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Sport & Integrazione

Walk of Life: la maratona di Telethon per la ricerca

Francesca Di Giuseppe

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Diamo priorità a quelle malattie che per la loro rarità sono trascurate dai grandi investimenti pubblici e industriali; selezioniamo i migliori ricercatori in Italia e i progetti più promettenti; coinvolgiamo tutti gli italiani nella lotta contro le malattie genetiche; informiamo chi ci aiuta su come investiamo i fondi raccolti”. Si legge questo sul sito della Fondazione Telethon nella sezione “La nostra missione”; una missione che prese avvio nel 1990 da Susanna Agnelli ascoltando l’appello dei familiari di alcuni pazienti affetti da distrofia muscolare. Da allora, 26 anni di attività continua al servizio di chi sta male, di chi non può curarsi, al servizio della ricerca. Cosa c’entra lo sport in tutto questo? Ha un ruolo da protagonista grazie alla capacità di creare unione, solidarietà e smuovere le masse. Ecco perché la Fondazione ha legato alcuni progetti a eventi sportivi che hanno assunto un ruolo di primo piano: La Walk of Life e La Partita del Cuore. Di questo e di altro abbiamo parlato con i rappresentanti della Fondazione in questa nostra intervista.

Walk of life: come nasce l’idea e com’è andata l’edizione 2016?

Walk of life è la gara podistica che dal 2012 sostiene la ricerca sulle malattie genetiche rare della Fondazione Telethon. Ogni anno, a Napoli e a Catania, corridori professionisti ma anche famiglie e bambini si mettono in gioco per far ‘correre un messaggio di solidarietà’ verso le persone che lottano, ogni giorno, senza arrendersi ad una malattia genetica rara. La Walk of life comprende un percorso destinato ai podisti con una gara competitiva di 10 km e una passeggiata non competitiva di 3 km. Quest’anno a Napoli la gara si è svolta il 10 aprile, con partenza alle ore 9.30: oltre seimila i partecipanti nella splendida cornice di piazza Dante, dove, dopo la benedizione, il cardinale Crescenzio Sepe ha dato ufficialmente il via alla gara. Erano presenti anche il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris e il Rettore della Seconda Università degli Studi di Napoli, Giuseppe Paolisso. Gli organizzatori hanno espresso grande soddisfazione, con la consapevolezza che, nonostante le avverse condizioni meteo, la presenza così importante di quanti hanno invaso piazza Dante è stato il riconoscimento più gratificante dopo mesi di duro lavoro. Il prossimo appuntamento è con la Walk of life a Catania, il 15 maggio”.

Quanto può essere importante per i malati fare sport?


“Fare sport per i malati, laddove possibile, è molto importante, in quanto si tratta di un momento di aggregazione, che consente loro di passare il tempo libero insieme agli altri: sono moltissimi gli esempi di pazienti Telethon che si sono dedicati a sport come l’hockey in carrozzina o il nuoto, raggiungendo anche alti livelli agonistici. Inoltre, lo sport insegna a tutti, malati e non, l’impegno per il raggiungimento di un obiettivo e la volontà di superare i propri limiti”.

E quanto lo sport può aiutare la ricerca?


Lo sport può aiutare moltissimo la ricerca, in quanto contribuisce a sensibilizzare un gran numero di persone, molte delle quali non sono a conoscenza delle necessità della ricerca e delle difficoltà che le persone affette da malattie genetiche rare devono affrontare ogni giorno. È un ottimo esempio quello che è successo a Napoli il 10 aprile: la città intera ha risposto con grande convinzione all’appello della Fondazione Telethon e ha accolto con sensibilità la richiesta che viene dal mondo delle associazioni di malati di non essere lasciate da sole e di ‘far correre’ il più velocemente possibile la ricerca medico- scientifica sulle malattie rare”.

Da 26 anni Telethon al servizio delle malattie genetiche.

