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Adamello Snooker: Barry Hearn è Il Vero Cupido Della Val Camonica

Davide Portinari

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Chi avrebbe mai detto che la promozione dello snooker ad opera del grande organizzatore Barry Hearn, a distanza di  trent’anni, avrebbe influenzato la vita biliardistica della Val Camonica? Infatti, quattro anni fa, è stato proprio per merito di un tavolo marchiato “MATCHROOM”, che i fondatori del futuro “Adamello Snooker” si sono incontrati. Cente Clementi, 59 anni e grande esperienza su tutti i tavoli da biliardo e Luca Gherardi, 39 anni, purista dello snooker, all’epoca neofita ma ora giocatore sempre più pericoloso, si sono conosciuti proprio davanti a questo monumento in legno, ardesia e panno che è il tavolo in questione.

Acquistato da Marco e Massimo, lungimiranti proprietari del Biliardo Club di Costa Volpino, bella sala biliardi nella cui attività si è innestata la vita del nascente gruppo di appassionati, questo tavolo appartiene ad un’epoca di  grandezza dello snooker televisivo. Riesumato da qualche magazzino, è certamente uno dei tavoli che, all’inizio degli anni Ottanta, sono serviti per l’unico torneo di esibizione tenuto in Italia, all’Hotel Gallia di Milano, con partecipazione di Steve Davis, Jimmy White e gli altri campioni dello squadrone promozionale MACTHROOM. Gherardi, alla disperata ricerca di un tavolo dove praticare senza dover prenotare voli aerei, sente parlare di questa operazione e si precipita arrivando proprio nel momento successivo al termine dell’installazione, mentre il suo futuro socio Clementi lo sta collaudando. Qui Barry Hearn agisce come un cupido e scocca la freccia dell’innamoramento snookeristico tra i due protagonisti dello snooker bresciano.

Ecco spiegato l’arcano ed ora passiamo la parola a Gherardi, meglio conosciuto sui social network dello snooker come Caluix, che ci parla di questo gruppo di appassionati partendo dall’ideazione del logo, simpatico ed efficace: “Il logo l’ha disegnato Cente, è una rivisitazione del ‘pitoto’ della Valle Camonica, famosa nel mondo per le incisioni rupestri (petroglifi). Più di 20 giocatori possono sembrare non molti ma va considerato il bacino di utenza di una valle stretta e lunga come la Valle Camonica. Inoltre l’attività non ha ancora 3 anni. Siamo certamente penalizzati dalla posizione, ma di contro la sala resta ancora un locale che aggrega molto non essendoci le possibilità di una metropoli. Io e Cente siamo i gestori dell’Adamello Snooker, siamo in due e in parecchie cose siamo opposti ma questo offre il vantaggio di vedere le cose con una prospettiva diversa.  Lui è uno che ha sempre giocato a qualunque specialità fin da piccolo ed è sempre in sala, io invece praticamente solo a snooker. Arriva circa 1 giocatore al mese e circa 6 all’anno poi restano nell’orbita. La situazione ha superato le nostre aspettative. A fine 2014 eravamo in 3 ora abbiamo un campionato provinciale e 20 giocatori. I giocatori provenienti dai birilli sono meno della metà, 7/8 sul totale, tutti gli altri sono appassionati di snooker genuini”.

Le iniziative per diffondere la conoscenza tecnica del gioco non mancano e la collaborazione con il coach EBSA Max Sabetta, titolare della Tirano Snooker Academy sono già iniziate con grande entusiasmo di tutti i player. L’anno scorso è stato installato un secondo tavolo e i nostri due appassionati fondatori Cente e Caluix, hanno partecipato all’ultimo PJ NOLAN COACHING CAMP 2017 tenuto a Trezzano maturando così il diritto a partecipare ai prossimi corsi di formazione per i coach F.I.Bi.S. di snooker. “I nostri iscritti stanno dando buone soddisfazioni” dice ancora il vulcanico Cente “la cosa che ci piace molto è che metà dei giocatori non provengono da altre specialità ma hanno debuttato con lo snooker. Per questo abbiamo bisogno di attività di coaching e allenamento. Marco Gualeni è del 1993, ha un best break di 35 ma è già andato oltre i 30 punti diverse volte. Il giocatore più giovane è Davide Foti del 1996 e abbiamo ben 7 giocatori nati dopo il ’90… non è male. Il massimo break dell’Adamello è un bel 43 siglato da Alberto D’Amico che sta disputando il regionale di serie A, poi due 40 e parecchi 30. L’attività che stiamo organizzando per i prossimi mesi sono ‘allenamenti di gruppo’ con esercizi e video ed il 25 Marzo avremo un torneo interno. Sarà il quarto torneo “ufficiale” oltre ai campionati provinciali negli ultimi 18 mesi”.

