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Storie dell'altro mondo

Walter Bonatti: la solitudine e la grandezza del “Re delle Alpi”

Andrea Muratore

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Raccontare una vita, una biografia, una storia per sua stessa natura unica e inimitabile in poche righe, nella ristrettezza di un articolo è un’impresa di per sé altamente complicata. La sfida diventa ancora più ardua nei casi in cui si parla di figure del calibro di Walter Bonatti, il grande alpinista ed esploratore, in occasione del 63esimo anniversario della prima ascesa del K2. La vita di Bonatti, densa di avvenimenti, caratterizzata da imprese, tragedie, polemiche e avventure, non solo potrebbe essere una fonte inesauribile di ispirazione per romanzieri e autori cinematografici ma è stata al tempo stesso ampiamente documentata dal suo stesso protagonista. Il “Re delle Alpi”, infatti, a una naturale riservatezza nella vita quotidiana accompagnava una passione per la scrittura che lo ha portato dapprima a produrre gli inimitabili reportage dei suoi viaggi in terre selvagge e inesplorate per Epoca e, in seguito, a pubblicare una grande quantità di libri, cronache e descrizioni che rappresentano una preziosissima testimonianza sugli anni eroici dell’alpinismo italiano, e hanno tenuto vivo il ricordo di un’epoca a cui Bonatti ha sempre guardato con orgoglio e nostalgia. Tuttavia, è chiaro che Bonatti non basta a Bonatti. I resoconti autobiografici, i ricordi di scalate al limite dell’impossibile ed esplorazioni degne di un romanzo di Salgari, riletti cinque anni dopo la morte di Bonatti, aiutano a rappresentare un personaggio che anche nella scrittura ha portato con sé le naturali caratteristiche della sua personalità: umiltà, modestia, riservatezza. Bonatti non ha scritto per tramandare un suo mito o istituire una personale agiografia, ma semplicemente per dare la possibilità ai suoi ricordi di fluire nella maniera ottimale, permettendo a un uomo per sua natura solitario e schivo di incontrarsi con i milioni di ammiratori che aveva saputo conquistarsi in Italia e nel mondo.

La dicotomia tra solitudine e fama ha accompagnato tutta la carriera alpinistica di Bonatti, e non è affatto cessata dopo il suo passaggio al mondo delle esplorazioni, e rappresenta un tratto saliente della parabola umana del “Re delle Alpi”. Bonatti divenne lo sfidante solitario di vette e piloni dopo aver riportato, come scritto in “Le mie montagne”, un “fardello di esperienze personali negative” dalla partecipazione alla spedizione italiana che, nel 1954, violò per la prima volta la vetta del K2, portando a compimento un’impresa sensazionale, la cui memoria è stata tuttavia ampiamente compromessa dalla parzialità delle ricostruzioni successive ammantate di ufficialità che minimizzarono il cruciale ruolo giocato da Bonatti al suo interno. Compagnoni e Lacedelli, i conquistatori del K2, per anni negarono l’apporto determinante e i rischi personali corsi da Bonatti nella notte tra il 30 e il 31 luglio 1954, durante la quale fu costretto ad affrontare una tremenda odissea in compagnia del portatore pakistano Amir Mahdi, affrontando un bivacco all’aperto sotto le sferzate del vento e con temperature precipitate sino a -50° dopo aver portato ai compagni le bombole d’ossigeno rivelatesi determinanti per consentire loro di concludere la scalata del K2. Dopo aver assaporato la delusione e il risentimento a seguito della pubblicazione, da parte del capo spedizione Ardito Desio, di un resoconto ufficiale estremamente parziale e rivelatosi, dopo oltre quarant’anni di schermaglie legali e dibattiti, ricco di falsità e inesattezze, Bonatti dette una svolta alla sua carriera: oggigiorno, infatti, le sue più grandi imprese di cui rimane memoria furono compiute in solitaria o, al massimo, con l’appoggio di compagni estremamente fidati, di fatto tra i pochi amici veramente inseparabili di Bonatti, come il tenace brianzolo Andrea Oggioni, morto tragicamente sul Monte Bianco il 16 luglio 1961.

