Il 13 novembre 2017 sarà ricordato dagli appassionati di calcio come uno dei giorni più bui della nazionale italiana.  L’eliminazione degli azzurri dalla corsa ai Mondiali di Russia 2018 è un bruttissimo colpo per il movimento sportivo, per i tifosi e, come ha suggerito tra le lacrime Buffon, per tutto il Paese sia dal punto di vista sociale che economico. Va ricordato, infatti, che la vittoria ai mondiali di Germania 2006 valse 1 punto di Pil all’Italia. Ora che il danno è fatto occorre tirare le fila e interrogarsi sulla consistenza del latte versato. Secondo stime del “Sole 24 ore” la mancata qualificazione alla fase a gironi costerà alla FIGC circa 10 milioni di mancati introiti. Una cifra elevata ma, a guardare bene, il peggio arriverà solo tra qualche anno, quando gli sponsor e le tv andranno a riconfigurare i contratti in vista di Qatar 2022 alla luce della svalutazione patita dal brand “Italia” a causa della debacle della nazionale guidata da Ventura.


La disonorevole eliminazione contro la Svezia potrebbe, però, avere anche dei lati positivi se si volesse approfittare di questa rovinosa caduta per puntare un faro di verità sui malanni del mondo del calcio italiano. Uno di questi, emerso per lo meno nei dibattiti a caldo, risiede nello scarso sviluppo dei settori giovanili delle squadre italiane che, in mancanza di denaro e tempo, preferiscono acquisire giocatori, spesso stranieri, già pronti per essere buttati nella mischia della Serie A piuttosto che investire sulla filiera dei vivai. Il risultato di questa strategia l’abbiamo ammirato lunedì sera a San Siro.

I CONTRIBUTI AI SETTORI GIOVANILI NELLA LEGGE FINANZIARIA

Qualcosa però potrebbe cambiare già a partire dal prossimo anno. La legge finanziaria in corso di approvazione in Parlamento contiene alcuni provvedimenti che potrebbero dare una mano alla rinascita dei settori giovanili.

La prima novità interessante è che viene istituito, con l’art. 40 comma 12, un “Fondo unico a sostegno del potenziamento del movimento sportivo italiano” con una dotazione di 12 milioni di euro per il 2018. Tra le finalità di questo fondo c’è quella di “garantire il diritto all’esercizio della pratica sportiva” ai minori. Occorre rilevare che le società sportive potranno tesserare anche ragazzi stranieri non in regola con i documenti purché iscritti da almeno un anno ad una qualsiasi scuola dell’ordinamento italiano.

Altri fondi arriveranno dal Coni alle società che ne faranno richiesta in qualità di contributo per la retribuzione di un giovane sportivo in addestramento di età inferiore ai 21 anni. Il finanziamento non può superare i 5000 euro.

LE NOVITÀ NELLE ASSEGNAZIONE DEI DIRITTI TV

La novità più corposa, però, risiede nella modifica della cosiddetta Legge Melandri del 2008 sulla ripartizione dei diritti sportivi. La riforma prevede che il 50%, e non più il 40, dei fondi ricavati dalla “commercializzazione dei diritti audiovisivi relativi al campionato italiano di calcio di Serie A” sia ripartito in parti uguali tra tutte le squadre, il 30% in assegnato in base ai meriti sportivi e il 20% in base al radicamento territoriale. Quest’ultimo è valutato in base al numero di spettatori paganti negli ultimi campionati, particolare di non poco conto e che potrebbe incentivare le società a calmierare i prezzi dei biglietti.

Ma cosa significa, in cifre, che il 50% dell’intero introito dai diritti tv sarà ripartito in parti uguali? Nel triennio 2015-2017 la Serie A ha incassato 924 milioni di euro dalla vendita dei diritti tv. La ripartizione in vigore fino ad adesso assegnava una cifra monstre di 107 milioni alla Juventus contro i soli 25 del Sassuolo. Un rapporto di 1 a 4 che mortifica le legittime aspirazioni delle più piccole e rende difficile, se non impossibile, scegliere di scommettere sulla crescita dei vivai. La nuova distribuzione, invece, riduce questo divario e porta nelle casse del club bianconero “appena” 66 milioni di euro contro i 32 del Sassuolo. Il gap si riduce e la proporzione diventa di 1 a 2.

La scelta di far arrivare più fondi alle società di provincia può essere la chiave di volta per scardinare un sistema basato su una troppo pressante ricerca del successo. La sfida sarà vinta solo se le piccole torneranno ad essere quelle “fucine di talenti” che tanto bene hanno fatto al calcio italiano e non sperpereranno i fondi in più nell’ingaggio di ex top player in là con l’età. Lo stesso vale per le più grandi, ricevere meno fondi può essere l’occasione per rivoluzionare il proprio modello di sviluppo tornado a “fare in casa” i campioni arricchendo, di conseguenza, il patrimonio della nazionale.

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