“Non ho bisogno di soldi. Per mangiare li ho ancora”. Così parlò Zdenek Zeman ai microfoni della trasmissione radiofonica “Non è un paese per giovani” su una sua possibile esperienza in Cina, nuova frontiera del calcio mondiale che, come una maga Armida del pallone, non fa che tentare, senza sosta e a più riprese, calciatori e allenatori di tutto il globo con proposte economiche da far perdere la testa anche al più imperturbabile degli astemi. E finora sono in molti (da Lavezzi a Guarin, da Witsel a Tevez, tanto per fare alcuni nomi) che hanno ceduto alle tentazioni della Terra del Drago, spinti forse dall’idea di trovare in Estremo Oriente l’estrema felicità. Almeno economica, perché quella sportiva è ancora lunga da venire. Forse un domani l’Asian Champions League sarà più appetibile e affascinante della Champions League europea, ma al giorno d’oggi, per esempio, l’intensità emotiva di una vittoria al 92’ della Fiorentina ad “Anfield” o di un Napoli che può eliminare il Real Madrid non si può provare in nessun altra competizione del mondo. Anche all’ombra della Grande Muraglia.

Dove non c’è, e non potrà mai esserci, Zdenek Zeman. Un’assenza che, volendo vestire i panni dell’avvocato del diavolo, un po’ sorprende. Sdengo è da sempre uomo di sfide di ogni genere: dal tipo di calcio (ultra-offensivo) proposto in relazione al luogo e al tempo storico (Italia degli anni Ottanta) alle squadre allenate a ogni latitudine (Lugano, Belgrado, Istanbul); dalle nuotate in apnea durante i ritiri con la Roma per stare al gioco di una scommessa lanciatagli da alcuni giocatori al passaggio, serafico e disinvolto, fuori lo “Zaccheria”, tra i tifosi del Foggia infuriati per il ripetersi di alcune sconfitte e ancora ignari che presto sarebbe nata Zemanlandia.

Siccome uno di loro, lo psichedelico Frengo inventato da Antonio Albanese a “Mai dire gol”, diceva che nelle cose della vita c’è sempre un “why?” e un corrispettivo “because”, perché uno come Zeman dovrebbe rifiutare la Cina? La risposta è in una parola: coerenza. Con se stesso, con una filosofia di vita dove la sostanza prevale sulla forma, dove si crede in ciò che si fa, dove si premia il merito, dove si sposa una causa non per convenienza, ma perché convinti della sua bontà. Il boemo è come il Velasquez della canzone di Roberto Vecchioni, l’immaginario navigatore metafora dell’Idea che ti avvolge, che ti trascina e che devi seguire fino in fondo. Che qui è sì 4-3-3 e pensare sempre a segnare un gol in più dell’avversario invece che a subirne uno in meno, ma anche e soprattutto lavoro all’aria aperta, giocatori da costruire, talenti da migliorare, pubblico da divertire. In due parole, “fare calcio”. Una prerogativa che ha contraddistinto il modus operandi di tutta la sua carriera, dalle giovanili del Palermo fino al Canton Ticino, dal 3-5 di Tenerife ai tre campionati vinti in ventisette anni (Licata, 1985; Foggia, 1991; Pescara, 2012) senza cambiare una virgola al proprio credo tattico, dalla terra battuta dei campi del girone-D della serie C2 all’erba dell’Olimpico, indipendentemente che dall’altra parte ci fosse il Real Madrid o avversari dal nome mitologico oggi scomparsi dalla geografia calcistica (Grumese).

All’alba dei settant’anni, tanta coerenza con il proprio “io” si fonde anche con un’inevitabile coerenza con la propria storia. Quella di Zeman racconta di una passione per lo sport equiparabile a certi amori di Antonello Venditti: unica, insuperabile, indivisibile. Al punto da farsi retribuire in alimenti quando a metà degli anni Settanta allenava fra i dilettanti del palermitano – Cinisi, Bacigalupo, Esakalsa – o che lo portò a giocare e insegnare pallamano, a fare il professore di educazione fisica nelle scuole fino ad allenare amici futuri insegnanti di tennis con gli stessi metodi con i quali ha forgiato ragazzi che, dalla “Primavera” del capoluogo siciliano, sono arrivati a giocare e segnare insieme a gente come Alessandro Del Piero.

Uno così, che si è sempre preoccupato di dare forma alle proprie idee, che ha sempre cercato una ragione sportiva nel suo agire, non può andare in Cina. Non per snobismo o per una presunta superiorità culturale in materia, bensì perché si snaturerebbe. Il suo nome, per l’idea di calcio-business che sta prevalendo in riva allo Yangtze, finirebbe per essere commercializzato e Zeman diventerebbe un brand per attirare sponsor e incrementare il merchandising, piuttosto che quel valore capace di cesellare atleti ed emozioni in grado di far crescere un movimento calcistico ancora acerbo come quello cinese.

Frengo aveva ragione: nelle cose della vita c’è sempre un why? e un corrispettivo because.

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