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Vittorio Orlandi, l’equitazione entra nelle scuole per insegnare l’etica ai più giovani

Virginia Zullo

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Vittorio Orlandi, presidente della Federazione Italiana Sport Equestri (FISE), è stato imprenditore di successo e cavaliere di fama mondiale.

Ha conquistato l’ultima medaglia azzurra nell’equitazione salto ostacoli ai Giochi Olimpici di Monaco di Baviera del 1972.

Ha vinto il Campionato Italiano di Roma nel 1969, il quarto posto individuale Campionato Europeo ad Hickstead nel 1973, quindici vittorie nelle Coppe delle Nazioni e la quinta posizione al Campionato Europeo di Monaco.

Ha fondando il Pony Club Fiorello Italia e, grazie alla sua gestione, il comparto Pony ha riportato successi come medaglie di bronzo e argento agli Europei e l’unica medaglia d’oro fino ad oggi conquistata nel salto ostacoli.

Ha fondato Scuderia Italia che funge come fondo d’investimento per acquistare cavalli con finalità olimpiche.

È stato l’ideatore del marchio Ride Fair che contraddistingue i ragazzi con stile, amore per i cavalli, correttezza verso terzi e onestà per lo sport.

Tra le ultime iniziative del Cavaliere Orlandi c’è quella di portare l’equitazione nelle scuole attraverso un accordo tra la Fise e il Miur .

Come si è avvicinato a questo sport ?

Ci sono nato, ho mangiato pane e cavallo da quando sono nato…

Ci sono stati dei cavalli a cui lei è stato più affezionato ?

Certo i cavalli con cui ho fatto le olimpiadi: Fulmer , Feather e Duster, e poi Fiorello con cui ho fatto i campionati europei.

Come si spiega l’esistenza di cavalli costosissimi?

Il cavallo è costoso nella misura in cui riesce a fare cose di altissimo livello. Ci sono razze più performanti altre meno.

Come nasce l’idea di portare l’equitazione nelle scuole?

Si tratta di un’ idea che esiste da tanto, sono stati  fatti dei tentativi in passato , il problema è che l’ equitazione é stata per lungo tempo considerata una disciplina elitaria. Non è più così e se lo è lo è solo marginalmente perché ci sono talmente tante specialità che chiunque può praticarla. Ci sono ad esempio cavalli piccoli, economici , è chiaro che ci sono cavalli che possono arrivare a costare anche centomila euro ma stiamo parlando di cavalli per le olimpiadi. Con quest’accordo con il Miur porteremo un sport di classe in classe …

Come vi organizzerete con le scuole?

Ci sarà un processo di avvicinamento con le scuole attraverso i  docenti della nostra federazione che spiegheranno ed insegneranno ai ragazzi, affiancando i professori di educazione fisica. Circa seicento istruttori andranno nelle scuole e questo contribuirà a far nascere tanti nuovi utenti.

L’altra cosa importante è che sarà esteso anche ai ragazzi disabili.

Inoltre per chi ancora credesse che si tratta di uno sport elitario c’è da considerare che costa meno una lezione di cavallo che una di tennis.

In Lombardia ci sono trecento  centri ippici, nel Lazio duecentocinquanta, in Puglia sessantacinque. Noi procederemo in questo modo: prima troviamo il centro ippico interessato e poi gli faremo pubblicità nelle scuole. In passato c’era molta resistenza da parte dei presidi delle scuole a integrare l’equitazione perché erroneamente l’equitazione veniva considerata una disciplina elitaria.

Su centosettemila tesserati che noi abbiamo sessantacinquemila sono bambini. È uno sport fortemente diffuso tra i piccoli.

Quale è lo scoop di questa iniziativa?

Prima di tutto avvicinare i ragazzini alla natura , ci sono ragazzi oggi che non hanno mai avvicinato nemmeno  una gallina, ma soprattutto portare i valori autentici che insegna questo meraviglioso sport.

Quali sono questi valori?

La cosa più bella è la  sintonia che si crea con il cavallo, si tratta di un rapporto silenzioso ma fatto di mille contatti e mille percezioni, il cavallo é un animale che ha una memoria formidabile per cui se hai sbagliato qualcosa il cavallo se lo ricorda, il suo coraggio è commovente, come la sua grande generosità.

Durante le gare spesso ci sono degli ostacoli e nonostante il fatto di sapere che possono farsi male comunque lo fanno.

