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ZOFF, PIPPEN E PELÉ: QUANDO IL PASSATO NON ACCETTA IL PRESENTE

Matteo Calautti

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Lo sport è ciclicità per eccellenza. È un ambito che illude intere generazioni di appassionati mostrando atleti in grado di porsi come colonne di valore insuperabile, ma la cui assolutezza viene periodicamente messa in discussione. Negli ultimi anni sono stati soprattutto tre i casi a tenere banco da questo punto di vista: stiamo parlando di Dino Zoff, Scottie Pippen e Pelé.

In Italia tutti conoscono Dino Zoff, il portiere che a 40 anni ha conquistato la Coppa del Mondo nel 1982 in Spagna. Ma non solo. L’unico calciatore italiano ad aver conquistato anche un Europeo, più precisamente sotto la guida di Ferruccio Valcareggi nell’edizione del 1968 in Italia. Ma anche l’atleta che vanta il record di presenze consecutive in Serie A (332) e la più ampia striscia di imbattibilità nella storia delle nazionali di calcio (1134 minuti). Una vita passata alla Juventus, tra le fila della quale il portiere friulano è divenuto capitano e simbolo tra i pali. Almeno fino all’arrivo di Gianluigi Buffon. L’attuale estremo difensore della Vecchia Signora lo ha sostituito nell’immaginario collettivo a suon di record. Eletto dall’organismo specializzato in statistiche sportive IFFHS come miglior portiere del decennio 2000/10, il carrarese a 38 anni difende ancora la porta dei Bianconeri dopo esserne divenuto il giocatore con più minuti disputati in tutte le competizioni ed il più presente in Champions League, nonché il più presente con la Nazionale e convocato in cinque differenti edizioni della Coppa del Mondo, tra il 1998 ed il 2014.

Zoff non ha mai nascosto, si fa per dire, il suo orgoglio riguardo l’esser diventato un’icona per il calcio italiano e per il ruolo che ha ricoperto in carriera. Nonostante alcuni attestati di stima nei confronti del suo erede, spesso il friulano ha rilasciato dichiarazioni che invece farebbero denotare una celata insofferenza nei confronti di quello che è considerato dalla maggior parte degli appassionati come il miglior portiere della storia del calcio. Per esempio, alla vigilia della finale dell’Europeo del 2012 contro la Spagna, l’ex portiere aveva rilasciato un’intervista a La Gazzetta dello Sport nella quale dichiarava: «Ho sempre detto che il Buffon giovane è stato il più forte di tutti i tempi. Per il resto ero invecchiato meglio io. Ora che ha già 34 anni può cominciare a invecchiare davvero bene. E non diciamo altro». Poi, intervistato a La Tribù del Calcio su Mediaset Premium nel 2013, l’ex numero uno azzurro ha fermamente sentenziato: «Non mi offendo certo se qualcuno dice non sono stato io il miglior portiere italiano di tutti i tempi: c’è chi mi ha preferito Maifredi come allenatore, ormai non potrei più offendermi per nulla. Ma a chi sostiene che Buffon è stato un portiere più bravo di me dico di no, il più bravo sono stato io».

In seguito, intervistato dalla radio spagnola Radio4G alla vigilia della semifinale di Champions contro il Real Madrid, Zoff dichiarò: «Tra Buffon e Casillas scelgo Casillas. Per me il migliore è Neuer, ma se devo scegliere tra i due, allora preferisco Iker. Non sarà facile per il Madrid, la Juve è una squadra forte, sebbene non più forte di quella in cui giocavo io». Infine, intervistato da La Gazzetta dello Sport nel 2016 dopo che il suo record di imbattibilità in Serie A è stato superato, ha deciso di essere più pacato nelle dichiarazioni: «È quello che ha avuto più credenziali per superarmi. Statura superiore a tutti: anche a Rossi. Non darei per certo che riuscirà a smettere anche lui a 41 anni, ma fisicamente può farcela: forse è vero che sta meglio adesso di qualche anno fa, ma quelli sono cicli, periodi che non dipendono dall’età».