Un palinsesto ricco di iniziative e  attento alle esigenze dei giocatori, il sodalizio con F.I.Bi.S. è sempre molto attivo ed il campionato provinciale si sta svolgendo secondo i ritmi consueti. Così, abbiamo raccontato le vicende della fondazione di Adamello Snooker, tratteggiato i ritratti dei due pionieri dello snooker camuno, i loro programmi attuali e futuri. In questa rubrica CLUB, scegliamo di approfondire la conoscenza delle realtà che agiscono sul piano della snooker nazionale per darne maggiore visibilità ed allargare i loro potenziali fruitori sul territorio ma soprattutto per mettere in mostra degli esempi di biliardo sportivo. Iniziative che vengono edificate su basi nuove e possibilmente prive di tanti vizi che hanno guastato in passato l’immagine del biliardo. Anche questa volta siamo molto contenti di aver mostrato una perla che, insieme con le altre che andremo a raccontare nei prossimi appuntamenti, vuole aiutare il nostro desiderio di accogliere ed accompagnare le persone con tutta la serietà edificante che il vero sport promette sin dalle sue origini.

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2 Commenti

2 Comments

  1. Michael Furey (Gerardo Calzerano)

    marzo 13, 2017 at 8:05 pm

    complimenti a Luca e Cente che conosco personalmente, Luca in particolare é anche autore di un server sul quale vengono salvati tutti i risultati e le statistiche di ogni partita dei suoi giocatori, tramite uno scoreboard accessibile via internet, un lavoro davvero imporante per la promozione di questa splendida disciplina,frutto di tanta passione messa a disposizione gratuitamente per altri appassionati come lui. Forza Adamello abbiamo bisogno di persone come voi

  2. Caluix

    marzo 17, 2017 at 2:32 pm

    Grazie a voi per l’articolo. 🙂

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Lucio, la Lazio e il suo canto libero

Jacopo DAntuono

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Il 9 Settembre 1998 Lucio Battisti, uno dei più grandi della storia della musica italiana. Un artista la cui musica è diventata l’inno dei tifosi della Lazio che hanno sempre rivendicato la sua passione per i colori biancocelesti.

Lucio Battisti era tanto grande quanto riservato. Per questo non ha mai manifestato apertamente la sua passione per la Lazio. Proprio non sopportava l’idea di essere etichettato. Eppure di etichette in quegli anni, gliene sono state affibbiate addosso tantissime. Un giorno era di destra per ‘Il mio canto libero’, un altro era fascista perchè tifava Lazio. Insomma il festival dei luoghi comuni e delle banalità.

Lucio non è mai stato compreso fino in fondo. Spesso è stato frainteso. Quando ha tagliato con i fan e i giornali qualcuno ha pensato che si fosse montato la testa. E Lucio ne avrebbe avuto tutto il diritto, perchè la sua musica era come la mano di re Mida. Ha rappresentato qualcosa di importante per ognuno di noi. E continua farlo ancora oggi.

“Mio figlio era un grande tifoso della Lazio, amava andare allo stadio senza farsi riconoscere” rivelò tempo fa suo padre Alfiero. Battisti distingueva nettamente la vita privata da quella artistica. Voleva parlare al suo pubblico esclusivamente attraverso la musica. E basta. Tanto da dribblare abilmente questi argomenti non inerenti al suo lavoro.

