“Perché per il torneo di Wimbledon la mia vittoria nel 2005 valeva meno di quella di Federer?”. Così scriveva nel 2006, sul Times, Venus Williams che ha debuttato ai Championships nel 1997, l’anno in cui uscì il primo volume della saga di Harry Potter, e quest’anno ha toccato come la sorella Serena le 90 partite in carriera sui prati più ambiti del mondo.

Una differenza più di forma che di sostanza. Un gap di 456 mila sterline, meno di quanto speso nella sola prima settimana di quell’anno per le fragole con la panna. Una differenza che marca un principio, che spiega perché il torneo più prestigioso al mondo sia stato l’ultimo dei quattro Slam a equiparare i montepremi del torneo maschile e femminile. E da allora non c’è Wimbledon senza dibattito sull’uguaglianza.

Stavolta, al centro dell’attenzione è finita la BBC. Uno spettatore, infatti, ha inviato un documentato rapporto al BBC Trust, l’organo di disciplina della tv pubblica, sulla copertura televisiva del torneo nella prima settimana del 2015. Nei primi sei giorni dell’ultima edizione, si legge, le ore di diretta sono state occupate per il 75% da match maschili, una concentrazione che in una giornata ha raggiunto addirittura il 93%. Inoltre, la BBC ha mandato in onda meno della metà dei primi due turni di Serena Williams, che avrebbe poi vinto il suo terzo Slam stagionale, e finora l’ultimo della sua carriera.

Il direttore esecutivo Ron Chakraborty ha ammesso la sperequazione. La sua difesa, però, non si allontana troppo dalle convinzione di Raymond Moore, ex direttore del torneo di Indian Wells costretto a dimettersi dopo le esternazioni nella conferenza stampa di bilancio dell’ultima edizione. “Nonostante il dominio di Serena Williams” ha detto al Telegraph,le donne non riescono a competere con giocatori come Andy Murray, Novak Djokovic, Rafael Nadal e Roger Federer. Noi cerchiamo di offrire agli spettatori quello che vogliono, ovvero il tennis migliore”.

Sembra di tornare indietro di un decennio quando, sempre sul Telegraph, Martin Johnson sottolineava che per gli incontri femminili nei primi turni degli Slam “servirebbe un messaggio come sui pacchetti di sigarette: ‘Attenzione, può indurre coma irreversibile’. Eppure, proprio da Londra è iniziata la rivoluzione femminile, in quel 1973 segnato dal boicottaggio e dall’inizio della Borg-mania. Le donne, negli Stati Uniti, non possono nemmeno richiedere la carta di credito senza la firma di un uomo, ma quell’estate Billie Jean King riunisce altre 63 colleghe al Gloucester Hotel e ne esce solo con le carte che segnano l’inizio della WTA.

È la prima donna ad aver vinto 100 mila dollari in una stessa stagione, ha ricevuto i complimenti del presidente Nixon e imposto montepremi uguali per uomini e donne allo Us Open. Ma a Wimbledon, non c’è uguaglianza dal 1967, l’ultimo anno dello Slam per soli dilettanti: il vincitore del torneo maschile, Wilhelm Bungert, arriva in autobus, con il 93 da Putney, e ottiene solo il trofeo, un rimborso spese e una pacca sulle spalle.

Resterà l’ultima edizione a riconoscere alle donne gli stessi premi fino al 2007. L’organizzazione, sempre più arroccata in difese cervellotiche, sostiene che la disparità dipenda dal minor sforzo fisico richiesto (le donne giocano al meglio dei tre set, gli uomini al meglio dei cinque). E arriva addirittura a giustificare la sperequazione, rivela Venus Williams, perché giocano più degli uomini in doppio e misto, e possono dunque incassare di più: sarebbe la somma, dunque, a fare il totale.

Ma l’uguaglianza non è questione di numeri. È questione di stile. È l’affermazione di un principio, di un valore che a Wimbledon è passato anche per la moda. Dalla gonna “scandalosa” con le caviglie scoperte di Suzanne Lenglen agli shorts che Lili de Alvarez si faceva disegnare da Elsa Schiaparelli, la Lady Gaga degli anni Trenta, dai pizzi ricamati di Gussie Moran, invenzione del sarto del tennis Ted Tinling, agli outfit Nike che tanto fanno discutere oggi perché lasciano intravedere fin troppo e alle giocatrici non piace.

Soprattutto negli Slam, dove non c’è distinzione fra torneo maschile e femminile nella scelta delle sponsorizzazioni o nell’acquisto dei biglietti, piegare il principio alla contingenza è sempre esercizio sterile. Discutere un principio di modernità solo perché, come l’anno scorso, 4,3 milioni di spettatori hanno guardato la finale femminile sulla BBC e 9.2 milioni si sono emozionati per il duello Djokovic-Federer, è un esercizio di soggettività.

Perché, come sottolineava Venus Williams, la sua finale contro Davenport quell’anno durò 45 minuti in più del match che portò al titolo Federer.

Perché gli uomini e le donne passano, i principi restano. Perché in nessun altro sport, con la sola eccezione dell’equitazione, uomini e donne competono sullo stesso campo per lo stesso trofeo. “E sminuire il valore del contributo delle donne” concludeva Venus, “è solo un modo per mantenere una posizione sociale e politica fuori dal tempo in una società moderna”.

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