Muscoli in tensione, sguardi concentrati, smorfie che rivelano l’impegno profuso, lacrime (di dolore o di gioia) che solcano il viso, coraggio nel mettersi in gioco anche di fronte alle difficoltà. Sono il racconto, in immagini, della mostra “Who shot sports: A photographic history, 1843 to the present”, allestita al Brooklyn Museum di New York fino al prossimo 8 gennaio. Una storia, quella della fotografia a tema sportivo, che risale alla metà dell’Ottocento, quando comparirono i primi scatti sul tema. Da allora sono trascorsi 173 anni, ma ancora oggi i fotografi possono – anzi, devono – riuscire a cogliere l’attimo, irripetibile, così da rendere eterno un gesto che spesso dura una frazione di secondo. Ed è proprio questo lo spirito con il quale è stata allestita la rassegna: ripercorrere l’evoluzione, davvero affascinante, della fotografia sportiva dagli albori fino ai giorni nostri, con un occhio di riguardo anche agli aspetti socio-politici (volontariamente o no) veicolati dalle istantanee.

Sono i fotografi a dare allo sport un’immagine indelebile”, le parole di Gail Buckland, che torna al Brooklyn Museum per curare questa esposizione dopo aver seguito nel 2009 – presso la stessa location – “Who shot rock & roll: A photographic history, 1955 to the present”. Tornando ad oggi, però, la mostra presenta al pubblico oltre 230 scatti delle più diverse discipline sportive (si spazia dal football al basket, dal tennis al ping pong, dal calcio al nuoto, solo per citarne alcune) raccolti in tutto il mondo da 170 fotografi, tra nomi illustri del panorama e reporter sportivi meno noti o sconosciuti. Qualche nome? Andy Warhol, Richard Avedon, Al Bello, David Burnett, Rich Clarkson, Stanley Kubrick, Leni Riefenstahl, Herb Ritts, Howard Schatz, Aleksander Mikhailovich Rodchenko.

Ed ecco la tensione muscolare della tennista mentre si appresta a colpire la pallina, il nuotatore paraolimpico che si tuffa senza le protesi, la mischia che alza la polvere nel corso di una partita di football, due corpi di lottatori avvinghiati sul tappeto di gara, un gruppo di tifosi che esulta e si bacia mentre assiste ad una partita in tv. Attimi, appunto, dettagli e sfumature che soltanto una foto è in grado di cogliere e restituire in maniera così immediata. Emozioni, quelle vere, come quando lo sport si trasforma in tragedia (Heysel stadium nel 1985) oppure quando è usato per promuovere battaglie politiche o civili (Mexico city nel 1968). Certo, visitare la mostra per noi in Italia è un po’ complicato, ma per chi non passasse per la Grande Mela prima di gennaio, in un interessante libro, edito da Alfred A. Knopf, c’è tutta la rassegna.

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