Quando si pensa ai padri fondatori del moderno calcio professionistico negli Stati Uniti, i primi nomi che vengono alla mente sono senza dubbio Clive Toye (ex general manager dei New York Cosmos prima e della NASL poi), Phil Woosnam (ex calciatore gallese, divenuto poi uno dei massimi dirigenti della NASL, spinta da lui al proprio ampliamento con l’ingresso di nuove franchigie e l’arrivo di campioni stranieri) o Lamar Hunt (ex dirigente sportivo statunitense e promotore di football americano, calcio, basket, tennis e hockey su ghiaccio negli Stati Uniti, introdotto nella Hall of Fame di ben tre diversi sport. Fu il principale fondatore della American Football League (AFL) e della Major League Soccer (MLS), oltre che della NASL). Tutte personalità in grado di assicurare grosso interesse nei confronti di un campo mai battuto prima oltreoceano.

Troppo spesso, tuttavia, quando viene nominato William Drought Cox si va incontro sostanzialmente a silenzi assordanti.

Mai errore si può considerare più grossolano. Cox, infatti, fu colui che ebbe la geniale intuizione di organizzare una ‘summer league’ negli USA nei primi anni Sessanta: aspetto fondamentale per iniziare a seminare soccer nelle menti e negli occhi di tanti statunitensi increduli. La competizione venne denominata International Soccer League, un mini-campionato composto da dieci squadre (la maggior parte delle quali straniere) e fatto unicamente da scontri diretti. La ISL avrebbe poi condotto in breve tempo alla fondazione della National Professional Soccer League: il calcio era, dunque, finalmente arrivato anche negli USA.

Terminato in pochi anni il sogno della patinata NASL, arrivò poi il momento della nascita della Major League Soccer. Un lungo cammino, pieno di peripezie dovute principalmente all’indifferenza degli americani nei confronti del calcio, ma oggi la MLS ha senza dubbio toccato livelli di competenze professionali e qualità tecniche mai raggiunti prima. In tutto questo discorso, non si può certo fare a meno di ripensare proprio a lui: William D. Cox. “Senza Bill Cox, non ci sarebbe stato niente di niente negli USA a livello di calcio,” le parole di Toye. “Se vogliamo semplificare il concetto, senza Bill Cox, non sarei esistito (professionalmente) io, oppure Phil Woosnam, per non parlare della NASL, di Pelè in America e così via. Nulla.

Ma chi è stato, quindi, William D. Cox? Nato a New York City nel 1910, Cox entrò a far parte della New York University all’età di 15 anni, prima di trasferirsi a Yale. Nel New Haven, mostrò subito grossa ammirazione per lo sport (baseball in testa). A 17 anni, tuttavia, abbandonò Yale dopo aver fallito la conquista del diploma. Da quel momento in poi, per Cox iniziarono tante avventure professionali, da Wall Street al collezionismo e la vendita di preziose opere d’arte fino alla breve presidenza dei Philadelphia Phillies, dalla quale fu presto rimosso dalla lega di baseball per aver scommesso sulle partite della propria squadra.

Dopo aver viaggiato molto in Europa (soprattutto tra Londra e Madrid), però, il colpo di fulmine per il calcio.Il paese diventerà presto consapevole di quanto grande sia questo sport” affermava impavido Cox sulla stampa americana all’inizio degli anni Sessanta.

Questi aveva l’ambizioso progetto di alzare in poco tempo (e di parecchio) la qualità ed il livello del calcio statunitense, costituito fino ad allora principalmente da dilettanti allo sbaraglio che calcavano i rettangoli verdi soltanto in assenza di giornate colme di lavoro.

Cox, tuttavia, si accorse ben presto di non essere particolarmente amato nell’ambiente. Egli era ritenuto un pericoloso avversario dalla USSFA, la principale federazione calcistica del tempo negli USA; la sua reputazione dopo il caos avvenuto alla presidenza dei Phillies, poi, di certo non aiutava a considerarlo un uomo integerrimo.

Eppure, Cox procedette spedito senza paura. La ISL prese vita nell’estate del 1960 e proseguì per un quinquennio con la presenza di tanti club provenienti dall’Europa come Bayern Monaco, AEK Atene, Everton, Palermo, Real Valladolid, Sampdoria, Werder Brema e Sporting Lisbona. Gli Stati Uniti, invece, erano rappresentati dai New York Americans, team composto quasi solamente da calciatori dilettanti.

Nel 1965, però, il sogno estivo di Cox si arrestò. La causa? La USSFA sentenziò che Cox non avrebbe più potuto portare club europei a giocare negli Stati Uniti. I progetti del vecchio ragazzino di New York City, tuttavia, erano ben più ambiziosi: creare finalmente una base di calcio professionistico negli USA.

“Mentre la International Soccer League a livello finanziario non fu un grosso successo, la decisione di trasmettere televisivamente a livello nazionale i Mondiali del 1966 aiutò notevolmente Cox nella sua idea. Aveva abilità fuori dal comune nell’attrarre le persone a questo nuovo modo di vedere il calcio e fu così che tanti miliardari statunitensi decisero poi di investire nella neonata National Professional Soccer League.

Cox radunò insieme i proprietari dei principali team di baseball e calcio presso il Biltmore Hotel di New York City e venne alla luce la NPSL. La USSFA, da parte sua, tentò di contrastare Cox con la fondazione di una sua lega, la USA (United Soccer Association). Proprio come la ISL di Cox, quest’ultima lega aveva la possibilità di portare negli Stati Uniti vari club europei. La proposta della USSFA ricevette pure l’approvazione da parte della Fifa ma non aveva siglato alcun contratto televisivo. La NPSL di Cox, invece, raggiunse un accordo con la CBS, pure essendo considerata una lega ‘pirata’ poiché non riconosciuta dal massimo organismo calcistico a livello internazionale.

Avere due leghe rivali negli USA si rivelò ben presto un disastro totale. Alla fine, le due leghe si unirono e Cox divenne il presidente dei San Diego Toros, durati però una sola stagione. Cox gettò così definitivamente la spugna e decise di concentrarsi su altri campi. Morì poi nel 1989 a 79 anni.

Se il calcio americano, dunque, oggi è arrivato a certi livelli, parte del merito non può che essere ricondotto a lui: caotico e sognatore, semplicemente William D. Cox.

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