La figura di Bonatti, alpinista romantico fedele ai metodi tradizionali della disciplina, forgiatore dei suoi stessi chiodi da scalata e estremamente austero nella scelta dell’equipaggiamento accessorio, affascinò presto milioni di italiani: ogni sua scalata catalizzava l’attenzione di un vasto pubblico. La riservatezza di Bonatti veniva così al tempo stesso insidiata e ammirata: giornalisti, operatori televisivi, appassionati di alpinismo e persone di ogni estrazione sociale trattennero il fiato durante i giorni in cui Bonatti si dedicò ad azioni senza precedenti come la scalata della parete sud-ovest del Dru (17-22 agosto 1955), la “prima” in solitaria sulla Brenva (13 settembre 1959) e, soprattutto, l’impresa unica nel suo genere, uno dei più grandi capolavori della storia dell’alpinismo, compiuta da Bonatti sul Cervino tra il 18 e il 22 febbraio 1965, nel corso della quale il “Re delle Alpi” stabilì un duplice primato. Bonatti, infatti, fu il primo a scalare in solitaria una delle montagne più insidiose e complesse delle Alpi e a violare il Cervino in inverno; inoltre, la sua spettacolare ascesa fu compiuta attraverso una via mai affrontata in precedenza, tutt’oggi chiamata in suo onore “Via Bonatti”. La scalata coronò un cammino sportivo, esplorativo e umano di prestigio assoluto, e portò alle stelle una notorietà che Bonatti si guardava bene dall’incentivare apertamente, intendendo ognuna delle sue conquiste come una realizzazione personale, il superamento di insidiose sfide interiori e la vittoria sui fantasmi del passato. Come ogni parabola umana, Bonatti pensò che anche la sua carriera da alpinista avrebbe dovuto concludersi: la vittoria sul gigante Cervino rappresentò il momento perfetto per svoltare, per affrontare nuove sfide ed espandere, a 35 anni, i propri orizzonti professionali e personali. Fu sul finire degli Anni Sessanta, infatti, che iniziarono i reportage dalle terre lontane, i viaggi di Bonatti da un capo all’altro della Terra per conto di Epoca. Dal Venezuela al Congo, dall’Alaska alla Nuova Guinea, le esplorazioni di Bonatti coprirono buona parte del pianeta e consentirono al “Re delle Alpi” di appagare la propria sete di conoscenza e nutrire la fantasia e la curiosità dei lettori della rivista su cui pubblicava i propri diari di viaggio, nei quali Bonatti lasciava sempre ampio spazio alla descrizione di paesaggi incontaminati, luoghi remoti e animali esotici, intendendo la natura, e nient’altro al di fuori di essa, come esclusiva protagonista dei suoi resoconti, lasciando trasparire lo stupore e la meraviglia provati dinnanzi ad alcune delle meraviglie nascoste della Terra.

Le straordinarie doti atletiche di Bonatti e la sua notoria resistenza portarono l’alpinismo italiano a nuovi traguardi, inaugurando la strada maestra sui quali si incamminarono in seguito Reinhold Messner e gli altri portabandiera della scuola tricolore, il cui maggiore esponente contemporaneo è Simone Moro, divenuto nel 2016 l’autore della prima scalata invernale al temibile Nanga Parbat, al termine di un’impresa non priva di paragoni con diverse ascese sensazionali di Bonatti. Al contempo, la sua figura sfumava nel romanticismo, portando gli italiani a riscoprire la passione per l’avventura, l’esotico, il misterioso. Bonatti, figura byroniana a tutti gli effetti, il solitario, tenace esploratore, chiuso in sé stesso ma aperto al mondo, fu una figura ponte tra modernità e tradizione: la passione per i viaggi degli esploratori del passato, il tradizionalismo in campo alpinistico e un carattere schivo facevano da contraltare a un affetto nazionalpopolare nei suoi confronti che negli ultimi anni di vita di Bonatti, una volta rotto il muro di silenzio e omertà sul caso K2, ha finito per essere condiviso anche dalle autorità istituzionali.

A sei anni dalla scomparsa, Bonatti è quanto mai attuale: in un mondo frenetico, volatile e vacuo, leggere i suoi ricordi aiuta a spaziare con la mente e con la fantasia, a espandere i propri orizzonti, sprona ad essere curiosi, straordinariamente curiosi. Ricordare la sua persona ci è sembrato doveroso, il minimo che si potesse fare per omaggiare un grande alpinista, un grande italiano, un grande uomo: Walter Bonatti, il “Re delle Alpi” che volle fare a meno di tutti gli allori.

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9 Commenti

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  1. luca simoni

    settembre 13, 2016 at 12:31 pm

    Mi complimento con lei per l’articolo e per la sua iniziativa di commemorare uno degli italiani più straordinari del nostro tempo (e, forse non solo del nostro). e per averne sottolineato la modestia e l’animo schivo, insensibile alle lusinghe della popolarità, ma concentrato in una straordinaria ricerca del sé.
    Buon lavoro

    • Andrea Muratore

      settembre 13, 2016 at 6:10 pm

      Salve Luca, la ringrazio per l’apprezzamento, ho voluto riproporre la biografia di Bonatti proprio perché portatore di qualità personali e morali in forte contrapposizione con molte, decadenti tendenze tipiche dei costumi contemporanei.
      Cordiali saluti,
      Andrea Muratore

  2. Enrico

    settembre 13, 2016 at 5:42 pm

    Ho 72 anni e ringrazio l’immenso Walter per aver fatto sognare me e tutta la mia generazione. Sono commosso.

