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89 anni di Clint Eastwood: il duro che ci ha raccontato il lato sociale dello Sport

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89 anni di Clint Eastwood: il duro che ci ha raccontato il lato sociale dello Sport

Il 31 maggio 1930 nasceva, nella città californiana di San Francisco, Clinton “Clint” Eastwood Jr, il grande regista e attore americano che oggi compie 89 anni. Vincitore di ben 5 premi oscar (2 come miglior film, 2 come miglio regia ed uno dedicato alla memoria Irving G. Thalberg) egli è uno dei massimi esponenti del mondo del grande schermo d’oltreoceano. Durante la sua carriera, iniziata nel 1955, Eastwood infatti ha preso parte, sia in veste di attore che di regista, ad alcune delle pellicole più famose di i tempi.

Tra queste possiamo citare: Il Buono, Il Brutto ed Il Cattivo; Fuga da Alcatraz; Gran Torino e Lettere da Iwo Jima. Tutti film che rientrano in diversi generi cinematografici anche molto diversi tra loro.

Nel corso della sua carriera, soprattutto in quella più recente, Clint Eastwood ha trattato anche la tematica sportiva. Essa, per l’esattezza, viene descritta in due pellicole molte recenti in particolare: Million Dollar Baby ed Invictus. In questi due capolavori, almeno a parere di chi scrive, il regista californiano riesce ad unire, in maniera praticamente perfetta, il lato sportivo a quello sociale.

In Million Dolar Baby, girato nel 2004 con la presenza di alcune stelle americane del grande schermo come Morgan Freeman e Hilary Ann Swank, Eastwood tratta del mondo del pugilato. La storia infatti parla di una giovane, Maggie Fitzgerald, che, figlia poverissima dell’America rurale, è costretta a vivere facendo la cameriera per tirare avanti.

Un giorno, però, la ragazza si iscrive alla palestra di pugilato, in cui insegna il personaggio interpretato da Eastwood. Tutto questo con uno specifico intento: diventare, affrontando ogni sacrificio richiestole, una vera pugilessa professionista a 32 anni di età.

All’inizio Frankie Dunn, il nome del protagonista interpretato dal regista californiano, non accetta l’idea che una ragazza cerchi di entrare, con questa tenacia, in un ambito sportivo in cui sono gli uomini a farla da padrone. Per questo motivo quasi non la prende in considerazione e la lascia allenare autonomamente.

Quando però anche il suo ultimo pugile lo molla, Frankie, vedendo la tenacia con cui si allena Maggie, decide di prenderla come propria atleta e di allenarla personalmente. Così facendo si viene a creare un vero e proprio rapporto padre-figlia tra i due che, allo stesso tempo, porta anche ottimi risultati sul ring.

In questo modo la giovane riesce a trovare quella strada di riscatto sociale da lei sempre agognato. Per il suo allenatore, invece, si tratta di una vera rivincita da un punto di vista professionale: per la prima volta, infatti, non viene considerato un coach “di passaggio” prima di fare il grande salto professionale ma un vero e proprio “guru” di cui seguire ogni consiglio e suggerimento.

Il finale purtroppo è alquanto tragico: la ragazza, durante un match per conquistare il titolo di campionessa di categoria contro una ex prostituta tedesca nota per le sue scorrettezze, viene colpita a tradimento dalla sua avversaria e finisce in coma. Al risveglio si ritrova su un letto di ospedale, immobile, e capisce che non potrà più tornare sul ring.

A quel punto Maggie cerca, in vari modi, di suicidarsi. All’inizio Frank tenta di persuaderla da quella idea ma, dopo aver visto in che situazione sarebbe eventualmente costretta a vivere, prima stacca il respiratore per farla addormentare e poi le inietta una massiccia dose di adrenalina per fermarle il battito cardiaco.

In “Invictus” invece Clint Eastwood tratta un episodio che si ricollega alla storia del Sudafrica: la fine dell’apartheid. Siamo infatti nel 1995 e, nel grande stato del Continente Nero, ha appena vinto le elezioni un certo Nelson Mandela: un nero che, dopo decenni di segregazione razziale, riesce a tornare alla guida del paese come presidente della Repubblica.

In quell’anno il fato ha voluto che si tenesse, proprio in Sudafrica, la fase finale della Coppa del Mondo di rugby. Gli Springbocks, soprannome con cui è conosciuta la nazionale di casa, sono una delle squadre che sono più accreditate per la vittoria finale.

Sul team, però, aleggia ancora l’ombra del razzismo che viene fuori in varie occasioni, anche nelle situazioni più banali. A cercare di trovare una soluzione, e di far capire le reali potenzialità dei giocatori in campo, ci pensa un rugbista in particolare, il capitano Jacobus François Pienaar che, in vari modi, riesce ad unire due mondi: quello dei bianchi e quello dei neri che sono stati divisi per troppo tempo dalle parti di Johannesburg.

Grazie anche all’aiuto di Mandela, Pienaar, riuscirà a tenere calme le acque, dovendo affrontare anche momenti di vera tensione, e contemporaneamente porterà gli Springbocks alla vittoria finale nella competizione iridata dopo aver battuto, in una finale a cardio-palma, i super favoriti All Black neozelandesi.

Per molti quella vittoria sportiva rilanciò, sotto altri numerosi punti di vista, l’immagine del Sudafrica a livello mondiale. La scena finale, secondo chi scrive, rappresenta a pieno questa rivincita sociale di cui si parla.

Insomma, ancora una volta, Clin Eastwood riesce, attraverso le sue pellicole, a descriverci ambiti e tematiche mondiali che difficilmente sarebbero state raccontate in maniera così efficace tramite il grande schermo.

Come posso finire questo pezzo? Sicuramente augurando “Happy Birthday” al vecchio Clint!

 

Classe 1991. Romano e laureato in storia. La mia passione per lo sport, in particolare rugby e calcio, comincia fin da piccolissimo. Il lato culturale l'ho acquisito nel corso del tempo e con un po' di fatica. Con i miei articoli cerco di unire i miei tre interessi principali: sport, storia e cultura.

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