Raccontare una vita, una biografia, una storia per sua stessa natura unica e inimitabile in poche righe, nella ristrettezza di un articolo è un’impresa di per sé altamente complicata. La sfida diventa ancora più ardua nei casi in cui si parla di figure del calibro di Walter Bonatti, il grande alpinista ed esploratore, in occasione del 63esimo anniversario della prima ascesa del K2. La vita di Bonatti, densa di avvenimenti, caratterizzata da imprese, tragedie, polemiche e avventure, non solo potrebbe essere una fonte inesauribile di ispirazione per romanzieri e autori cinematografici ma è stata al tempo stesso ampiamente documentata dal suo stesso protagonista. Il “Re delle Alpi”, infatti, a una naturale riservatezza nella vita quotidiana accompagnava una passione per la scrittura che lo ha portato dapprima a produrre gli inimitabili reportage dei suoi viaggi in terre selvagge e inesplorate per Epoca e, in seguito, a pubblicare una grande quantità di libri, cronache e descrizioni che rappresentano una preziosissima testimonianza sugli anni eroici dell’alpinismo italiano, e hanno tenuto vivo il ricordo di un’epoca a cui Bonatti ha sempre guardato con orgoglio e nostalgia. Tuttavia, è chiaro che Bonatti non basta a Bonatti. I resoconti autobiografici, i ricordi di scalate al limite dell’impossibile ed esplorazioni degne di un romanzo di Salgari, riletti cinque anni dopo la morte di Bonatti, aiutano a rappresentare un personaggio che anche nella scrittura ha portato con sé le naturali caratteristiche della sua personalità: umiltà, modestia, riservatezza. Bonatti non ha scritto per tramandare un suo mito o istituire una personale agiografia, ma semplicemente per dare la possibilità ai suoi ricordi di fluire nella maniera ottimale, permettendo a un uomo per sua natura solitario e schivo di incontrarsi con i milioni di ammiratori che aveva saputo conquistarsi in Italia e nel mondo.

La dicotomia tra solitudine e fama ha accompagnato tutta la carriera alpinistica di Bonatti, e non è affatto cessata dopo il suo passaggio al mondo delle esplorazioni, e rappresenta un tratto saliente della parabola umana del “Re delle Alpi”. Bonatti divenne lo sfidante solitario di vette e piloni dopo aver riportato, come scritto in “Le mie montagne”, un “fardello di esperienze personali negative” dalla partecipazione alla spedizione italiana che, nel 1954, violò per la prima volta la vetta del K2, portando a compimento un’impresa sensazionale, la cui memoria è stata tuttavia ampiamente compromessa dalla parzialità delle ricostruzioni successive ammantate di ufficialità che minimizzarono il cruciale ruolo giocato da Bonatti al suo interno. Compagnoni e Lacedelli, i conquistatori del K2, per anni negarono l’apporto determinante e i rischi personali corsi da Bonatti nella notte tra il 30 e il 31 luglio 1954, durante la quale fu costretto ad affrontare una tremenda odissea in compagnia del portatore pakistano Amir Mahdi, affrontando un bivacco all’aperto sotto le sferzate del vento e con temperature precipitate sino a -50° dopo aver portato ai compagni le bombole d’ossigeno rivelatesi determinanti per consentire loro di concludere la scalata del K2. Dopo aver assaporato la delusione e il risentimento a seguito della pubblicazione, da parte del capo spedizione Ardito Desio, di un resoconto ufficiale estremamente parziale e rivelatosi, dopo oltre quarant’anni di schermaglie legali e dibattiti, ricco di falsità e inesattezze, Bonatti dette una svolta alla sua carriera: oggigiorno, infatti, le sue più grandi imprese di cui rimane memoria furono compiute in solitaria o, al massimo, con l’appoggio di compagni estremamente fidati, di fatto tra i pochi amici veramente inseparabili di Bonatti, come il tenace brianzolo Andrea Oggioni, morto tragicamente sul Monte Bianco il 16 luglio 1961.