  3. Davide Traversa

    ottobre 11, 2016 at 8:59 pm

    Mio padre, abbonato di epoca, raccolse in un tomo enorme tutti i reportage di Bonatti. Un’eredità preziosa che ha influenzato a partire dagli anni settanta il modo di vedere la natura mio e di mio fratello. Grazie Walter

  4. federico poggi

    luglio 31, 2017 at 3:06 pm

    “Da quassù il mondo degli uomini altro non sembra che follia,
    grigiore racchiuso dentro se stesso.
    E pensare che lo si reputa vivo soltanto perché è caotico e rumoroso.”

    C’è chi nasce al di fuori del tempo e per questo lascia un’impronta.
    Io mi commuovo.

    federico

  5. guido

    luglio 31, 2017 at 4:33 pm

    …..il più grande!!!!! Grazie per avercelo ricordato

  6. Stefano Rosati

    luglio 31, 2017 at 6:05 pm

    Figura fondamentale, non solo per l’alpinismo italiano e mondiale, ma per la cultura in generale. Un modo speciale , di porsi nei confronti della natura: a volte avventato , a volte superbo (pensate ai tuffi con gli ippopotami o le nottate sugli alberi in Africa con le iene sotto) , a volte pericoloso ma MAI in conflitto con essa, sempre per l’inesauribile sete di confronto , che ha sempre accompagnato Bonatti. Una sfida non contro gli altri , non contro la Natura , ma sempre con se stesso. Unico.

  7. Pierluigi Vernetto

    luglio 31, 2017 at 7:43 pm

    e’ tipicamente italiana l’omerta’ con cui il CAI per 50 anni protesse la falsa versione ufficiale dell’ascensione del K2 di Compagnoni e Desio, anche quando emersero prove inconfutabili che la storia dell’arrivo in cima senza ossigeno era falsa.
    Fare emergere la verita’ fu la piu’ grande battaglia di Bonatti, un tormento che lo accompagno’ fino quasi alla fine.

  8. Mariano

    agosto 1, 2017 at 2:31 pm

    Grande Bonatti! … della sua GRANDEZZA… efficace, discreta e orgogliosa… ce ne sarebbe un disperato bisogno!

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Calcio

Quanto sono strani i nomi delle squadre di calcio giapponesi

Nicola Raucci

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Il Giappone è un mondo lontano dal fascino immenso. Paese dalla cultura straordinaria in cui storia millenaria e modernità fantascientifica formano un connubio inestricabile. Terra dove le stravaganze sono peculiari tanto quanto le tradizioni.

Il calcio non fa eccezione e sfogliando i nomi delle squadre si rimane colpiti dalla grande varietà. Il tutto risale alla nascita della J.League (J リ ー グ ) creata nel 1992, quando la Japan Football Association (日本 サッ カー 協会 ) (JFA) decise di dare vita all’attuale campionato professionistico nipponico per incrementare il livello generale del movimento calcistico nel Paese e rendere competitiva la Nazionale. Fino ad allora la massima serie era la Japan Soccer League (JSL), campionato dilettantistico di scarso interesse per media e tifosi. Venne attuato un cambio radicale che ebbe importanti conseguenze anche nei nomi delle squadre. Le società, già esistenti e di nuova fondazione, optarono per il definitivo abbandono della propria identità aziendale per assumere denominazioni in grado di rappresentare in maniera accattivante la storia, la cultura e le tradizioni locali.

Ecco che troviamo così soluzioni eccentriche e fantasiose, in pieno stile nipponico, dove a farla da padrone sono i richiami alle esotiche lingue delle patrie del calcio: Europa e Sud America.

Le attuali 18 squadre della J1 League:

Cerezo Osaka (セレッソ大阪) – Osaka

Club fondato nel 1957 come Yanmar Diesel, è dal 1993 Cerezo Osaka. Cerezo è in spagnolo il “ciliegio”, albero tipico della città, il cui fiore ne è simbolo distintivo. Indubitabile richiamo al caratteristico paesaggio di ciliegi fioriti lungo i corsi d’acqua di Osaka.

FC Tokyo (FC 東京) – Tokyo

Società nata nel 1935 con il nome di Tokyo Gas Football Club (東京ガス FC), squadra ufficiale della compagnia Tokyo Gas. Una delle poche formazioni a mantenere una denominazione neutra dopo che nel 1998 le aziende Tokyo Gas, ampm, Culture Convenience Club, TEPCO e TV Tokyo fondarono la Tokyo Football Club Company.

Gamba Osaka (ガンバ大阪) – Suita

Il nome assunto nel 1992 gioca sulla sostanziale omofonia tra la parola italiana gamba e il giapponese ganbaru ( 頑 張 る ) che significa “dai il meglio”, “resisti”, caratteristica fondamentale dell’etica societaria imperniata sul lavoro. Club fondato nel 1980 come squadra della Matsushita Electric Industrial Co., Ltd. (Panasonic), era essenzialmente la squadra riserve degli attuali rivali del Cerezo Osaka.

Hokkaido Consadole Sapporo (北海道コンサドーレ札幌) – Sapporo

Il nome deriva dall’unione di consado, anagramma del giapponese dosanko (道 産 子 “popolo di Hokkaidō”), con lo spagnolo ole, che simboleggia il tifo per la squadra da parte di tutti gli abitanti dell’isola. Società nata come Toshiba SC con sede a Kawasaki nel 1935, venne spostata dalla compagnia nel 1996 a Sapporo. Niente più lega la squadra all’azienda fondatrice fuorché il rosso- nero delle divise.