“La Fondazione Telethon è una delle principali charity biomediche italiane, nata nel 1990 per iniziativa di un gruppo di pazienti affetti da distrofia muscolare. La sua missione è di arrivare alla cura delle malattie genetiche rare grazie a una ricerca scientifica di eccellenza, selezionata secondo le migliori prassi condivise a livello internazionale.
Attraverso un metodo unico nel panorama italiano, segue l’intera ‘filiera della ricerca’ occupandosi della raccolta fondi, della selezione e del finanziamento dei progetti e dell’attività stessa di ricerca portata avanti nei centri e nei laboratori della Fondazione. Telethon inoltre sviluppa collaborazioni con istituzioni sanitarie pubbliche e industrie farmaceutiche per tradurre i risultati della ricerca in terapie accessibili ai pazienti. Dalla sua fondazione ha investito in ricerca oltre 450 milioni di euro, ha finanziato oltre 2.500 progetti con oltre 1.500 ricercatori coinvolti e più di 470 malattie studiate. Ad oggi grazie a Telethon sono state messe a punto terapie per alcune malattie rare prima considerate incurabili (Ada-Scid, leucodistrofia metacromatica e sindrome di Wiskott Aldrich). Per altre malattie, inoltre, sono in corso o in fase di avvio studi clinici per la valutazione di nuove terapie, mentre continua nei laboratori finanziati da Telethon lo studio dei meccanismi di base e di potenziali approcci terapeutici per patologie ancora senza risposta”.

Non si possono contare le iniziative e i progetti realizzati dalla fondazione; ma quali sono i più significativi?

“L’appuntamento più noto e storico legato alla Fondazione Telethon è la maratona televisiva: da più di 25 anni, a dicembre, Telethon è presente sulle reti Rai per una settimana di raccolta fondi no – stop. Quest’anno sono stati raccolti 31,5 milioni di euro a sostegno della ricerca per le malattie genetiche rare. Importanti sono anche i due appuntamenti di raccolta fondi nelle piazze, grazie ai volontari e alle aziende che sostengono Telethon: in cambio di una donazione di 10 euro, a dicembre vengono distribuiti nelle piazze i cuori di cioccolato, mentre in primavera i cuori di biscotto. ‘Io sostengo la ricerca con tutto il cuore’ è il messaggio che si legge sulle scatole, per ricordare l’importanza della generosità e della voglia di donare. E poi, ovviamente ci sono la Walk of life e la Partita del Cuore”.

A proposito di quest ultimo evento, l’appuntamento è per il 18 maggio. In campo la Nazionale Cantanti e Cinema stars.

“Questa sarà la XXV edizione della Partita del Cuore: la Nazionale Cantanti e la squadra di attori Cinema Stars si scontreranno il 18 maggio allo stadio Olimpico di Roma. I biglietti si possono acquistare al costo di 5 o 10 euro e l’incasso, oltre ai proventi delle donazioni tramite sms solidale 45502 saranno devoluti a favore della Fondazione Telethon (oltre alla Fondazione Bambino Gesù Onlus). L’anno scorso sono stati raccolti a Torino 2 milioni e 111 mila euro a favore della Fondazione Telethon e dell’Istituto oncologico Candiolo. Per maggiori informazioni: http://www.telethon.it/news-video/news/partita-del- cuore-2016-di-nuovo-in-campo-per-la-ricerca”.

Vogliamo dire ai nostri lettori come sostenere i progetti della Fondazione Telethon?

“In questo periodo dell’anno è possibile donare il 5×1000 a sostegno della Fondazione Telethon.
Tutto l’anno, oltre ai numerosi eventi e iniziative della Fondazione, è possibile sostenere Telethon il sito web con una donazione (http://www.telethon.it/donation/) o scegliendo un prodotto solidale (https://www.telethon.it/shop-solidale), oppure sottoscrivendo il programma di donazione regolare Adotta il Futuro (https://adottailfuturo.telethon.it/). Sono inoltre previsti dei progetti in collaborazione con le scuole (http://www.telethon.it/cosa-puoi- fare/come-scuola)”.

FOTO: www.napolike.it

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Calcio

I tifosi messicani e il problema degli insulti omofobi

Emanuele Sabatino

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La Fifa ha aperto un’indagine disciplinare contro il Messico dopo che i suoi supporter hanno usato cori discriminanti e di stampo omofobo durante il loro match contro la Germania vinto per 1-0. I tifosi messicani potrebbero vedere il loro “Fan ID” confiscato.

Uno degli osservatori anti-discriminazione della FIFA ha riportato la reiterata pronuncia del coro “Puto” all’interno dello stadio Luzhniki di Mosca durante la sfida tra Messico e Germania. Un insulto tipicamente omofobo nella lingua spagnolo-messicana, rivolto all’avversario nello specifico Neuer, portiere della Germania ogni volta che effettuava un rinvio dal fondo.

I tifosi del Messico sono stati aspramente criticati in passato dalle organizzazioni a difesa dei diritti dei gay in quanto l’insulto “Puto”, letteralmente “prostituta di sesso maschile o gigolò” è ravvisato dagli stessi come omofobo. La federazione calcistica messicana è stata più volte multata per questi insulti durante le Qualificazioni Mondiali ma queste sono sempre state poi annullate dalla Corte di Arbitraggio Sportivo che lo ha ritenuto insultante ma non discriminante.

