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Calcio

West Ham, quando il calcio moderno uccide i sogni dei tifosi

Niccolo Mastrapasqua

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Chi segue con attenzione il calcio europeo non può non aver notato l’insofferenza di tanti tifosi al paradigma che vorrebbe il football come un’industria svuotata del suo significato sportivo-culturale. Un disagio che si manifesta in forme di protesta spesso pacifiche, originali e in controtendenza rispetto all’idea comune, che pretende il fanatico del calcio violento a prescindere. Chi non lo segue con occhio critico, invece, merita di conoscere le magagne che i club e – spesso – la stampa sportiva cercano di nascondere dietro le giocate dei grandi campioni. In questa schiera di tifosi sul piede di guerra, in prima linea, dall’inizio di questa stagione, ci sono sicuramente quelli del West Ham United, freschi di trasloco dal Boleyn Ground (o Upton Park) all’Olympic Stadium di Londra, costruito per le Olimpiadi del 2012 e affittato dal club londinese per 99 anni. La storia degli Irons, così come amano essere definiti, è senza mezzi termini il racconto di una squadra perdente. In 121 anni di storia non sono riusciti a vincere un campionato che sia uno, facendo la spola tra la prima e la seconda divisione. La gioia sportiva più grande è datata 10 maggio 1980, quando gli Hammers vinsero l’FA Cup battendo l’Arsenal in finale per 1 a 0 in un episodio citato anche dal leggendario Nick Hornby in Febbre a 90º per definire l’eccessiva crudeltà di quello spartito di vita che in troppi e con troppa leggerezza si ostinano a chiamare gioco del calcio. Per il resto altre due coppe nazionali, un Community Shield (l’equivalente della nostra Supercoppa), una Coppa delle Coppe e un Intertoto. Più o meno un trofeo ogni 20 anni. Poca, pochissima roba se si pensa alla fama di cui gode il club. Si, certo, il più scintillante simbolo degli Irons è stato un tale di nome Bobby Moore, per intenderci colui che nel 1966 alzò al cielo di Wembley la Coppa Rimet, ma continua ad essere troppo poco. La spiegazione è semplice: il West Ham è conosciuto nel mondo per i suoi tifosi. Una constatazione che nessun presidente di club vorrebbe mai fare. Anzi, ad essere pignoli, è famoso per i trascorsi violenti di una crew all’interno della sua tifoseria, l’Inter City Firm, il gruppo hooligans più spietato d’Inghilterra tra gli anni 70′ e gli 80′.

Nonostante negli anni si sia più volte espresso con disappunto rispetto alla fama della sua tifoseria, il management del club ha autorizzato l’uso del logo ufficiale della squadra per le riprese di Green Street Hooligans (2005), un film che parla della sanguinosa rivalità che, dall’inizio del secolo scorso, divide gli Hammers dai tifosi del Milwall. Quando fa comodo, insomma, la violenza può essere un ottimo spot commerciale in mancanza di risultati sportivi di rilievo. A fare da sfondo alle gesta della squadra il Boleyn Ground, lo stadio che dal 1904 ospita le gare interne dei Claret and Blue. O meglio, ospitava. Perché il 10 maggio 2016 il West Ham ha disputato l’ultima partita nella sua storica casa, prima del trasferimento all’Olympic Stadium. Voluto fortemente dai proprietari David Gold e David Sullivan, questo trasloco non è stato digerito dai tifosi sin dal principio. Se da un lato, secondo i presidenti, il trasferimento in uno stadio più grande porterà il West Ham ad una visibilità mai raggiunta, dall’altro i fans rimangono legati alla vera casa del club, con buona pace dei sogni di gloria della proprietà.