Ma un bel giorno Lucio si stufò anche di questo. Era stanco di dover far fronte ad un qualcosa più grande di lui: la sua popolarità. Decise il silenzio totale. Battisti era un gran tifoso della Lazio, ma non solo. Tanti altri aspetti della sua vita privata restano ignoti al grande pubblico. Ed è giusto così in fondo.

Un artista non può camminare dietro il suo pubblico, un artista deve camminare davanti“. E’ difficile camminare davanti al proprio pubblico. E’ molto pericoloso e ci vuole gran coraggio. Ma in queste parole è racchiusa tutta la sua essenza. L’essenza di un artista che vuole lasciare incontaminata la sua immagine. Fu così che all’apice della sua carriera Lucio decise di non rilasciare più interviste ai giornali, rifiutò di posare per fotografie e diede una mazzata alle tv sostenendo che l’olio di ricino fosse meglio.

I toni si inasprirono, la critica cominciò ad attaccarlo. Nel frattempo arriva la separazione da Mogol. Il grande amore finisce, i due viaggiavano su binari diversi. Lucio voleva evolversi, spingendosi artisticamente fino al limite della sperimentazione.

Inizia la collaborazione con Panella. Il taglio col passato è nettissimo. I testi sono dei giochi di parole e doppi sensi. Musicalmente esplora luoghi inusuali, sfornando brani come “La Sposa Occidentale”, “La Metro eccetera”, “Almeno l’inizio”, “Estetica”, “Fatti un pianto”, “Cosa farà di nuovo”  e “Il Diluvio”. Dei capolavori.

E al diavolo chi ha osato bestemmiare dicendo che ormai fosse diventato un dilettante spaventoso. Lucio ha ricevuto tanto amore meritato. Ma anche tanti insulti. Musicalmente parlando e non. Che fosse tifoso della Lazio ormai è risaputo. Da genoano, vantando Faber e Savoretti non dovrei provare alcuna invidia. Ma Lucio è Lucio e un po’ di gelosia c’è. Ma in fondo cosa importa. Nemmeno a lui interessava. Battisti parlava attraverso la musica. E ciò che aveva da dire era fantastico, oltremodo fantastico.

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Johann Trollmann, il pugile sinti vittima delle Leggi Razziali

Matteo di Medio

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Con l’introduzione delle Leggi Razziali, nella Germania nazista e nell’Italia fascista la popolazione ebraica fu definitivamente messa al bando. Ma non furono i soli a subire le conseguenze del regime. Anche i sinti vennero perseguitati e uccisi in massa. Tra loro Johann Trollmann, il pugile “zingaro” che mai si piegò al germe che si era propagato in tutta Europa.

Adolf Hitler amava la boxe. Per lui la nobile arte rappresentava il massimo esempio di forza e supremazia sotto forma di prestanza fisica, disciplina e velocità di decisione, in barba a coloro che la volevano relegare ad attività volgare lontana dall’eleganza della scherma. Johann Trollmann era un pugile. Diverso dallo stereotipo del Fuhrer.

Nato nel 1907 in Bassa Sassonia da una famiglia sinti, in mezzo ad otto fratelli, cominciò a tirare a 8 anni, seguito da un allenatore ebreo. Cresce di età e di fisico diventando, incontro dopo incontro, uno dei pugili più richiesti del panorama tedesco. Fisico asciutto e scultoreo, chioma riccia e mora lo trasformano in “Rukelie”, l’albero, e a bordo ring le ragazze fanno a gara per accaparrarsi un sorriso, uno sguardo di quel rom che è già un divo e un rubacuori. Ma la sua diversità con il perfetto boxeur hitleriano non è solo nell’aspetto, così lontano dalle caratteristiche estetiche tanto amate dal dittatore. Trollmann è un pugile moderno, assimilabile per stile a Muhammad Ali. Veloce, leggero nei movimenti, Johann saltella intorno all’avversario, lo sfianca, lo irride per poi sferrare il colpo decisivo, quello della vittoria.

