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Calcio

10 motivi (controcorrente) per non amare il nuovo logo della Juventus

Valerio Curcio

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Tutti i cambi di stemma provocano qualche malcontento. Quelli più radicali, peraltro inaspettati, ancora di più. Il dibattito che ha seguito la presentazione del nuovo logo della Juventus, principalmente su social e giornali, ha dato spazio soprattutto a critiche banali e semplicistiche contro il rebranding bianconero.

«È palesemente brutto», «è copiato da quell’altro logo», «non rispetta la tradizione» sono osservazioni superficiali che evitano di andare a fondo nella questione. Anzi, se devo dire la mia, il nuovo logo rimane nella memoria ed è piacevole alla vista. Ma stiamo parlando di un club di calcio e non di una ditta che produce bevande in lattina, ed è proprio su questa sostanziale differenza che si basano questi 10 motivi per non apprezzare il nuovo logo juventino.

  1. INDAGINE DI MERCATO ≠ COLLABORARE CON I TIFOSI

Alcune persone confondono un’indagine di mercato con un progetto di collaborazione pianificato con tifosi per ideare assieme a loro il restyling – spesso necessario – del logo. Un club che modifica radicalmente il proprio stemma senza un progetto partecipato, che coinvolga cioè i tifosi interessati e gli organismi che li rappresentano, non può dirsi davvero rispettoso della propria comunità. E no, il sondaggio web con la “pappa pronta” da scegliere in due-tre varianti non vale: lo stemma rappresenta l’identità di una squadra e se si vuole davvero essere all’avanguardia va pensato, costruito e disegnato in maniera partecipata e trasparente.

  1. ADDIO TORINO

Tutto, ma proprio tutto, del nuovo logo della Juventus è mosso da una forza centrifuga rispetto alla città sede del club. Il simbolo di Torino sparisce infatti dallo stemma e come se non bastasse la sua presentazione avviene a Milano. Certo, si dice che Torino sia a maggioranza granata e che la Juventus sia la squadra più tifata nel resto d’Italia, ma cosa ne penseranno i tifosi residenti a Torino? Un club di calcio deve guardare in primis alla comunità locale dei propri tifosi e, con questo gesto, la Juventus sembrerebbe aver voltato le spalle alla Torino bianconera.

2. sci

  1. DELOCALIZZIAMO!

Con questa operazione la Vecchia Signora non si allontana solo da Torino, ma da tutta l’Italia. E non ne fa un segreto: lo stesso Andrea Agnelli durante la presentazione ha sottolineato che il rinnovo dell’immagine ha tra gli scopi quello di conquistare mercati stranieri.

Cito testualmente le sue parole: «Che cosa pensa la bambina a Shangai? Che cosa sogna il millennial a Mexico City? Come si comporta la ragazza di New York. Posto che “il millenial di Mexico City” non ha alcun bisogno che Andrea Agnelli pensi ai suoi sogni, direi che la strada sembrerebbe segnata: che la Juventus raggiunga presto la FIAT all’estero?

  1. COLONIALISMO CALCISTICO

Il precedente punto, in parte provocatorio, vuole in realtà essere una critica molto costruttiva. Non mi piace l’aggressività con cui i top-club europei considerano i mercati dei paesi in via di sviluppo. Non ho problemi a definirlo un approccio colonialista: proprio come in passato gli stati europei con America, Africa, Asia e Oceania, è partita la corsa a chi arriva prima per prendersi la fetta più grande della torta.

Un tempo si conquistavano enormi territori ricchi di materie prime, prodotti della terra, spezie, minerali, donne, schiavi e quant’altro. Nel calcio di oggi l’oggetto del contendere sono i nuovi mercati stranieri, popolati da tifosi-clienti fidelizzati e sempre connessi a distanza con il club di riferimento. E il bello è che gli stessi tifosi italiani sono portati a considerare quelli stranieri con un senso di superiorità: “il cinese” è bravo perché ci dà i soldi, ma guai se pensa di contare quanto me.

