Il 14 Gennaio 2018 si celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Per l’occasione vi raccontiamo la splendida favola di Yusra Mardini, simbolo di coraggio e speranza.

Le acque dell’Egeo sanno essere fredde. Anche ad agosto. E specie se una buona dose di freddo te la porti dentro.

Nell’ultimo agosto prima di quello olimpico in Brasile, quello che racconterà di sogni di medaglie d’oro, di record e di promesse di immortalità, le acque dell’Egeo – mare di eroi, di miti e poemi – hanno raccontato una storia.


La più grande nuotata della sua vita, Yusra l’ha fatta nell’agosto del 2015. Una performance da fondista, lei che ha sempre preferito una distanza come i 200 stile libero. Poco importava: Yusra ha imparato presto ad adattarsi, ad arrangiarsi, a nutrire la speranza bracciata dopo bracciata. La più grande nuotata della vita di Yusra Mardini, diciassettenne siriana con un mondiale di nuoto, quello del 2012 ad Istanbul, già alle spalle, è durata quattro ore. Quelle che sono servite a trainare, assieme a sua sorella, il gommone da sei persone che dalla Siria ne stava portando in Grecia più di venti: il motore era andato, il gommone stava imbarcando acqua, e quelle venti persone stavano per abbracciare una tomba liquida, come molte altre prima di loro, come molte altre dopo. Sa essere pesante, un gommone che imbarca acqua. Ma Yusra si è tuffata, e bracciata dopo bracciata, l’ha portato fino all’isola di Lesbo, terra di grandi donne ed impareggiabile poesia. Ci è arrivata, a toccar terra: stremata, semiassiderata, ma viva.

Ha imparato presto ad arrangiarsi, Yusra. Fin da quando la sua casa a Damasco venne giù, sotto le bombe della guerra civile siriana. Ha imparato presto anche a sostituire i propri sogni di medaglie olimpiche, record e immortalità, con uno più importante: un viaggio, dalla Siria straziata al Libano, alla Turchia nelle quale aveva vissuto il suo primo mondiale da nuotatrice, e poi la traversata della speranza, verso la Grecia, per arrivare in Germania. Oggi, dopo quella disperata nuotata di quattro ore senza cronometro e senza medaglie, Yusra ci vive, in Germania. A Berlino è stata raggiunta anche dai suoi genitori. In Europa, sparse un po’ ovunque, ci sono le altre 18 persone che lei ha salvato, perché non ha permesso all’Egeo di prendersele, come molte altre prima, come molte altre dopo.

Questa storia ha un altro capitolo. Questo capitolo comincia esattamente un anno dopo quel tuffo, e quella nuotata di quattro ore. Un anno dopo, Yusra nuoterà ancora. Niente fondo: sarà la sua gara, i 200 stile libero. E sarà alle Olimpiadi di Rio. Yusra Mardini sarà uno dei dieci atleti della squadra olimpica del ROA (Refugee Olympic Athletes), la squadra di quel paese di 60 milioni di persone che non é paese, quello dei rifugiati, che per la prima volta sarà ai Giochi. Gli altri sono Rami Anis, 25 anni, Siria, 100 farfalla;  Yolande Mabika, 28 anni, Repubblica Democratica del Congo, judo; Paulo Amotun Lokoro, 24 anni, Sud Sudan 1.500 metri; Yiech Pur Biel, 21 anni, Sud Sudan, 800 metri; Rose Nathike Lokonyen, 23 anni, Sud Sudan, 800 metri; Popole Misenga, 24 anni, Repubblica Democratica del Congo, judo; Yonas Kinde, 36 anni, Etiopia, maratona; Anjelina Nadai Lohalith, 21anni, Sud Sudan, 1.500 metri; James Nyang Chiengjiek, 28 anni, Sud Sudan, 800 metri.

Nelle foto ha un sorriso senza ombre, Yusra, diciotto anni all’epoca oggi diciannove, dalla Siria. A Rio 2016 si è fermata alle batterie, arrivando 41esima. Ma ha esultato: “Ho nuotato per tutti i rifugiati”. Che poi, una storia piena di voglia di non morire, lei l’ha già raccontata. Comincia con un tuffo nel mar Egeo, e continua con la più grande nuotata della sua vita.

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