Júbilo Iwata (ジュビロ磐田) – Iwata

Fondato nel 1970 come club calcistico della Yamaha Motor Corporation, azienda con cui mantiene ancora legami, è dal 1993 Júbilo Iwata. Júbilo significa in portoghese “esultanza”, “gioia”.

Kashima Antlers (鹿島アントラーズ) – Kashima

Società fondata come Sumitomo Metal Industries Factory Football Club nel 1947 con sede a Osaka fino al trasferimento nella prefettura di Ibaraki nel 1975. Antlers indica in inglese i palchi dei cervi.

La denominazione si connette al nome stesso della città di Kashima ( 鹿 嶋 市 Kashima-shi che letteralmente significa “città dell’isola dei cervi” 鹿 ka / cervi – 嶋 shima / isola – 市 shi / città).

Kashiwa Reysol (柏レイソル) – Kashiwa

Fondata nel 1940 come squadra della compagnia Hitachi, Hitachi, Ltd. Soccer Club, è dal 1992 Kashiwa Reysol, nome dato dalla fusione delle parole spagnole rey (re) e sol (sole).

Kawasaki Frontale (川崎フロンターレ) – Kawasaki

Fondato nel 1955 come club dell’azienda Fujitsu, Fujitsu Soccer Club, divenne società professionistica nel 1997, anno nel quale avviò una collaborazione con il Grêmio, a cui si ispira, e adottò la parola italiana frontale nel proprio nome.

Nagoya Grampus (名古屋グランパス) – Nagoya

Società fondata nel 1939 come club calcistico della Toyota, Toyota Motor SC, era nota fino al 2007 con il nome di Nagoya Grampus Eight. Grampus è il nome scientifico del grampo o delfino di Risso e si rifà alla coppia di delfini presenti sul Castello di Nagoya. La parola inglese eight si ispirava all’emblema della città, ovvero all’“otto” (八) nella numerazione giapponese.

Sagan Tosu (サガン鳥栖) – Tosu

Società fondata nel 1997. Nome dal doppio significato, sagan ( 砂 岩 ) è in giapponese l’arenaria, ovvero l’unione di tanti elementi a formare un oggetto (la squadra) resistente a tutto. Inoltre, Sagan Tosu può essere inteso come “Tosu (città della prefettura) di Saga” (佐賀 ん 鳥 栖 Saga-n Tosu) nel dialetto locale.

Sanfrecce Hiroshima (サンフレッチェ広島) – Hiroshima

Club fondato nel 1938 come Toyo Kogyo Syukyu Club ( 東 洋 工 業 サ ッ カ ー 部 ), cambiò nome nel 1981 in Mazda SC (マツダ SC) e nel 1992 assunse la denominazione attuale. Insieme al JEF United Ichihara Chiba e agli Urawa Red Diamonds, è stata una delle società fondatrici del campionato professionistico. Sanfrecce è una combinazione del numero “tre” ( 三 San) nella numerazione giapponese con la parola italiana frecce e si rifà alle parole dell’eroe locale, il daimyō Mōri Motonari, che disse ai suoi figli “Una singola freccia può essere facilmente spezzata, ma tre frecce tenute insieme non saranno mai piegate”.

Shimizu S-Pulse (清水エスパルス) – Shizuoka

Società fondata nel 1991 come Shimizu FC dall’iniziativa della cittadinanza locale senza il sostegno di grandi aziende, cambiò rapidamente la denominazione in Shimizu S-Pulse per mettere in primo piano i tifosi. Difatti, la S si rifà a Shimizu (città), Shizuoka (prefettura) e alle parole inglesi supporters (tifosi) e soccer (calcio), unita all’altra parola inglese pulse (impulso) a indicare l’energia dei suoi instancabili sostenitori.

Shonan Bellmare (湘南ベルマーレ) – Hiratsuka

Bellmare è una combinazione delle parole italiane bello e mare per indicare la bellezza dell’area costiera di Shōnan (湘南) nella baia di Sagami.

Urawa Red Diamonds (浦和レッドダイヤモンズ) – Saitama

Fondata nel 1950 come sezione calcistica della Mitsubishi con sede a Kobe, Mitsubishi Heavy Industries Football Club, diventò nel 1993 Urawa Red Diamonds. Red Diamonds è un chiaro riferimento all’emblema della Mitsubishi (三菱) nome traducibile come “tre diamanti”.

V-Varen Nagasaki (V・ファーレン長崎) – Nagasaki

Club formatosi nel 2005 dalla fusione di Ariake Football Club e Kunimi Football Club. Il nome V- Varen combina la V del portoghese vitória (vittoria) e dell’olandese vrede (pace) con varen che significa, sempre in olandese, “navigare”. Scelta ispirata alla grande tradizione marinara di Nagasaki, città portuale punto di attracco per portoghesi e olandesi durante lo shogunato Tokugawa (1600-1868).