La cosa strana è che ai tifosi messicani, beccati di aver trasgredito ben 12 volte i regolamenti anti-discriminazione, non sia stato ancora impedito di accedere allo stadio, cosa invece avvenuta per i tifosi di Cile e Honduras colti in flagrante rispettivamente 10 e 5 volte.

Il nuovo regolamento della massima federazione calcistica mondiale, introdotto durante la scorsa Confederation Cup, vuole che ci sia un annuncio da parte dello speaker dello stadio e poi la sospensione ed eventuale abbandono della gara. Procedura che non è stata eseguita durante il match contro la Germania.

L’insulto “Puto” non rientrerebbe nell’articolo 58 della codice disciplinare della FIFA, che previene la discriminazione in base alla razza, colore, lingua, religione e origine. Non vi è traccia invece della discriminazione in base all’orientamento sessuale. La pena minima per la violazione dell’articolo 58 è pari a 30.000 franchi svizzeri che può sfociare in casi reiterati e ben più gravi dapprima nel divieto di ingresso per i tifosi ed in ultimo all’esclusione della squadra dal torneo.

L’insulto “Puto” violerebbe invece l’articolo 67 dello stesso codice disciplinare in quanto “parola offensiva generica” ma in questo caso non è prevista una pena minima.

La Federazione calcistica messicana ha subito e veementemente intimato i suoi tifosi a fermare questo tipo di cori, invitandoli a pensare al fatto che sono la rappresentanza dei migliori tifosi del mondo. Se beccati a comportarsi male, i tifosi messicani potrebbero vedersi confiscare il loro “Fan ID”, un documento ufficiale richiesto per entrare negli stadi e sostitutivo della Visa necessaria per entrare nel paese durante il torneo.

Sempre la federazione messicana, su Twitter, ha pregato i suoi tifosi a comportarsi bene e non farsi arrestare. I tifosi del Messico, dal canto loro, sono recidivi in quanto già ammoniti durante la scorsa Confederation Cup tenutasi lo scorso anno sempre in Russia. Vedremo se riusciranno a fare di peggio nella partita di oggi contro la Corea del Sud

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Altri Sport

Giornata Mondiale del Rifugiato: quattro atleti, quattro fughe, quattro tragedie

Tommaso Nelli

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Il 20 Giugno si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato, un tema quanto mai attuale per la situazione che stiamo vivendo quotidianamente. Anche lo Sport non è esente. Quattro storie, diversissime tra loro, per capire cosa spinge un atleta a fuggire.

Non sappiamo se fuggisse verso l’Italia o verso l’Europa, ma di certo fuggiva verso una vita migliore, Fatim Jawara. Originaria del Gambia, portiere titolare della nazionale di calcio femminile a soli diciannove anni, è annegata nel Mar Mediterraneo, nell’ottobre 2016 in seguito al rovesciamento dell’imbarcazione sulla quale era salita sulle coste della Libia.

Era un talento nato, Fatim – «Siamo disperati. È una grossa perdita per noi e per tutto il paese» ha commentato il presidente della Federcalcio del minuscolo stato africano dopo aver appreso la notizia della sua scomparsa – ma in certi casi la bravura, per un atleta, non è sufficiente per sfuggire alla povertà. E allora, per non soccombere o per non rassegnarsi a un destino già scritto, si converte la fame sportiva in fame di vita, ci si fa coraggio, ci si mette alle spalle il passato e si prova a cercare la fortuna da un’altra parte, consapevoli comunque di affrontare una sfida dai rischi molto alti, talvolta fatali.

Come capitato a un’altra atleta, Saamiya Yusuf Omar, velocista somala che nel 2008 aveva partecipato alle Olimpiadi di Pechino nei 200 metri, concludendo le sue batterie sempre col tempo più alto. Anche lei nel 2012 era salita a bordo di uno dei tanti barconi della speranza. Anche lei, come Fatim, vide interrotta in maniera tragica e analoga la sua corsa verso un mondo migliore.

Un’esigenza che animò anche Lutz Eigendorf, centrocampista sì tedesco, ma dell’Est. Era nato a Brandeburgo, aldilà del Muro, in quella DDR dove anche il calcio era affar di Stato. Erich Mielke, il numero uno della Stasi (il Ministero addetto alla sicurezza del Paese) era anche il proprietario della Dinamo Berlino, il club più titolato del Paese, grazie anche a successi ottenuti con metodi non proprio all’insegna della glasnost (trasparenza) cara a Gorbaciov, nel quale militava lo stesso Eigendorf. Che però non ne poteva più del controllo massiccio dello Stato sulla sua vita e così, nel marzo 1979, approfittò di un’amichevole giocata a Ovest, contro il Kaiserslautern, per non fare più ritorno in patria.