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Ma non è tutto. Gli stadi britannici sono celebri per essere adatti unicamente al calcio, con gli spalti a pochi metri dalle linee laterali del campo. Il London Olympic Stadium, invece, come il suo nome impone, è dotato di una pista d’atletica regolare. Sacrilegio. Una sorta di salto nel futuro che travolge decenni di storia. Ma tant’è, the show must go on e il mercato estivo è stato tra i più dispendiosi della storia del club con la squadra allenata da Bilic, sulla carta, tra le pretendenti per un piazzamento europeo. Arriva il momento dell’esordio nel nuovo stadio. L’avversario di turno è il modesto Domzale, battuto 3-0 ed eliminato dal primo turno di qualificazione all’Europa League. L’atmosfera, però, è asettica e il tecnico Bilic, nel post-partita, non ha dubbi: “Non ci è sembrato di giocare in casa. Per me il vecchio stadio era fantastico, è molto difficile immaginare una casa migliore“. A creare un clima più teatrale che calcistico non è solo la pista d’atletica ma soprattutto la massiccia presenza di turisti sugli spalti, totalmente disinteressati al risultato finale. “Il Boleyn Ground era frequentato dalle stesse 36.000 anime da trent’anni. Qui ci sono fottuti tifosi dell’Arsenal che vengono a farsi gli affari nostri“. Chiarisce un vecchio tifoso imbeccato dai cronisti alla fine della partita. E ha ragione da vendere. Già dalla prima partita nel nuovo impianto, infatti, decine di persone si sono presentate sugli spalti con magliette del Manchester United, dell’Arsenal, addirittura degli odiati Spurs del Tottenham, provocando risse in diversi settori dello stadio. Nella prima di campionato contro il Bournemouth, poi, la goccia che ha fatto traboccare il vaso: la frangia occasionale degli spettatori presenti in curva ha protestato vivacemente con gli steward in quanto dei gruppetti di tifosi sparsi qua e là stavano assistendo in piedi al match, negando loro la completa visione del campo. Il personale di sicurezza ha prelevato dagli spalti una decina di persone e, per tutta risposta, gran parte degli altri tifosi fino a quel momento disinteressati alla faccenda si sono alzati per solidarizzare con gli espulsi, seguendo la parte restante del match in piedi e mandando su tutte le furie i turisti che si erano lamentati. A seguito di questi fatti, il vice presidente del club Karren Brady annunciava che “nessun tifoso potrà più seguire la partita in piedi, pena la revoca dell’abbonamento e il divieto di accesso allo stadio“.

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All’inizio della partita seguente contro il Watford, gran parte degli spettatori si sono alzati intonando a gran voce un coro contro Brady, che terminava in “we’ll never sit-down”. Chiaro. Nella stessa partita, inoltre, alcuni tifosi di casa sono arrivati allo scontro fisico con i tifosi del Watford, davanti alle telecamere e agli occhi della FA. “La situazione ci sta sfuggendo di mano, chiediamo pertanto la presenza dentro lo stadio della Metropolitan Police affinché intervenga laddove fosse necessario“. Le parole preoccupate della Brady. Invito respinto al mittente perché, a dire della forza pubblica, dentro lo stadio mancherebbe il segnale e gli agenti non potrebbero comunicare tra loro con gli auricolari. In tutto questo caos fantozziano, la squadra ha iniziato la stagione come peggio non avrebbe potuto. Eliminata dall’Astra Giurgiu nel secondo turno preliminare dell’ex Coppa Uefa non va certo meglio in campionato: terz’ultima con una vittoria e cinque sconfitte nelle prime sei gare. Più che una crisi tecnica sembra una ribellione dell’anima che non accetta il cambiamento cieco. Un’anima composta da tifosi e giocatori che non si rassegna ad aver perso l’unico segno di distinzione di un club altrimenti mediocre, che rischia di sparire dal calcio che conta nonostante investimenti e campioni – o presunti tali -acquistati. Col fantasma del Boleyn Ground che aleggia minaccioso sui proprietari degli Irons.

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  1. Giampaolo

    ottobre 1, 2016 at 4:38 pm

    Grande verità in un bello e chiaro articolo. Complimenti davvero!

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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