Vegalta Sendai (ベガルタ仙台) – Sendai

Società fondata nel 1988 con la denominazione di Tohoku Electric Power Co., Inc. Soccer Club. Nel 1999 assunse il nome Vegalta in omaggio alla festa Tanabata (七夕 “settima notte”) che celebra il ricongiungimento delle divinità Orihime e Hikoboshi, rappresentate rispettivamente dalle stelle Vega e Altair. I due amanti separati, secondo la leggenda, dalla Via Lattea possono incontrarsi solo una volta all’anno. La denominazione celebra tale incontro.

Vissel Kobe (ヴィッセル神戸) – Kōbe

Club fondato nel 1966 con il nome di Kawasaki Steel Soccer Club, aveva sede a Kurashiki, nella prefettura di Okayama. Nel 1994 la città di Kobe raggiunse un accordo con la Kawasaki per spostare la squadra da Okayama a Kobe, con la nuova denominazione di Vissel Kobe. Vissel nasce dalla combinazione delle parole inglesi victory (vittoria) e vessel (vascello), in riferimento alla tradizione portuale della città.

Yokohama F·Marinos (横浜 F・マリノス) – Yokohama

Società fondata nel 1972 come sezione calcistica della Nissan, Nissan Motors FC. Prese la forma attuale nel 1999 mediante la fusione delle due squadre di Yokohama: Yokohama Marinos e Yokohama Flügels. La F ricorda i Flügels (dal tedesco Flügel che significa “ali”) mentre marinos è la parola spagnola per “marinai” e si rifà alla importante storia di città portuale di Yokohama. La maggior parte dei tifosi dello Yokohama Flügels, rifiutando la fusione con i rivali, diedero vita nello stesso anno al Yokohama FC.

L’ammirazione per il calcio italiano, che proprio negli anni ’90 dominava la scena, riecheggia in tante altre squadre giapponesi a indicare una smisurata passione per il Belpaese.

Di seguito una breve lista:

J2 League

Fagiano Okayama FC (ファジアーノ岡山) – Okayama

Il nome fagiano si riferisce al compagno di avventure di Momotarō, protagonista della omonima celebre fiaba giapponese.

Kamatamare Sanuki (カマタマーレ讃岐) – Takamatsu

Kamatamare unisce il giapponese Kamatama (ciotola per udon tipica della zona) con la parola mare.

Montedio Yamagata (モンテディオ山形) – Yamagata

Fusione di monte e dio a indicare le maestose montagne di Yamagata.

Oita Trinita (大分トリニータ) – Ōita

Riferimento alla trinità di cittadinanza, aziende e governo locale nel supporto del club.

Roasso Kumamoto (ロアッソ熊本) – Kumamoto

Il nome Roasso deriva dall’unione di rosso e asso. Simbolo (cavallo rampante) e colore (rosso) sono un chiaro riferimento alla Ferrari.

Tokushima Vortis (徳島ヴォルティス) – Tokushima

Il nome vortis è preso da vortice e si riferisce al Vortice di Naruto, che non è il cartone ma un fenomeno marino che si verifica nele acque giapponesi.

J3 League

Gainare Tottori (ガイナーレ鳥取) – Yonago

Combinazione del giapponese gaina (“grande” nel dialetto di Tottori) e sperare.

Giravanz Kitakyushu (ギラヴァンツ北九州) – Kitakyushu

Unione delle parole girasole, simbolo floreale di Kitakyushu, e avanzare.

Kataller Toyama (カターレ富山) – Toyama

Combinazione di 勝 た れ (katare), che nel dialetto di Toyama significa “vincere”, e aller, francese per “andare”. Inoltre, è un gioco di parole tra “cantare” e 語 れ (katare) che significa “parlare”.

 

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Calcio

Sudafrica 2010: l’Africa (e le vuvuzelas) celebrano la prima volta delle Furie Rosse

Paolo Valenti

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Arrivati all’alba di un nuovo decennio, i mondiali di calcio arrivano dove finora erano stati solo immaginati. E’ il Sudafrica a farsi carico dell’organizzazione di una competizione che dello spirito pionieristico della prima edizione tenutasi nel 1930 in Uruguay in dote porta ormai poco. La FIFA di Blatter ha deciso di portare la coppa del mondo per la prima volta nel continente africano: che la nazione di Nelson Mandela, storica icona vivente della lotta all’apartheid, sia stata scelta come paese ospitante è frutto di decisioni manovrate più dagli strumenti della corruzione che da scelte liberamente sostenute. Come emerso nel 2015 dall’indagine condotta dall’FBI, infatti, il paese votato per organizzare il mondiale fu il Marocco ma il versamento di tangenti per un importo pari a dieci milioni di dollari avrebbe spinto la coppa verso il Sudafrica. Meglio, allora, parlare d’altro.

