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Calcio

11 Settembre 2001: il calcio nel giorno in cui il Mondo cambiò

Paolo Valenti

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Alle 14,46 (ora italiana) di diciassette anni fa, un aereo dell’American Airlines andava a schiantarsi contro la Torre Nord del World Trade Center di New York: era il primo di quattro voli dirottati da militanti di Al Quaeda che andava a scrivere le righe iniziali di una pagina di storia che avrebbe cambiato il corso degli eventi del primo decennio del ventunesimo secolo. Nel giro di poco più di un’ora sarebbe toccato alla Torre Sud del WTC, alla facciata ovest del Pentagono e ai prati della Pennsylvania raccogliere i resti meccanici e umani di un’operazione terroristica con connotati di una spettacolarità macabra che nessun produttore cinematografico era mai riuscito a immaginare nemmeno nelle scene apocalittiche più estreme.

Difficile spiegare a chi non c’era l’atmosfera che si respirava quel pomeriggio. In serata si sarebbe giocata la prima giornata dei gironi di Champions League: per la Roma esordio pirotecnico all’Olimpico contro il Real Madrid del neoacquisto Zidane mentre la Lazio doveva affrontare in trasferta il Galatasaray. I tifosi delle due squadre si erano svegliati la mattina col pensiero fisso al match serale e il primo pomeriggio sapeva già di pre-partita quando programmi televisivi e radio interruppero le trasmissioni per passare le informazioni che, dapprima frammentarie, via via sempre più precise, provenivano dagli Stati Uniti. Più che le notizie, erano le immagini che arrivavano in diretta a lasciare attoniti spettatori che, a migliaia di chilometri di distanza, provavano un senso di smarrimento e angoscia per molti mai sperimentato. Era tutto un susseguirsi di ipotesi, ridde di voci, indiscrezioni raccolte da fonti governative, dalla polizia di New York, dai vigili del fuoco. Ogni cinque minuti le immagini della prima torre fumante venivano intervallate da quelle del momento dello schianto. Fino all’implosione, quando cemento, acciaio, vetro, legno e plastica sprofondarono vertiginosamente verso il basso, polverizzando la vita di chi smise di respirare e di quelli a cui quelle vite sarebbero mancate per sempre. In poco tempo una nube greve avvolse Manhattan del suo fetore di morte, una nube che in Europa arrivava filtrata dalla distanza e dalla televisione, dalla mancanza di rumori e odori, che si impiantava nel cuore offuscandone i colori.

Vedere le Torri in diretta crollare su se stesse ebbe l’effetto di spazzar via in pochi secondi le certezze costruite nei quasi sessant’anni trascorsi dalla fine della seconda guerra mondiale. Uno schianto che combinò potenza e imprevedibilità, orrore e compassione, rabbia e incertezza. Fu uno di quei momenti epocali dei quali si ha consapevolezza nell’attimo in cui accadono, quelli in cui la cronaca cammina di pari passo con la storia: tutti compresero istintivamente che niente sarebbe stato più come prima, che la sensazione di sicurezza quasi assoluta che il mondo occidentale aveva coltivato dopo la caduta del muro di Berlino veniva gambizzata dal quel crollo.

In questa situazione surreale, i dirigenti dell’UEFA dovettero decidere in poche ore cosa fare delle partite che il calendario aveva previsto di disputare quell’11 settembre. Scelta non facile, nella quale fu necessario ponderare la gravità dell’evento, che scuoteva la sensibilità di spettatori e calciatori, e le necessità logistiche e di ordine pubblico. Alla fine la scelta dell’UEFA fu perentoria: 0-3 a tavolino per chi non si fosse presentato in campo. E così si giocò dentro a stadi dove gli spettatori, prima dell’iniziale minuto di silenzio disposto per onorare i caduti del gesto terroristico, parlavano di geopolitica invece che chiedersi quali sarebbero stati i titolari delle loro squadre, sentendosi in qualche modo minacciati anche loro dal rischio di un possibile attentato, capendo quanto potesse essere un obiettivo sensibile uno stadio con decine di migliaia di spettatori.


E i protagonisti? Loro avrebbero preferito non scendere in campo, come rivelò Fabio Capello qualche anno più tardi, all’epoca allenatore della Roma:”Non poteva essere una festa di sport”. Sullo stessa linea il centravanti di quella squadra, Vincenzo Montella, il quale confessò che, nel tragitto in pullman verso lo stadio, lui e i suoi compagni erano più interessati alle informazioni provenienti dai notiziari che a come affrontare i galacticos del Real. Posizioni comprensibili anche se, al netto delle specifiche esigenze dell’UEFA, giocare fu una risposta indirettamente rivolta proprio ai terroristi, con la quale dimostrare che la vita, nonostante la paura, andava comunque avanti. Decisione peraltro contraddetta il giorno seguente, quando il massimo organismo di governo del calcio europeo decise di rinviare tutte le partite della settimana e, di conseguenza, quelle di Champions League previste il 12 settembre, per “rispettare il lutto e la sofferenza” delle famiglie colpite. Una retromarcia dettata probabilmente dalla pressione dell’opinione pubblica e dalle minori complicazioni logistiche che un rinvio avrebbe determinato.

A diciassette anni di distanza quell’11 settembre, per lo sport di qualunque livello, continua a costituire un invito a rappresentare quei valori di tolleranza e rispetto che il corso della storia non riconosce mai come definitivamente acquisiti.

 

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