di Giuseppe D’Agostino e Ettore Zanca

Quando vedi i giocatori del giovedì di partita tra amici, il portiere lo riconosci quasi sempre. E quello che spesso quando lo guardi pensi “…ma lui, che ci fa qui? Gioca o porta solo il pallone?”

Perchè il portiere del giovedì è come una bottiglia di acqua fresca nel deserto. E il decimo che manca sempre, colui che quando viene trovato e accetta di giocare, fa tirare a tutti gli altri un sospirone di sollievo: che se no toccava parare a turno, “un gol a testa”.

E la speranza è sempre la stessa, sfoderare una serata in cui diventi una specie di piovra invalicabile.

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Piovra invalicabile e pioniere fu sicuramente William Foulke. Portiere di 150 chili che giocò tra la fine del 1800 e gli inizi del ‘900, per diverse squadre inglesi dell’epoca. Portiere perennemente affamato, tremendamente ingordo, ma efficacissimo. Soprannominato in modo quasi scontato “Fatty”. La sua carriera lo vide parare e coprire quasi interamente la porta dello Sheffield e del Chelsea, dove inizia la sua parabola discendente, ma ci lascia un patrimonio che ancora adesso vediamo all’interno degli stadi. Il raccattapalle. Proprio mentre si trovava al Chelsea, Fatty inizia anche ad essere indolente e ad amare molto i superalcolici, ma la sua tremenda capacità d’impatto sulla partita è ancora integra. Tuttavia, con il Chelsea, si rifiuta categoricamente di recuperare la palla da dietro la porta, come si usava a quei tempi. E per accontentarlo la dirigenza gli accordò due ragazzi che recuperassero in vece sua il pallone. Poi rimasti ancorati all’interno dello scenario calcistico. Molti calciatori famosi, tra cui Cannavaro per Maradona, lo furono. Perchè parliamo di “Fatty”, perchè il fiume della storia, lo richiama prepotentemente per una partita. Anzi per un protagonista in particolare, di quella partita.

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Forse non giocherà contro l’Arsenal, il signor Wayne Shaw. Porterà in panchina i suoi chili di troppo, il suo sorriso gioviale, ma soprattutto porterà con sé i sogni proibiti di tutti i portieri dilettanti poter raccontare che almeno per una sera nella vita, di fronte non c’erano i soliti amici del bar o dell’ufficio, ma una vera squadra di prima divisione. Per la quale, forse, vale la pena andare a comprare un paio di guanti nuovi.

“E’ la FA Cup, bellezza!”. Il fascino unico della manifestazione calcistica più antica di sempre. Un torneo al quale partecipano tutte le società calcistiche affiliate alla Football Association, non importa quanto grandi o piccole siano. Un torneo nel quale si respira un’aria antica, sfida secca, in casa della squadra più debole, che così può godere del vantaggio del campo e regalare ai tifosi una giornata di gloria. Suscita una emozione atavica, il guardare gli spogliatoi del Sutton, che rievoca gli spogliatoi di antica foggia. E rievoca anche recenti polemiche. Il Carpi infatti, quando salì in serie A, fu bersaglio di lamentele diffuse, per gli spogliatoi angusti e poco confortevoli per i talenti della massima serie. La risposta fu eloquente: “Se Cristiano Ronaldo o Messi, si cambiano nello spogliatoio dell’Eibar, squadra arrivata nella massima serie in Spagna, potete benissimo farlo voi”. Il Borough Sport Ground, lo stadio del Sutton United, situato in un piccolo sobborgo di Londra, conta 5.013 posti. L’Emirates Stadium, l’avveniristico impianto dei Gunners costruito con i soldi di una delle più grandi compagnie aeree del pianeta, ne conta 60.432, dodici volte tanto. La distanza stradale è di pochi chilometri, ma quella sportiva è siderale.

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Sta ad un manipolo di coraggiosi eroi, domani sera, trasformare l’ordalia in vittoria. Sotto gli occhi sognanti di pochi supporters e di un portiere sovrappeso che sognerà di giocare anche solo un minuto.

 

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