Nella categoria dei pesi medi è uno degli atleti più temuti. L’apice della sua carriera lo tocca in occasione dell’incontro valevole per il titolo contro il tedesco Adolf Witt, il 9 giugno 1933. In quella occasione, quello “zingaro” sconfigge l’avversario, sfruttando, appunto, le sue caratteristiche che lo hanno reso famoso. Caratteristiche vincenti ma che non piacevano all’ambiente nazista. Per questo, Georg Radamm, presidente dell’Associazione Pugili Tedeschi non vuole convalidare la vittoria, ma la rivolta del pubblico presente mette fine a questa ingiustizia, portandolo letteralmente in trionfo e obbligando la commissione a confermare il titolo. Le lacrime di Trollmann, in quell’occasione, sono il ricordo più vivo.

Ricordo che rimase vivo anche nella mente della Federazione che, una settimana dopo, per squallidi motivi legati al suo stile di combattimento (effeminato) e alle lacrime (non consone ad uno sport così virile), annullano il match, “concedendogli” la possibilità di rifarsi in occasione di un incontro organizzato contro Gustav Eder. Ma con delle limitazioni: niente balletti e giravolte, si boxa alla maniera nazista, maschia, al centro del ring.

La reazione di Trollmann vale il prezzo del biglietto e i fatti raccontati si mescolano con la leggenda: pare che l’atleta si sia presentato con i capelli ossigenati, biondo. Sul corpo un velo di farina che lo ricopriva completamente. La perfetta maschera dell’ariano perfetto. I cinque round che si susseguono sono una rivolta silenziosa: Johann fermo in mezzo al “quadratoincassa a ripetizione fino a perdere la sfida. Da quel giorno, Trollmann non fu più pugile, fatte salve alcune apparizioni in match secondari o fiere di Paese.

A partire dal 1938, fu costretto alla sterilizzazione, in quanto sinti, secondo le leggi razziali introdotte dal nazismo. Per evitare problemi alla sua famiglia, divorziò dalla moglie Olga, separandosi anche dalla figlia Rita, che cambiarono cognome.

Partito per il fronte con la divisa della Wermacht al confine russo, fa ritorno con licenza nel 1942. La situazione è drasticamente cambiata. La sterilizzazione non era più sufficiente. Un po’ di carcere ad Hannover e, più tardi, deportato nei campi di concentramento insieme ad altri 500.000 innocenti di etnia rom e sinti.

A Neuengamme, vicino ad Amburgo, torna ad essere pugile. Nel campo di lavoro è costretto, pur di avere una doppia razione di cibo, a combattere come “sparring partner“, più che altro come punching ball, negli incontri organizzati dalle guardie naziste. Vittima sacrificale, umiliato e deriso pur di mangiare, di resistere. Si è spenta la luce che incantava le ragazze negli occhi di Johann. L’ironia, quella danza intorno all’avversario, il non prendersi sul serio hanno lasciato spazio a disperazione e rabbia.

Viene trasferito al campo adiacente di Wittenberge. Anche qui, riconosciuto da un ex arbitro, non sfugge al suo amaro destino.

Ennesima nottata, ennesimo incontro. Di fronte a lui, il kapò Emil Cornelius. Solo il nome incute terrore. Trollmann è stremato e pelle ossa. Malgrado questo, lo spirito dell’uomo che fu rivive nei guantoni del pugile che, con l’ultimo sforzo, sconfigge il suo aguzzino, urlando metaforicamente la sua anima libera. L’umiliato che umilia l’umiliante. Inaccettabile per un devoto nazista: giorni dopo, mentre era a lavoro, Cornelius raggiunge Trollmann e si prende la sua vendetta. Lo uccide. C’è chi dice con una pallottola in testa, chi massacrato a badilate. E’ il 9 Febbraio 1943. Si parla di morte accidentale. Ma nessuno ci crede. Robert Landsberger, un testimone, racconterà la verità, a conflitto terminato.

Il ricordo di Trollmann è vivo nel popolo tedesco: nel 2003 viene consegnata alla famiglia la cintura di campione dei pesi medi (quella che gli avevano negato) e nel 2010 nel Viktoria Park, quartiere di Kreuzberg a Berlino gli viene dedicato un monumento a forma di ring. Molti autori hanno trattato la sua storia: ricordiamo il nostro Dario Fo, con il libro “Razza di Zingaro.