L’Italia si presenta col fregio di campione in carica come in Messico nell’86. Anche l’approccio al torneo è analogo: Marcello Lippi, tornato in panchina dopo i due anni di parentesi senza infamia e senza lode di Roberto Donadoni, giubilato dopo l’eliminazione agli Europei del 2008 rimediata ai calci di rigore con i futuri campioni della Spagna, affronta la competizione cercando un equilibrio tra chi ha vinto quattro anni prima e le forze nuove suggerite dal campionato. E’ un equilibrio difficile da trovare, soprattutto perché i candidati a rimpiazzare i campioni del mondo, per qualità tecnica e personalità, si rivelano inadeguati. Lippi si trova nella stessa situazione già sperimentata da Enzo Bearzot nel suo terzo mondiale alla guida degli azzurri e vive lo stesso destino del tecnico friulano, con una nota di demerito in più: l’Italia, infatti, non riesce a superare nemmeno il primo turno, ultima di un girone che la vede in affanno con formazioni non irresistibili come Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia. Era da trentasei anni, da Germania 1974, che gli azzurri non arenavano il loro percorso al primo turno: un’amarezza sportiva sconosciuta a molti appassionati italiani.

Sono altre le nazionali che vanno avanti e si affacciano sull’Olimpo delle semifinali: l’Olanda ci ritorna dopo aver battuto un Brasile in buona parte vittima dell’irrazionale incontinenza agonistica di Felipe Melo, protagonista negativo nelle azioni dei due gol olandesi nonché di una sacrosanta espulsione; la Germania dopo aver strapazzato l’inconsistente Argentina guidata dall’inadeguato coach Diego Armando Maradona; Uruguay e Spagna raggiungono l’obiettivo soffrendo non poco per aver ragione, rispettivamente, della nazionale alfiere del calcio africano, il Ghana, e di un ostico Paraguay. Non basta un superlativo Diego Forlan a negare l’accesso alla finale agli Oranje, mentre la Germania si arrende alfine al calcio latino delle Furie Rosse spagnole, che nell’atto decisivo si impongono grazie alla zampata vincente di uno dei centrocampisti migliori di tutti i tempi. Il gol di Andrès Iniesta porta per la prima volta nella storia la Roja sul tetto del mondo.
I RISULTATI
Leggi tutti i risultati dei Mondiali di Sudafrica 2010

LE CURIOSITA’

Non c’è due senza tre

Nel 2010 in Sudafrica la nazionale olandese raggiunge per la terza volta la finale della coppa del mondo. Gli Oranje, pur poco superstiziosi, dovrebbero fare gli scongiuri visto l’andamento non positivo delle due precedenti esperienze nel 1974 e nel 1978. Nel 2010 il fatto di non dover incontrare i padroni di casa, come era successo in passato, forse rende meno problematico l’approccio alla finale, anche se alla fine il risultato, seppur in extremis, si allinea alla perfezione con le sconfitte maturate in Germania e in Argentina.

Waka Waka (This Time for Africa)

Questo il titolo della canzone ufficiale dei mondiali 2010 cantata da Shakira, la pop singer colombiana attualmente compagna del difensore del Barcellona e della nazionale spagnola Gerard Piquè. Il singolo raccolse un notevole successo nonostante le iniziali polemiche provocate da una parte dell’opinione pubblica sudafricana, che avrebbe preferito che a cantare l’inno del mondiale fosse un autoctono. Waka Waka fu una hit di quel periodo raggiungendo il numero uno delle classifiche in moltissimi paesi, tra i quali l’Italia, vendendo circa dieci milioni di “copie” in tutto il mondo. Nel video della canzone comparivano anche alcuni calciatori, tra i quali Cristiano Ronaldo e Leo Messi. 

Only for Africa

Il processo di selezione del paese ospitante la diciannovesima edizione della coppa del mondo fu aperto solo alle nazioni africane. Era molto forte, infatti, il desiderio della FIFA di portare per la prima volta il mondiale in quel continente. L’assegnazione venne ufficializzata nel 2004 a favore del Sudafrica, la cui candidatura fu preferita a quelle di Egitto e Marocco con meccanismi, come accennato in precedenza, affatto trasparenti.

La prima volta

Diverse le prime volte verificatesi in occasione del mondiale 2010: due riguardano il Sudafrica e due la Spagna. Le Furie Rosse ottengono il loro primo titolo mondiale col quale, oltretutto, diventano anche la prima nazionale europea a vincere la coppa fuori dal continente di appartenenza. Quanto al Sud Africa, oltre al già richiamato esordio come paese ospitante facente parte del continente africano, la selezione di mister Carlo Alberto Parreira è la prima nazionale padrona di casa a venire eliminata al primo turno.

Portare gioia a tutti

E’ più o meno questa la traduzione del termine Jabulani, il nome del pallone ufficiale dei mondiali 2010 che, come il precedente Fevernova del 2002, solleva diverse perplessità tra i giocatori, che ne rilevano l’anomalia delle traiettorie atta, secondo il brasiliano Julio Cesar, a rendere più difficile il compito dei portieri e a favorire l’incremento del numero di gol, tanto da arrivare a definirlo come un pallone da supermercato.