A Occidente, oltre che giocarvi, Eigendorf voleva anche vivervi. Sembrava destinato a una carriera di successo, ma deluse le aspettative e quattro anni dopo fu ceduto al modesto Eintracht Braunschweig, dove però fu bersagliato dagli infortuni. Il 20 febbraio 1983, quello che con eccessiva fretta era stato ribattezzato il “Beckenbauer dell’Est”, rilasciò un’intervista televisiva dove elogiò la Bundesliga e le possibilità che avrebbe offerto ai calciatori orientali. Due settimane dopo, il 5 marzo, uscì di strada con la sua “Alfa Romeo nera”, sbattendo contro un albero e morendo dopo trentaquattro ore di ospedale. La Procura archiviò il caso sostenendo che si trattò di un incidente per guida in stato di ebbrezza, ma il tasso alcolemico del sangue era di 0.22 g/l. Caduto il Muro di Berlino e aperti gli archivi della Stasi, un’inchiesta del giornalista televisivo Heribert Schwan, basata su alcuni documenti desecretati, avanzò l’ipotesi che Eigendorf – la cui storia è trattata da Alessandro Mastroluca ne La valigia dello sport – fosse stato ucciso proprio dalla Stasi come punizione per l’affronto compiuto nei confronti dello Stato.

Dallo sport che non basta allo sport che sembra non bastare. E dal quale si fugge, ma per gettarsi nelle braccia della distruzione. Mediano tedesco di origini musulmane, Burak Karan da ragazzo aveva maturato anche alcune presenze nelle rappresentative giovanili della Mannschaft (Under 16, Under 17). Nel 2008 giocava nell’Aachen, serie-B tedesca e pareva avviato a un’onesta carriera che però lui stesso decise di interrompere per aderire alla Jihad, la guerra santa. Si trasferì con la famiglia in un villaggio della Turchia, ai confini con la Siria, imbracciò il kalashnikov e non di lui non si ebbero più notizie. Fino all’ottobre del 2013, quando il suo corpo fu ritrovato dilaniato dalle bombe.

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Calcio

#NoBan4Women: i tifosi iraniani a Russia 2018 contro il divieto delle donne allo stadio

Emanuele Sabatino

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I tifosi iraniani durante l’inno nazionale prima del calcio d’inizio della loro prima gara del Mondiale contro il Marocco hanno mostrato dei cartelloni contro il divieto per le donne iraniane di poter assistere alle gare sportive in patria.

 

 

I cartelloni con scritto #NoBan4Women e “Support Iranian Women to Attend Stadiums” sono stati tenuti in alto a lungo durante il match contro il Marocco di venerdì scorso a San Pietroburgo.

Sin dalla rivoluzione islamica del 1979, le donne iraniane sono state bandite dal poter assistere dal vivo ai match di football e a tutti gli eventi sportivi maschili. Eccezione parziale a questa regole quella del 2015 dove ad uno sparuto numero fu concesso di assistere ad una partita di volley a Teheran.

Questa eccezione, alcuni affermano di facciata, fu la risposta al clamore mediatico provocato dalla storia di Ghoncheh Ghavami, studentessa inglese-iraniana che provò ad assistere proprio ad una partita di volley un anno prima e venne condannata ad una detenzione di oltre 100 giorni di prigione.

Prima del match di venerdì scorso, i tifosi di Iran e Marocco si sono incontrati lungo le strade sventolando le bandiere delle loro nazioni, cantando e suonando fischietti in modo del tutto pacifico  il tutto con la numerosa presenza di supporter di sesso femminile. Di contro, in una delle maggiori piazze a Teheran, un cartellone gigante portava lo slogan, riferito al Mondiale e alla nazionale: “One nation, one heartbeat – Una nazione, una battito cardiaco”. Nella foto non sono presenti donne.

Ovviamente per alcune di queste donne la sfida contro il Marocco è stata la loro prima volta allo stadio come quella di una coppia che aveva con se un cartellone con scritto: “4127 Km per essere allo stadio finalmente come una famiglia”.

Già in passato alcune donne, camuffandosi, sono riuscite ad entrare negli stati postando le foto sui social media. Su Twitter c’è proprio un movimento chiamato OpenStadiums che si descrive come “un movimento di donne iraniane con l’obiettivo di mettere fine alla discriminazione e permettere alle donne di entrare negli stadi”.

 

 

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