Chi segue con attenzione il calcio europeo non può non aver notato l’insofferenza di tanti tifosi al paradigma che vorrebbe il football come un’industria svuotata del suo significato sportivo-culturale. Un disagio che si manifesta in forme di protesta spesso pacifiche, originali e in controtendenza rispetto all’idea comune, che pretende il fanatico del calcio violento a prescindere. Chi non lo segue con occhio critico, invece, merita di conoscere le magagne che i club e – spesso – la stampa sportiva cercano di nascondere dietro le giocate dei grandi campioni. In questa schiera di tifosi sul piede di guerra, in prima linea, dall’inizio di questa stagione, ci sono sicuramente quelli del West Ham United, freschi di trasloco dal Boleyn Ground (o Upton Park) all’Olympic Stadium di Londra, costruito per le Olimpiadi del 2012 e affittato dal club londinese per 99 anni. La storia degli Irons, così come amano essere definiti, è senza mezzi termini il racconto di una squadra perdente. In 121 anni di storia non sono riusciti a vincere un campionato che sia uno, facendo la spola tra la prima e la seconda divisione. La gioia sportiva più grande è datata 10 maggio 1980, quando gli Hammers vinsero l’FA Cup battendo l’Arsenal in finale per 1 a 0 in un episodio citato anche dal leggendario Nick Hornby in Febbre a 90º per definire l’eccessiva crudeltà di quello spartito di vita che in troppi e con troppa leggerezza si ostinano a chiamare gioco del calcio. Per il resto altre due coppe nazionali, un Community Shield (l’equivalente della nostra Supercoppa), una Coppa delle Coppe e un Intertoto. Più o meno un trofeo ogni 20 anni. Poca, pochissima roba se si pensa alla fama di cui gode il club. Si, certo, il più scintillante simbolo degli Irons è stato un tale di nome Bobby Moore, per intenderci colui che nel 1966 alzò al cielo di Wembley la Coppa Rimet, ma continua ad essere troppo poco. La spiegazione è semplice: il West Ham è conosciuto nel mondo per i suoi tifosi. Una constatazione che nessun presidente di club vorrebbe mai fare. Anzi, ad essere pignoli, è famoso per i trascorsi violenti di una crew all’interno della sua tifoseria, l’Inter City Firm, il gruppo hooligans più spietato d’Inghilterra tra gli anni 70′ e gli 80′.

Nonostante negli anni si sia più volte espresso con disappunto rispetto alla fama della sua tifoseria, il management del club ha autorizzato l’uso del logo ufficiale della squadra per le riprese di Green Street Hooligans (2005), un film che parla della sanguinosa rivalità che, dall’inizio del secolo scorso, divide gli Hammers dai tifosi del Milwall. Quando fa comodo, insomma, la violenza può essere un ottimo spot commerciale in mancanza di risultati sportivi di rilievo. A fare da sfondo alle gesta della squadra il Boleyn Ground, lo stadio che dal 1904 ospita le gare interne dei Claret and Blue. O meglio, ospitava. Perché il 10 maggio 2016 il West Ham ha disputato l’ultima partita nella sua storica casa, prima del trasferimento all’Olympic Stadium. Voluto fortemente dai proprietari David Gold e David Sullivan, questo trasloco non è stato digerito dai tifosi sin dal principio. Se da un lato, secondo i presidenti, il trasferimento in uno stadio più grande porterà il West Ham ad una visibilità mai raggiunta, dall’altro i fans rimangono legati alla vera casa del club, con buona pace dei sogni di gloria della proprietà.

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Ma non è tutto. Gli stadi britannici sono celebri per essere adatti unicamente al calcio, con gli spalti a pochi metri dalle linee laterali del campo. Il London Olympic Stadium, invece, come il suo nome impone, è dotato di una pista d’atletica regolare. Sacrilegio. Una sorta di salto nel futuro che travolge decenni di storia. Ma tant’è, the show must go on e il mercato estivo è stato tra i più dispendiosi della storia del club con la squadra allenata da Bilic, sulla carta, tra le pretendenti per un piazzamento europeo. Arriva il momento dell’esordio nel nuovo stadio. L’avversario di turno è il modesto Domzale, battuto 3-0 ed eliminato dal primo turno di qualificazione all’Europa League. L’atmosfera, però, è asettica e il tecnico Bilic, nel post-partita, non ha dubbi: “Non ci è sembrato di giocare in casa. Per me il vecchio stadio era fantastico, è molto difficile immaginare una casa migliore“. A creare un clima più teatrale che calcistico non è solo la pista d’atletica ma soprattutto la massiccia presenza di turisti sugli spalti, totalmente disinteressati al risultato finale. “Il Boleyn Ground era frequentato dalle stesse 36.000 anime da trent’anni. Qui ci sono fottuti tifosi dell’Arsenal che vengono a farsi gli affari nostri“. Chiarisce un vecchio tifoso imbeccato dai cronisti alla fine della partita. E ha ragione da vendere. Già dalla prima partita nel nuovo impianto, infatti, decine di persone si sono presentate sugli spalti con magliette del Manchester United, dell’Arsenal, addirittura degli odiati Spurs del Tottenham, provocando risse in diversi settori dello stadio. Nella prima di campionato contro il Bournemouth, poi, la goccia che ha fatto traboccare il vaso: la frangia occasionale degli spettatori presenti in curva ha protestato vivacemente con gli steward in quanto dei gruppetti di tifosi sparsi qua e là stavano assistendo in piedi al match, negando loro la completa visione del campo. Il personale di sicurezza ha prelevato dagli spalti una decina di persone e, per tutta risposta, gran parte degli altri tifosi fino a quel momento disinteressati alla faccenda si sono alzati per solidarizzare con gli espulsi, seguendo la parte restante del match in piedi e mandando su tutte le furie i turisti che si erano lamentati. A seguito di questi fatti, il vice presidente del club Karren Brady annunciava che “nessun tifoso potrà più seguire la partita in piedi, pena la revoca dell’abbonamento e il divieto di accesso allo stadio“.

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All’inizio della partita seguente contro il Watford, gran parte degli spettatori si sono alzati intonando a gran voce un coro contro Brady, che terminava in “we’ll never sit-down”. Chiaro. Nella stessa partita, inoltre, alcuni tifosi di casa sono arrivati allo scontro fisico con i tifosi del Watford, davanti alle telecamere e agli occhi della FA. “La situazione ci sta sfuggendo di mano, chiediamo pertanto la presenza dentro lo stadio della Metropolitan Police affinché intervenga laddove fosse necessario“. Le parole preoccupate della Brady. Invito respinto al mittente perché, a dire della forza pubblica, dentro lo stadio mancherebbe il segnale e gli agenti non potrebbero comunicare tra loro con gli auricolari. In tutto questo caos fantozziano, la squadra ha iniziato la stagione come peggio non avrebbe potuto. Eliminata dall’Astra Giurgiu nel secondo turno preliminare dell’ex Coppa Uefa non va certo meglio in campionato: terz’ultima con una vittoria e cinque sconfitte nelle prime sei gare. Più che una crisi tecnica sembra una ribellione dell’anima che non accetta il cambiamento cieco. Un’anima composta da tifosi e giocatori che non si rassegna ad aver perso l’unico segno di distinzione di un club altrimenti mediocre, che rischia di sparire dal calcio che conta nonostante investimenti e campioni – o presunti tali -acquistati. Col fantasma del Boleyn Ground che aleggia minaccioso sui proprietari degli Irons.

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