Vuvuzelas

Ancor più che per il Jabulani, le critiche dei calciatori che disputarono il mondiale si levarono a causa dell’utilizzo da parte degli spettatori delle Vuvuzelas, una sorta di trombette di plastica a corno lungo (65 centimetri) che il pubblico si divertiva a “suonare” durante lo svolgimento delle partite, generando un effetto acustico decisamente invasivo che rendeva talvolta difficile la comunicazione in campo tra giocatori. Le Vuvuzelas misero in difficoltà anche le televisioni, per le quali il frastuono di sottofondo generato dalle trombette locali andava in sovrapposizione alla cronaca delle partite affidata a giornalisti e commentatori.

LA FINALE

L’11 luglio è il giorno della finale, una data sempre evocativa per gli italiani che esattamente ventotto anni prima ebbero la fortuna di seguire i mondiali. Siamo, però, nel 2010 e al Soccer City di Johannesburg la partita che determina il vincitore della coppa del mondo se la vanno a giocare Spagna e Olanda: entrambe, in caso di vittoria, porteranno per la prima volta a casa il massimo successo. Per gli iberici è comunque l’esordio in una finale mondiale mentre gli Oranje tornano ad assaporarla dopo le deludenti esperienze di Germania 1974 e Argentina 1978. Anche se, stavolta, l’avversario non è la nazionale del paese ospitante, non c’è da stare troppo tranquilli: la squadra di Vicente Del Bosque gioca un calcio annichilente, basato sul possesso palla infinito di giocatori che, anche nei piedi dei difensori, trovano abili sponde di palleggio funzionali a un giro palla che, alla fine, riesce a trovare un modo per arrivare al gol. L’Olanda pratica un football dalle fondamenta muscolari a sostegno della classe evidente dei protagonisti avanzati: Sneijder sulla tre quarti, Robben su una delle due fasce e Van Persie nell’area avversaria. La partita è dura, spezzettata e l’arbitro, l’inglese Webb, è costretto a mettere più volte mano al taschino per usare i cartellini: a fine gara saranno ben quattordici.

Le occasioni non mancano per entrambe le squadre, talune clamorose come quelle non finalizzate da Fabregas e, soprattutto, Robben. Lo zero a zero non si sblocca nemmeno all’inizio del secondo tempo supplementare, quando il difensore olandese Heitinga viene espulso per doppia ammonizione. L’inerzia della partita sembra declinare verso i calci di rigore quando, a quattro minuti dal fischio finale, un cross verso l’area di Fernando Torres viene respinto dai difensori olandesi sui piedi di Fabregas che, dal limite dell’area, serve prontamente Iniesta: il palleggio in avanti dell’iberico serve a caricare un diagonale sul quale Stekelenburg non trova riparo. E’ il sigillo della vittoria di una squadra che col suo gioco, forse più catalano che spagnolo, avvicina il calcio europeo alle sponde del Sud America.

I PROTAGONISTI

Andres IniestaIl Don del calcio spagnolo degli anni Duemila è un giocatore che, come capita solo ai più grandi, sembra formare un tutt’uno quanto tiene la palla tra i piedi. Sarà per l’altezza (171 centimetri), per una certa rotondità del viso accentuata dall’incipiente calvizie oppure semplicemente perché, nella gestione del pallone, la fluidità dei movimenti corporei è pienamente armonizzata col rotolare della sfera, resta il fatto che Andres Iniesta, nel pur eccelso livello tecnico del centrocampo delle Furie Rosse, è il cantore principe dei campioni del mondo 2010. Capace di prender palla e giostrarla in qualunque zona del campo, Iniesta possiede la capacità inestimabile di unire elementi che spesso faticano a dialogare: la bellezza e la funzionalità, l’orpello e il risultato, l’estetica e la funzionalità. Difficile vederlo sbagliare una scelta, che sia legata al tempo di gioco, al passaggio da fare o al tiro da scoccare. Un vero califfo del centrocampo, in grado di diventare un decisivo supporto avanzato quando l’intelligenza calcistica glielo suggerisce con la naturalezza con cui tratta il pallone, come dimostrato paradigmaticamente nel gol col quale regala al suo Paese un titolo mondiale mai conquistato prima della finale di Johannesburg, con quell’alzarsi la palla per scaricarla in rete che ricorda la preparazione del gesto che milioni di ragazzini eseguono nelle strade e nei cortili di tutto il mondo. La sapienza con la quale alterna la stoccata al ricamo è il frutto di algoritmi istintivi finalizzati sempre all’efficacia della giocata che ne costruiscono la dimensione di calciatore universalmente adattabile a qualunque schema di gioco. Vincerà un altro Europeo nel 2012 e disputerà altri due mondiali, ultimo incluso, prima di mostrare gli ultimi abbagli di una classe illuminante nella terra del Sol Levante.

