Se Marco Van Basten è la fiaba da raccontare ai figli la sera mentre non vogliono addormentarsi, Ruud Gullit, che del “Cigno di Utrecht” ne fu compagno di squadra e ne è amico, è una storia da condividere con gli amici dopo la grigliata e il vino di una scampagnata primaverile o, cocktail alla mano, durante un party estivo in spiaggia. A voi la scelta, l’importante è che ci sia tanta gente e tanta musica, perché il calcio del Tulipano Nero” è stato un inno all’allegria. Sua e del pubblico che andava a vederlo.

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Complice un carattere estroverso e un look reggae per via di quelle treccine che nella seconda metà degli anni Ottanta impazzarono tra l’Olanda e la Milano rossonera, Gullit ha reso possibile l’equazione “calcio=festa” in un’epoca dove gli interessi economici cominciavano a prevalere sull’aspetto sportivo. Si va in campo per divertirsi, per segnare un gol in più degli altri e dopo aver dormito senza problemi la notte della vigilia, anche se poi si affronta il Real Madrid al “Santiago Bernabeu”. Perché se fai parte della squadra più forte del momento, o se lo vuoi diventare, sono gli altri a doversi preoccupare di te.

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Un calcio no-stress, un calcio take it easy, dopotutto la vita ha già le sue brutture mentre questo è un gioco, dunque viviamolo spensierati. Ma da professionisti. Se nel tempo libero voleva libertà per i suoi passatempi, sul campo il “Pallone d’Oro 1987” era esemplare per l’impegno in allenamento e per la capacità di divenire un riferimento per i compagni. Specie per i più giovani, come riconobbe il diciottenne Graziano Mannari, Gavroche del nostro calcio finito presto k.o. per gli infortuni dopo che aveva mandato al tappeto Juventus e Real Madrid, nel febbraio di quel 1988 dove Gullit guidò il Milan verso lo scudetto che avrebbe aperto la strada alla consacrazione europea e mondiale di quel collettivo straordinario.

1989:  Ruud Gulitt of AC Milan in action during the Eurpean Cup Semi-final match against Real Madrid.  The match ended in a 5-0 win for AC Milan.  Mandatory Credit: Simon Bruty /Allsport

In quella squadra, quando sprigionava la potenza dei suoi quadricipiti in progressioni alla Tornado, il destriero di Zorro, Gullit era devastante. Ne sanno qualcosa i giocatori del Napoli, disarcionati dalle sue scorribande sulle fasce palla al piede, che offrirono a Virdis e Van Basten le reti del sorpasso in vetta. La sua immagine di quel Primo Maggio 1988 al “San Paolo” si ritrova nelle parole di Arrigo Sacchi, l’allenatore di quel Milan che lo trasformò da ottimo giocatore in campione: «Aveva una potenza fisica straordinaria, un grande carisma e per i compagni era un vero trascinatore. Quando partiva, con la criniera al vento, era come se squillasse la tromba dell’assalto».

Indole perlopiù altruista, Gullit saliva in cattedra quando era lui il più talentuoso in campo. Come contro la Juventus, 10 gennaio 1988, quando prese spazio e tempo al diretto marcatore su un cross dalla bandierina, fulminando Tacconi con una delle specialità: il colpo di testa. Lo stesso col quale avrebbe pietrificato, fascia di capitano al braccio, Dasaev e l’Urss all’Europeo, pochi mesi più tardi, per il primo e unico trionfo dell’Olanda, passato alla storia per la meraviglia di Van Basten. E non c’è da stupirsi. Marco era una composizione di Morricone, che incantava e lasciava a bocca aperta gli spettatori. Ruud invece un concerto dei Queen”, che esaltava e mandava in visibilio. Non segnava quanto il connazionale, ma segnava gol pesanti. Come l’1-1 nel derby del 1993, che frenò la caduta di un Milan poi vincitore affannato dello scudetto, e che confermò la sua natura di atleta completo, dotato anche di coordinazione e precisione balistica. La sintesi massima di tanta bravura a Barcellona, 24 maggio 1989, finale di Coppa Campioni: cross di Donadoni da sinistra e lui, dal limite dell’area di rigore, stoppa al volo, fa rimbalzare il pallone e poi scaglia il destro del 3-0 sotto l’incrocio. “Magnifico-o-o-o-o”.

Gullit

Andò oltre lo sdoppiamento del calciatore tra attacco e difesa, uno dei mantra del Grande Ajax di Cruijff, ricoprendo addirittura più ruoli: seconda punta, trequartista, esterno di centrocampo e perfino libero – al Feyenoord (scudetto, 1984) e alla Sampdoria (Coppa Italia, 1994). Se Van Basten può considerarsi il figlio del Profeta, perché come Cruijff poteva risolvere in ogni momento la partita grazie alla sua classe immensa, il “Tulipano Nero” è stato la miglior rappresentazione dell’Idea diffusa da quel profeta.

Furono due personalità opposte e due calciatori differenti, lui e il “Cigno di Utrecht”. Ma come cantavano i “Queen”, friends will be friends.

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