Meglio i Chicago Bulls di Michael Jordan oppure i Golden State Warriors di Steph Curry? Questa è la domanda che sta impazzando tra tutti gli appassionati di basket NBA durante questa stagione. Se la franchigia di Oakland si è conquistata meritatamente l’Anello nel 2015, durante la Regular Season di quest’anno si è dimostrata autentica dominatrice della palla a spicchi a stelle e strisce. Gli Warriors sono riusciti perfino nell’impresa di superare il leggendario record di 72-10 dei Bulls durante la stagione 1995/96, registrando un folle 73-9 grazie al successo nell’ultima giornata contro i Memphis Grizzlies alla Oracle Arena. Una squadra che sta rivoluzionando il Gioco riuscendo anche a spostarlo un metro più indietro rispetto alla linea dei tre punti, ma che evidentemente non è andata giù a Scottie Pippen. Infatti, se Michael Jordan si è sempre defilato da questa diatriba generazionale incoraggiando segretamente Golden State a conquistare il record, la seconda stella più luminosa di quei Bulls invece non le ha certo mandate a dire agli attuali Warriors. Intervistato a The Dan Patrick Show, l’ex ala piccola ha infatti dichiarato che la sua squadra avrebbe «spazzato via» gli attuali campioni e che lui con la sua difesa sarebbe riuscito a tenere Curry sotto i venti punti. Una volta superato il record, Pippen ha deciso di complimentarsi pubblicamente ma con tanto di “affondo” finale: «Mi emoziona vedere questi Warriors, d’altronde il gioco è cambiato da quando c’eravamo noi sul parquet e ora posso dire di essere uno dei più grandi fan di Golden State. I record sono fatti per essere battuti, non sarebbe bello vedere sempre lo stesso primato senza che nessuno riesca a batterlo. Attenzione, però: vincere la regular season non è la stessa cosa che vincere l’anello».

Da un lato 643 goal in 656 presenze tra le fila del Santos, dall’altro 452 in 528 tra le fila del Barcellona. Da un lato 77 goal in 92 presenze nella Seleção, dall’altro 50 in 103 con la Selección. Per chi non l’avesse ancora capito, si sta parlando di Pelé e di Lionel Messi, rispettivamente uno dei migliori giocatori della storia del calcio (se non il migliore) ed uno dei due migliori giocatori del calcio moderno. Poteva l’icona brasiliana ammettere l’esistenza di un giocatore capace di offuscare la sua lucentezza, peraltro di nazionalità argentina? Intervistato dal quotidiano cileno La Tercera nel 2011, O’Rey aveva dichiarato: «La gente ama fare paragoni e sembra aver già dimenticato Cruijff, Platini o Di Stéfano, che furono decisamente migliori di Messi. Oggi Messi è il miglior giocatore del mondo. In nazionale è un altro giocatore. La differenza è che il Barcellona è una squadra ben attrezzata».

Secondo le parole riportate da Globo Esporte nel 2012, l’ex stella brasiliana avrebbe rilasciato anche la seguente dichiarazione circa il record di goal in un anno solare ristabilito da Messi (91): «Guardate il suo gioco di testa, è sicuramente meno efficace del mio. Non è così completo. Dunque può fare tutto quelle che vuole, per carità, niente è impossibile. Ma deve ancora farlo e io continuerò ad osservarlo». Non solo. Fecero scalpore anche altre sue dichiarazioni su Cristiano Ronaldo e Messi: «Chi è il migliore dei due? Per me il numero uno è Pelé, nessuno ha fatto quello che ha fatto lui. Ha vinto il Mondiale a 17 anni, ha vinto tre coppe del Mondo e ha segnato più di 1.208 gol. Ci sono giocatori che sono stati al top per almeno 10 anni. Penso a Beckenbauer, Platini, Cantona, Bobby Charlton, George Best, poi Maradona, Zico, calciatori che sono stati grandi a lungo, adesso ci sono campioni che dopo uno o due anni spariscono».

Ciò che distingue un’icona dall’altra è la sua epoca di appartenenza. Ci sono sempre stati paragoni e sempre ce ne saranno. Tuttavia, ciò che fa realmente la differenza è la reazione delle due icone paragonate. Difficile trovare attuali campioni autoproclamatisi come i migliori di sempre. Come visto, un po’ meno il contrario.

FOTO: Matteo Calautti

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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