Diego Forlan – Se l’Uruguay dopo quarant’anni torna a classificarsi tra le prime quattro nazionali del mondo, in buona misura lo deve alle ottime prestazioni del suo attaccante più carismatico, Diego Forlan, che, in assoluto, è anche tra i migliori giocatori di tutto il mondiale. Anzi: il migliore, essendo insignito del Golden Ball award, riconoscimento assegnato al più bravo calciatore della coppa del mondo di cui, a pari merito con Thomas Mueller, Wesley Sneijder e David Villa, vince la classifica dei cannonieri. Nativo di Montevideo e icona dell’Atletico Madrid, con un passato da promettente tennista, Forlan è un attaccante di movimento che, godendo degli spazi che gli aprono compagni del calibro di Cavani e Suarez, riesce a svariare su tutto il fronte offensivo con movimenti che, in relazione alla necessità del momento, riecheggiano quelli del centravanti, dell’ala o del numero dieci. Giocatore di puro talento, si impone a critica e pubblico partendo dalle retrovie di un campionato che attendeva le meraviglie di Messi e Kakà e si ritrova a celebrare gol e assist di un ragazzo biondo capace di una leadership basata sulla ricerca dell’obiettivo comune tramite la valorizzazione del senso di appartenenza al gruppo. Pronto alle triangolazioni come all’uno contro uno, abile nel colpo di testa e nel calciare le punizioni, Forlan in Sudafrica raggiunge l’apice di una carriera che l’anno successivo lo porta anche a vestire la maglia dell’Inter. In Italia inizia una parabola discendente che non gli impedisce di partecipare alla spedizione della Celeste nel successivo campionato mondiale, quando è proprio l’Uruguay di Tabarez a condannare all’uscita anticipata gli azzurri di Prandelli.

 

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Calcio

Daniel Subasic, nel cuore e nella mente

Ettore zanca

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Certo che la vita è proprio strana. 
Ti fa sentire in colpa proprio nel momento in cui dovresti essere solo felice. A volte lo fa. Ti insinua quel tarlo malefico, magari sotto forma di voce interiore autorevole come quella di Al Pacino. E magari ti sussurra: “pensa come sarebbe orgoglioso il tuo migliore amico di vederti qui adesso”.

Daniel Subasic questa sensazione la conosce bene. Da tanto tempo. E soprattutto non si perdona la morte del suo migliore amico. Subasic è il portiere della Croazia, sorpresa dei mondiali, icona di coraggio e grinta. Una squadra che ha artigliato e graffiato fino ad arrivare in finale, vincendo contro tutto e per ben tre volte oltre il tempo regolamentare da quando le partite sono diventate “dentro o fuori”. Per ben due volte i Croati sono passati ai rigori e l’eroe che ha parato tutto il parabile è stato proprio Daniel.

Ogni volta che finivano le partite, Daniel mostrava una maglietta con un volto, una volta ha dovuto spiegare chi fosse quel volto, in una conferenza stampa, scoppiando in lacrime. 
Successe tutto nell’aprile del 2008. Daniel gioca nello Zara, una squadra croata, prende palla e la dà lateralmente al suo compagno di squadra nonchè migliore amico Hrvoje Custic. Solo che la allunga troppo, non è proprio precisa e Custic è costretto a rincorrerla e ingaggiare un duello con un avversario.

In maniera del tutto fortuita, lo scontro di gioco fa cadere Custic e lì vicino c’è un muretto. Ci sbatte la testa in malo modo e cade esanime. Le condizioni appaiono subito gravi. In poco tempo subentra la morte cerebrale e poi l’effettivo decesso.
Daniel non si è mai dato pace. Ha provato a scappare, partire, ha provato a dormirci e a far passare tempo. Ma se ci ripensa o ne parla, si sente in colpa. Dice sempre “non posso fare a meno di pensare che se non gli avessi dato quella palla sarebbe ancora qui, potevo fare tante cose, potevo calciarla in mezzo, potevo buttarla via, invece l’ho data a lui”. Che qualcuno provi a fargli capire che non è colpa sua, è quasi inutile. Perchè gli amici dividono tutto o quasi e ora lui, porta un fardello per due. Non c’è verso.

Una cosa però può farla Daniel. Ogni fine partita, si toglie la sua casacca d’ordinanza e mostra la maglia bianca con il viso di Custic. E si capisce perchè la Croazia giochi così. Non sono in undici, ma in dodici. Se è vero che qualcuno ogni tanto ci è vicino più fortemente di quanto pensiamo. La Fifa ha più volte redarguito Subasic a non indossare la maglia che contravviene ai regolamenti sul vestiario. Ma Daniel ha detto che la indosserà sempre e non gli importa. Eh già. Si può essere in colpa e felici insieme? Sì, si può, ma magari tutto questo un giorno sarà una bella istantanea di una storia bellissima su una nazionale sorprendente. Lo è già. Ma non si sa mai. C’è sempre qualcosa in più sotto, alle volte è la maglia con la foto del proprio migliore amico.

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