  1. QUANTI POSTI CI SONO A TAVOLA?

Poniamo pure che io condivida il quadro appena descritto: quanti posti ci sono alla tavola imbandita dei nuovi mercati globali? Pochi, sicuramente pochi. Il sistema-calcio europeo sta già viaggiando a vele spiegate verso la cosiddetta SuperLega: pochi club (Spagna) se non addirittura uno solo (Italia, Francia, Germania) hanno ormai distanziato enormemente tutti gli altri dal punto di vista sportivo e societario. La conquista dei nuovi tifosi in Asia e altrove non fa che aumentare il gap: chi ha la potenza per crescere a livello globale lo fa, i club di media e piccola fascia restano a bocca asciutta.

  1. SEDURRE I NUOVI TARGET

Oltre ai mercati stranieri, Agnelli ha parlato di nuovi target da raggiungere, citandone tre: bambini, millennials e donne. Secondo la dirigenza juventina, il nuovo logo dovrebbe attrarre di più queste tre categorie. Provo a interpretare: attrarre i bambini perché molto semplice, attrarre i millennials perché smart (l’abbondanza di anglicismi è voluta), attrarre le donne perché sembra un marchio di moda più che di calcio. Insomma, non si è parlato mica di progetti per finanziare scuole marchiate Juventus nei paesi del terzo mondo, di giornate per coinvolgere i giovani studenti a Vinovo, di programmi per aiutare il calcio femminile in Piemonte. No: ci penserà il nuovo logo e ciò che gli ruota attorno a sedurre queste tre categorie. Da questo punto di vista, anche loro sono un po’ cinesi.

3. ciondolo

  1. MENO IDENTITÀ, PIÙ FATTURATO?

Quando vediamo uno stemma di una squadra di cui non sappiamo nulla, riconosciamo subito che è il simbolo di una squadra di calcio. Questo perché gli stemmi di solito rispettano alcune convenzioni, che si rifanno all’araldica medievale. Il nuovo logo della Juve è rivoluzionario perché rompe proprio queste regole. Non è uno stemma di calcio, appunto, ma il logo di una multinazionale.

Questa peculiarità dovrebbe comportare la sua enorme diffusione: proprio perché non rimanda direttamente al calcio sarà più indossabile in tutte le occasioni e soprattutto sarà utilizzato anche dai non-tifosi. Un po’ come succede con quello dei New York Yankees, è stato detto. Sinceramente, vedere lo stemma della mia squadra indossato da chi nemmeno sa cos’è mi darebbe fastidio: vorrebbe dire che si sta sacrificando parte dell’identità del club in cambio dell’aumento della voce “commercial” sul bilancio.

  1. PATERNALISMO

Tutta l’operazione di rebranding della Juve è stata accompagnata dall’insopportabile voce narrante di casa Agnelli. Insopportabile perché ha tentato di far passare un cambio di look per una rivoluzione culturale di cui la Juventus si sarebbe fatta portatrice. E se «quel che è bene per la Fiat è bene per l’Italia», lo stesso sembrerebbe valere per la Juventus, che d’altronde è spesso definita «la squadra d’Italia».

Qualche esempio sparso, tratto da comunicati ufficiali e dichiarazioni di dirigenti juventini e di Interbrand, la società pagata dalla Juventus per ideare il restyling: «The future, now!», «Molte squadre vivono nel passato», «È il coraggio di essere i primi a infrangere le convenzioni», «Un logo che si lascia con coraggio alle spalle i conformismi degli stemmi calcistici», «I tifosi nel lungo periodo cambieranno idea», «È stato come muovere un passo in una nuova era». L’augurio è che in futuro le rivoluzioni culturali nel calcio siano ben altre, e che soprattutto non siano mosse da fini riconducibili all’aumento del fatturato.

  1. LA KERMESSE

Anche la scelta di come presentare una tale novità comunica molte cose. Connessi in streaming o sul canale tv, i tifosi hanno potuto apprezzare – in maniera quasi voyeuristica – l’esclusivo evento al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano: la celebre tifosa juventina Emily Ratajkowski che posa davanti al nuovo logo; il dj set Giorgio Moroder; il cocktail “1897” creato per l’occasione dal mixologist del Cafè Trussardi alla Scala; l’edizione limitata della Jeep Renegade; oltre alla partecipazione di altri personaggi del calibro di Carlo Cracco. La dirigenza juventina non solo ha scelto di cambiare così radicalmente l’immagine del club senza consultare i tifosi né avvisarli, ma lo ha annunciato pure con un “gran galà” a porte chiuse che rappresenta tutta la distanza tra la dirigenza del club e il suo tifoso medio.

