere in linea con quanto sarebbe accaduto in tempi non sospetti con il passaggio di proprietà al gruppo cinese Suning: “Pensate che si senta a casa a Milano? Che abbia dentro lo spirito milanese? Oppure credete che sia venuto qua perché considera l’Inter un affare? Purtroppo non c’è più la dimensione greca dello sport, la voglia di confrontarsi che avevano tutte le Polis. Gli anni sono passati e i valori sono diversi“.

Ma non risparmiò neanche il Milan e la città in generale:”Lo sport è lo specchio della società e in questo caso della città. Io fingo di non interessarmene ma in realtà il calcio un po’ lo seguo e non posso non accorgermi che si sono perse la chiarezza, la pulizia e l’esempio che Milano ha dato per anni. Sfoglio i giornali e leggo solo di ‘business’, di ‘progetti’, di giocatori da comprare e vendere come se il mondo del pallone fosse diventato il mercato degli Obej Obej. Prima le due società milanesi non erano così“.

Dedicò anche un libro ad un pugile sinti, raccontando la storia di Johann Trollmann, deportato nei campi di concentramento nazisti.

Un personaggio scomodo che ha sempre detto quello che pensava, giusto o sbagliato che fosse, e che, per quel che concerne lo sport, aveva centrato in pieno le dinamiche che lo stanno lentamente portando al collasso.

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Bruno Neri, storia del calciatore partigiano che non si piegò al Fascismo

Simone Nastasi

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Il 12 Ottobre 1910 nasceva a Faenza, Bruno Neri, il calciatore partigiano divenuto simbolo della Resistenza al Regime Fascista. Lo celebriamo raccontando la sua storia e quel gesto che gli valse la gloria eterna.

 

Anche l’Italia ha avuto il suo Carlos Caszely. Il calciatore ribelle che non ha voluto accettare il corso della storia. Che non si è piegato al cambio di potere in atto all’interno del suo Paese, il Cile: fuori la democrazia e dentro la dittatura militare. Che ha sbagliato un calcio di rigore importante o si è fatto espellere in una partita dei Mondiali e soltanto, a quanto pare, per fare uno screzio al tiranno. Beccandosi perciò gli strali del generale Augusto Pinochet.

Molti anni prima di Carlos Caszely c’è stato chi ha voluto anticipare le sue gesta. Ribellandosi al potere governante e diventando un “eroe” popolare, ma non per quanto fatto vedere sul campo, ma fuori. E’ successo in Italia. Ai tempi del fascismo. Quando Bruno Neri vestiva la maglia della Fiorentina. Ancora oggi, lo ricordano come il “calciatore partigiano”. Per via di quella sua militanza antifascista che lo portò, una volta scoppiata la guerra, a decidere di imbracciare perfino le armi.

Ma il gesto che entrerà per sempre negli almanacchi della storia del calcio, accadrà in un giorno del 1931. Quando a Firenze si deve inaugurare il nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce, che infatti sarà progettato a forma di lettera “D”.  Si sarebbe chiamato “Giovanni Berta”, in onore del celebre squadrista fiorentino. Per poi negli anni successivi, diventare dapprima lo “Stadio Comunale” e poi successivamente (come si chiama oggi) “Artemio Franchi”.

La partita inaugurale è prevista il 13 settembre del 1931. Quel giorno è infatti in programma la sfida tra la squadra di casa la Fiorentina e la compagine austriaca dell’Admira Vienna. Sugli spalti gli spettatori presenti sono 12 mila. Lo stadio può contenerne molti di più ma i lavori non sono ancora stati terminati. Prima del fischio di inizio è previsto (come di norma) il saluto alle autorità presenti in tribuna. Per l’occasione, quel giorno, allo stadio “Berta” ci sono anche il podestà fiorentino Della Gherardesca e altri gerarchi fascisti . Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro per omaggiare i rappresentanti del regime. Tutti meno che uno. Lui, Bruno Neri il quale sarà l’unico di quella formazione a non rivolgere verso le autorità il consueto “saluto romano” (come fece, allo stesso modo, Matthias Sindelar in occasione di Germania-Austria). Nonostante sia ancora un calciatore,  Bruno Neri è già un convinto antifascista. Il quale, molti anni più tardi, dopo l’armistizio di Cassibile nel 1943, deciderà di arruolarsi nella Resistenza partigiana. Assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna, con il nome di battaglia “Berni”.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà quello, l’ultimo campionato della sua vita. Morirà infatti, il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-Romagnolo. Da quel giorno, Bruno Neri detto “Berni” diventerà per tutti il calciatore partigiano.

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