L’indole di questo animale sta nella disponibilità a sottomettersi. L’etica sta nel chiedere al cavallo ciò che può dare e non andare oltre. Quando si supera il limite dell’abilità fisica del cavallo, questo si rifiuta di fare ciò che il cavaliere chiede perché si rende conto di aver superato il suo limite.

Il rapporto tra l’uomo e il cavallo è naturalmente etico, per esempio se gli fai male lui  ti risponde male…

Pare essere uno sport più mentale che strettamente fisico ?

Si, si tratta di uno sport molto mentale perché, al di là della tecnica che si impara, nelle gare è fondamentale la gestione della mente.

Un cavallo quindi è un animale che gioca pulito?

Certo devi rispettare il suo carattere, ci sono cavalli con un carattere più dolce altri prepotenti.

Quindi nelle scuole porterete i valori dell’ equitazione?

Sì, l’equitazione insegna il rispetto , la naturalezza, la  familiarità. Bisogna sapere che se si tratta male un cavallo quando poi si entra nella stalla lui se lo ricorda, proprio in virtù della loro grande memoria, ed è probabile che ti tiri un calcio.

Rispetto delle regole e delle persone, rispetto delle gerarchie, rispetto dell’immagine e del decoro.

Anche il vestire é importante, la pulizia delle scarpe, l’essere in giacca e non in maglietta. E’ uno sport che coinvolge totalmente la persona in un  rispetto totale di sé che poi si trasmette anche al cavallo che lo avverte e ricambia.

 

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Troppi neri in squadra? Un motivo per essere licenziato

Emanuele Sabatino

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Nel mondo al contrario in cui viviamo, uno stimato insegnante e vincente allenatore di Football viene cacciato perché la sua squadra è composta da troppi giocatori neri.

La storia è quella dell’insegnante di storia e coach di football e golf Nick Strom del Camden Catholic High School che ha raccontato come il preside della scuola insieme al board abbiamo deciso ti mandarlo via per “divergenze sulla composizione del corpo studentesco”.

Sin dal primo giorno mi è stato detto dall’amministrazione che non erano felici del rapporto tra studenti bianchi e neri all’interno dell’istituto. E questo, sono sicuro, è stato il motivo fondante la mia esclusione. L’argomento razziale è stato tirato in ballo almeno 20 volte dal 2013, anno in cui mi hanno chiesto di allenare la squadra di football. Quando presentavo la lista dei freshmen, la prima cosa che mi chiedevano leggendo il nome era se era nero o bianco. Ho costruito il programma studentesco in base alle abilità dei ragazzi, al loro carattere e ai loro voti”.

Questo non è però bastato a salvargli il posto di lavoro. Il suo record stagionale alla guida della squadra di football parla di un invidiabile 34-6. Parenti e studenti hanno organizzato una protesta fuori la scuola in suo favore. Il preside Whipkey ha stilato una lista di ragioni per cui Strom è stato mandato via: violazione del vestiario, mancanza di rispetto verso il preside, uscita anticipata dalla lezione per preparasi al corso di Golf, uscita anticipata dalla lezione per parlare con altri coach lasciando i ragazzi liberi di vagare per l’istituto. La sua difesa: “Avevo sempre qualcuno che guardava i ragazzi quando mi andavo a preparare per il golf. I bagni sono chiusi a chiave, quindi i ragazzi non disturbavano nessuno ma andavano dritti in biblioteca a studiare per prepararsi alla lezione successiva”.

Cause futili e pretestuose, comuni a quasi tutti gli insegnanti di questo pianeta, che non fanno altro che alimentare il sospetto che il vero motivo per cui coach Strom sia stato mandato via sia unicamente quello razziale. Nel mondo al contrario, dopotutto, succede anche e soprattutto questo.

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Alex Dandi: “MMA? Lo Sport del Futuro”

Francesco Beltrami

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Il 30 giugno ha chiuso definitivamente il canale Fox Sport, che era visibile agli appassionati sulla piattaforma Sky. Oltre ad occuparsi dell’immancabile calcio internazionale, la Volpe Sportiva ha proposto per quattro anni anche molti sport differenti, spesso legati agli USA, e ha dedicato spazi importanti a quelli da combattimento, la boxe, parte integrante della tradizione italiana anche se ora in grande declino e soprattutto le MMA,  “lo sport del futuro” come lo definisce Alex Dandi, poliedrica voce di questa disciplina in questi anni in cui Fox Sport deteneva i diritti per l’Italia di UFC massima espressione della MMA al mondo. Abbiamo rivolto ad Alex qualche domanda sulla sua esperienza di telecronista e sul futuro suo e delle disciplina.