4. vip

  1. VINCERE A TUTTI I COSTI

Un aspetto che trovo arrogante del nuovo logo juventino è la presenza dell’elemento grafico dello scudetto. Durante la presentazione è stato comunicato in ogni modo che il logo rappresenta lo stile Juve, i suoi valori, il suo modo di essere. Che è poi stato riassunto in una citazione di Boniperti pronunciata da Andrea Agnelli: «Per la Juventus vincere non è importante, è l’unica cosa che conta». Per concludere, ritengo che quello del “conta solo la vittoria” è l’insegnamento più orrendo che si possa dare attraverso il pallone. Dalle scuole calcio fino ai tifosi allo stadio.

 

2 Commenti

2 Comments

  1. Edoardo

    gennaio 21, 2017 at 3:41 pm

    Articolo perfetto. Se non esistesse la jUVENTUS e il suo “stile” l’Italia sarebbe un paese migliore.

    • Ricky

      giugno 7, 2017 at 3:42 pm

      Edoardo, forse l’Italia sarebbe migliore senza la tua invidia e il tuo odio!

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Calcio

Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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Calcio

Il Derby delle due Tirano e il Regio Decreto 28 giugno 1863

Francesco Beltrami

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Come anticipato qualche settimana fa, presentandovi il nuovo campionato unico Seconda e Terza Categoria della provincia di Sondrio, abbiamo approfittato di uno dei frequenti viaggi di famiglia in Valtellina, per andare a vedere una partita di questo particolare campionato, e riprendere le nostre cronache dal calcio minore. Non una partita qualunque tra l’altro, ma un derby che non credo abbia un nome, ma che mi verrebbe di chiamare Derby delle Due Tirano. Un po’ di storia.

Tirano è una cittadina di 9.000 abitanti in Alta Valle. Importante crocevia con la vicinissima Svizzera,  famosa per il Santuario della Madonna di Tirano e per essere capolinea di ben due ferrovie, quella nazionale sulla linea Milano-Lecco-Tirano e del cosiddetto Trenino Rosso del Bernina, linea elvetica di alta montagna che attraverso il Passo del Bernina raggiunge Saint Moritz. Il Trenino Rosso è da qualche anno patrimonio dell’umanità dell’Unesco e Tirano oltre che capolinea è l’unica stazione in territorio italiano.

La squadra calcistica di Tirano è la US Tiranese, attualmente in Seconda Categoria, con qualche trascorso in categorie superiori, una stagione in Promozione quando era quarta serie nell’immediato dopoguerra come livello più alto raggiunto.

Villa di Tirano invece di abitanti ne ha 3.000 e non è e non è mai stato una frazione di Tirano. E’ un comune autonomo confinante e transitando lungo la Strada Statale 38, la famosa via del Passo dello Stelvio, si attraversa, andando in direzione Nord prima Villa, poi ci si trova a Tirano senza quasi accorgersene visto che ormai tra gli abitati non c’è più alcuna separazione. Fino al 1863 Villa di Tirano era solo Villa, con le sue undici frazioni. Poi, con l’unità d’Italia sorse il problema che di località chiamate Villa ce n’erano troppe e un Regio Decreto del 28 giugno 1863 stabilì di aggiungere un determinativo. Villa del mandamento di Chiavenna divenne Villa di Chiavenna e Villa del mandamento di Tirano divenne Villa di Tirano. Percorrendo la statale 38 prima ancora di Villa, ma questa è un’altra storia e tra l’altro l’abbiamo già raccontata, si attraversa un altro comune, quello di Bianzone, patria del primo oro olimpico invernale italiano, Nino Bibbia che vinse la prova dello skeleton a Saint Moritz nel 1948. Torniamo al calcio.