La figura di Bonatti, alpinista romantico fedele ai metodi tradizionali della disciplina, forgiatore dei suoi stessi chiodi da scalata e estremamente austero nella scelta dell’equipaggiamento accessorio, affascinò presto milioni di italiani: ogni sua scalata catalizzava l’attenzione di un vasto pubblico. La riservatezza di Bonatti veniva così al tempo stesso insidiata e ammirata: giornalisti, operatori televisivi, appassionati di alpinismo e persone di ogni estrazione sociale trattennero il fiato durante i giorni in cui Bonatti si dedicò ad azioni senza precedenti come la scalata della parete sud-ovest del Dru (17-22 agosto 1955), la “prima” in solitaria sulla Brenva (13 settembre 1959) e, soprattutto, l’impresa unica nel suo genere, uno dei più grandi capolavori della storia dell’alpinismo, compiuta da Bonatti sul Cervino tra il 18 e il 22 febbraio 1965, nel corso della quale il “Re delle Alpi” stabilì un duplice primato. Bonatti, infatti, fu il primo a scalare in solitaria una delle montagne più insidiose e complesse delle Alpi e a violare il Cervino in inverno; inoltre, la sua spettacolare ascesa fu compiuta attraverso una via mai affrontata in precedenza, tutt’oggi chiamata in suo onore “Via Bonatti”. La scalata coronò un cammino sportivo, esplorativo e umano di prestigio assoluto, e portò alle stelle una notorietà che Bonatti si guardava bene dall’incentivare apertamente, intendendo ognuna delle sue conquiste come una realizzazione personale, il superamento di insidiose sfide interiori e la vittoria sui fantasmi del passato. Come ogni parabola umana, Bonatti pensò che anche la sua carriera da alpinista avrebbe dovuto concludersi: la vittoria sul gigante Cervino rappresentò il momento perfetto per svoltare, per affrontare nuove sfide ed espandere, a 35 anni, i propri orizzonti professionali e personali. Fu sul finire degli Anni Sessanta, infatti, che iniziarono i reportage dalle terre lontane, i viaggi di Bonatti da un capo all’altro della Terra per conto di Epoca. Dal Venezuela al Congo, dall’Alaska alla Nuova Guinea, le esplorazioni di Bonatti coprirono buona parte del pianeta e consentirono al “Re delle Alpi” di appagare la propria sete di conoscenza e nutrire la fantasia e la curiosità dei lettori della rivista su cui pubblicava i propri diari di viaggio, nei quali Bonatti lasciava sempre ampio spazio alla descrizione di paesaggi incontaminati, luoghi remoti e animali esotici, intendendo la natura, e nient’altro al di fuori di essa, come esclusiva protagonista dei suoi resoconti, lasciando trasparire lo stupore e la meraviglia provati dinnanzi ad alcune delle meraviglie nascoste della Terra.

Le straordinarie doti atletiche di Bonatti e la sua notoria resistenza portarono l’alpinismo italiano a nuovi traguardi, inaugurando la strada maestra sui quali si incamminarono in seguito Reinhold Messner e gli altri portabandiera della scuola tricolore, il cui maggiore esponente contemporaneo è Simone Moro, divenuto nel 2016 l’autore della prima scalata invernale al temibile Nanga Parbat, al termine di un’impresa non priva di paragoni con diverse ascese sensazionali di Bonatti. Al contempo, la sua figura sfumava nel romanticismo, portando gli italiani a riscoprire la passione per l’avventura, l’esotico, il misterioso. Bonatti, figura byroniana a tutti gli effetti, il solitario, tenace esploratore, chiuso in sé stesso ma aperto al mondo, fu una figura ponte tra modernità e tradizione: la passione per i viaggi degli esploratori del passato, il tradizionalismo in campo alpinistico e un carattere schivo facevano da contraltare a un affetto nazionalpopolare nei suoi confronti che negli ultimi anni di vita di Bonatti, una volta rotto il muro di silenzio e omertà sul caso K2, ha finito per essere condiviso anche dalle autorità istituzionali.

A sei anni dalla scomparsa, Bonatti è quanto mai attuale: in un mondo frenetico, volatile e vacuo, leggere i suoi ricordi aiuta a spaziare con la mente e con la fantasia, a espandere i propri orizzonti, sprona ad essere curiosi, straordinariamente curiosi. Ricordare la sua persona ci è sembrato doveroso, il minimo che si potesse fare per omaggiare un grande alpinista, un grande italiano, un grande uomo: Walter Bonatti, il “Re delle Alpi” che volle fare a meno di tutti gli allori.

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