Ennesima vittima innocente di un folle ideale, Trollmann non si è mai piegato. Come un Rukelie, un albero, ha accettato la sua condizione, la privazione della libertà e della gioia di essere atleta, colpito nel corpo ma con l’anima di chi ha provato a resistere, oltre l’umiliazione di essere considerato inferiore dai veri inferiori. Non fu la resa a spegnere il sorriso di Trollmann, ma il livore di chi, incapace di batterti sul “campo”, con una pallottola o una pala, poco conta, ti ha lasciato steso nella terra.

LEGGI LA STORIA DI MATTHIAS SINDELAR, IL PATRIOTA ANTI HITLER

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Bianchi contro Neri, la partita “razzista” dove nessuno si sentì discriminato

Matteo Luciani

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Estate 1979; West Midlands, più precisamente West Bromwich.

La società di casa allo stadio The Hawthorns è alla ricerca di una grande idea da proporre al proprio pubblico per omaggiare il calciatore Len Cantello; un nome che dalle nostre parti non dice molto ma che per i tifosi del WBA è da considerare una vera e propria leggenda.

Nato a Manchester nel 1951, ma cresciuto nelle giovanili del West Brom, Cantello inizia la propria, lunga, militanza tra le fila dei ‘Baggies’ nel 1968. Resta in maglia bianco-blu per ben undici anni, con 301 partite e 13 gol in First Division (i tempi della Premier League e della ‘rivoluzione inglese’, infatti, sono ancora piuttosto lontani).

Proprio nel 1979, tuttavia, le strade del WBA e di Cantello si dividono, con quest’ultimo che decide di trasferirsi al Bolton.

Il club in cui è cresciuto, comunque, non può fare a meno di rendergli il giusto tributo per una così grande fedeltà mostrata negli anni.

C’è, però, un problema che inizialmente blocca l’iniziativa: “come dividiamo le squadre?”, la domanda che si pongono i vertici della società anglosassone.

Alla fine, ecco il ‘colpo di genio’: i ragazzi del WBA si sfideranno divisi in due squadre in base al colore della pelle. Il match sarà tra ‘Blacks’ e ‘Whites’.

Oggi si sarebbero sollevati polveroni enormi; allora, invece, tutto sembrò normale, come spiegato da Cyrille Regis, uno dei membri del ‘Black Team’.

“Durante i nostri allenamenti spesso capitava di dividerci tra bianchi e neri. Penso che l’idea sia sorta quasi in modo naturale nella dirigenza, dopo aver pensato a tale fatto.”

“Nessuno ci contattò per dirci ‘hey, ma non pensate alle implicazioni che questa faccenda potrebbe avere?’. Per noi fu solo un’occasione di enorme divertimento. Ricordo negli spogliatoi prima della partita che eravamo fuori di testa per salutare Len”

I problemi, semmai, accadevano durante lo svolgimento delle gare stagionali: le banane lanciate sul campo all’indirizzo di calciatori neri furono solo uno dei tristi esempi che molti ragazzi dovettero affrontare in giro per l’Europa già da quegli anni.

Un esempio viene riportato alla BBC da George Berry, uno dei partecipanti alla gara in onore di Cantello, che alcuni anni prima, proprio sul campo del WBA, ma con indosso la maglia del Wolverhampton, dovette affrontare un tifoso di casa, reo di averlo definito ‘negro bastardo’ e di avergli consigliato di ‘tornare sopra gli alberi’.

Per fortuna, comunque, la partita al The Hawthrons si svolse in un clima di assoluta serenità.

Len Cantello ottenne un tributo straordinario da oltre ventimila persone, accorse solo per salutare il suo eccezionale esempio di fedeltà calcistica.

Per la cronaca, la partita terminò 3-2 in favore dei calciatori di colore. Il dato interessante riguardò il fatto che molti tifosi neri si precipitarono sulle tribune dell’impianto per guardare la partita e partecipare alla festa.

Nessuna protesta.

Zero polemiche per una scelta, comunque, non proprio lungimirante.

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