 

La squadra locale è la sezione calcio Polisportiva Villa, associazione che si occupa di molti sport e anche collabora all’organizzazione di feste e sagre come la ormai trentennale Sagra dell’Uva e della Mela, motivo per cui eravamo in Valle lo scorso week-end. La squadra milita in terza categoria e gioca nello stadio di Stazzona, una delle undici frazioni, probabilmente quella in cui ci furono in epoca remota i primi insediamenti, in riva all’Adda dalla parte opposta della 38. Risalendo il fiume lungo la strada locale che attraversa vigneti e meleti si arriva al Comunale di Tirano, casa della US Tiranese.

Il Derby, reso possibile dalla fusione dei due campionati, non si giocava da oltre dieci anni, ed era dunque attesissimo, anche se la concomitanza con la Sagra della Mela a Villa e con la Corsa del Sole a Tirano oltre al non grande seguito che il calcio di provincia ha ormai in questi tempi in cui le TV offrono Ronaldo, Messi e compagnia in alta definizione tutti i giorni a tutte le ore, ha fatto sì che al Comunale di Tirano arrivassero non più di un centinaio di persone.

 

Zona tutta dedicata allo sport quella dove sorge il Comunale, campi da tennis, piscine, stadio, che confina a sua volta con il poligono di tiro, da cui per tutta la partita è arrivato l’assordante rumore di fucilate e pistolettate. L’esterno si presenta da impianto di una certa importanza, doppia biglietteria divisa da una parete su cui è dipinto lo stemma della US Tiranese. Come sempre vado in incognito, pago i miei 5 euro di biglietto ed entro, circa venti minuti prima dell’inizio. Il campo è in erba sintetica, la tribuna coperta. Lavori effettuati una decina d’anni fa con un notevole esborso economico, oltre 500.000 euro trovo su articoli di siti locali. I seggiolini singoli sui cinque gradoni della tribuna sembrano precedenti, a un rapido conteggio sono circa 350 il che fa pensare che in periodi antecedenti, quando ci si sedeva direttamente sul cemento, la struttura potesse arrivare ad ospitare quasi 500 spettatori.

Le squadre terminano il riscaldamento e qualche sostenitore inizia ad arrivare. Ci sono parenti e amici dei giocatori, diverse sorridenti fidanzate e qualche immancabile anziano che probabilmente vede calcio da una sessantina d’anni. Anche tre asinelli che guardano da un terreno confinate, insieme al loro proprietario e ad alcuni ragazzini. Si comincia. La Tiranese è nettamente favorita, ma nei derby non si può mai dire. Infatti la Polisportiva Villa regge tutto il primo tempo e al trentottesimo va addirittura in vantaggio con un tiro da fuori di Acquistapace. Passano cinque minuti e la Tiranese, punta sul vivo arriva al pareggio, grazie a un’autorete di Fiorina. Un minuto e con un altro tiro dalla distanza il Villa torna avanti con Bruga e va al riposo sorprendentemente in vantaggio.

In tribuna le fidanzate chiacchierano tra loro, lo stesso fanno gli anziani. Uno sostiene che un certo giocatore della Tiranese debba essere sostituito immediatamente perché non in grado di controllare la palla. Poi confida all’amico di aver mangiato la sera prima la crostata di frutta. – E il diabete? . Gli domanda subito l’altro. – E’ andato a 165! Ma per una volta…- Il discorso torna al calcio.

La ripresa è un assedio, dopo venti minuti la Tiranese ha l’opportunità di pareggiare grazie a un calcio di rigore, ma il portiere Zubiani del Villa si supera e devia in corner. L’assalto dei padroni di casa continua, gli ospiti si difendono come possono, qualche fallo in più ma il clima resta sostanzialmente sereno. Lunghissimo il recupero, poi il fischio finale e la festa dei giocatori della Polisportiva può iniziare. Per loro è un successo che vale quasi una stagione. In casa della Tiranese c’è tristezza, un ragazzo delle giovanili, sul campo come raccattapalle, si sfoga attraverso la recinzione col padre: – Che vergogna! Abbiamo perso con quelli del Villa!-

E’ il fascino del calcio più vero, della provincia più lontana, ai piedi delle grandi montagne. Che nessuna sigla CR7 trasmessa da TV certificate da altre sigle come HD o SuperHD, potrà mai avere.

 

 

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Calcio

St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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