C’è rammarico per la chiusura di Fox Sport? Scelta non certo legata al tuo settore ma a un discorso molto più ampio che coinvolge soprattutto questioni di diritti sul calcio.

 Ovviamente da parte mia, così come tutti quelli che hanno lavorato per questo importante brand sportivo, c’è rammarico per come è finita. Senza entrare nei dettagli del perché sia finita posso solo dire che come semplice telecronista ho potuto solo prendere atto dello stato delle cose. Detto questo, per me sono stati quattro anni intesi ed appaganti. All’inizio ho commentato un po’ di boxe e kickboxing e poi sono ripartito con le telecronache di UFC, che già avevo commentato su Sky Sport nel biennio 2010-2012. È stato un bel viaggio, condiviso con tanti bravi colleghi e professionisti. È finito male ma non ho rimpianti, ho dato il massimo e ci sono state anche delle belle soddisfazioni in termini di ascolti, di interazione sociale e di rapporto con il pubblico.

Cosa ti rimane di questi 4 anni in cui sei diventato un punto di riferimento per tutti gli appassionati italiani di MMA?

Come ho detto ho iniziato nel 2010, quindi a giugno sono passati otto anni dalla mia prima telecronaca di MMA su una tv nazionale. È innegabile però che questi ultimi 4 anni siano stati speciali. Mi rimangono tante emozioni vissute nelle telecronache in diretta ed un esperienza professionale impagabile. Svolgo un tipo di telecronaca anomala, credo anche molto personale, emotiva ma non urlata o da tifoso. Cerco sempre di essere imparziale ed oggettivo, cerco di raccontare delle storie sportive ed umane, senza rinunciare ad un approccio strettamente tecnico. E questo approccio penso sia piaciuto ai telespettatori con cui spesso ho creato un bel filo diretto durante le telecronache, che è poi proseguito sui social e negli incontri dal vivo. Aver creato praticamente dal nulla una community piccola ma unita è ciò che mi rende più felice.

Quanto son state utili le tue telecronache per lo sviluppo delle MMA in Italia?

Questo lo dovrebbero dire altri, non me la sento di giudicarmi da solo. Io so di aver dato il massimo e vengo ripagato da tante persone che mi ringraziano per averli avvicinati a questo sport. È sicuramente una grande soddisfazione. Quando ho iniziato, nel 2010, mi sono dovuto letteralmente inventare un linguaggio tecnico in italiano che descrivesse questo sport adattandosi ai serrati tempi televisivi, per non usare troppi inglesismi o per non utilizzare il linguaggio delle palestre italiane che ritenevo poco televisivo ed a tratti anche fuorviante. Dopo otto anni penso di avercela fatta: oggi la terminologia che ho introdotto, e che ho modificato negli anni, è diventata in molti casi la norma per gli appassionati, merito della forza della tv, che ha ancora un grande potere comunicativo.

Oltre che giornalista sei agente di fighters, promoter, match maker, sei stato DJ, il futuro in che direzione va?

Sicuramente la carriera di dj è definitivamente archiviata fin dal 2012. Da allora è rimasta solo un hobby, ma essendo stato un dj professionista per circa 20 anni, molti mi chiamano ancora dj e la cosa non mi disturba. Sul futuro non v’è certezza diceva uno che la sapeva lunga ma nel presente direi che sono principalmente un agente per atleti professionisti con la mia agenzia Italian Top Fighters Management ed un promoter di eventi di MMA con la promotion Italian Fighting Championship. Entrambi i progetti, sebbene ancora in fase di startup, sono ambiziosi e stanno incominciando a darmi qualche soddisfazione. Il mio lavoro quindi passa da queste due sfide professionali e personali ma fare ancora qualche anno da telecronista, prima di appendere definitivamente cuffie e microfono al chiodo,mi piacerebbe perché sento di avere ancora qualcosa da dire.

Immancabile domanda scomoda… Le MMA in Italia mi sembrano decisamente mal percepite e direi anche mal tollerate, la pubblica opinione le ritiene poco più che una rissa da strada, le federazioni degli sport da combattimento tradizionali le osteggiano per non perdere praticanti, sono ancora fuori dal CONI, i media più importanti ne parlano poco e male. Cosa si può fare per cambiare questa situazione ed è possibile farlo?

Quello che dici è assolutamente corretto e rispecchia la realtà dei fatti. Credo si possa solo fare corretta informazione e divulgazione, a costo di essere noiosi ed andare contro corrente. Ci vorrà molta pazienza ma alla fine il tempo aggiusterà tutto. Verrà il giorno in cui le MMA saranno considerate uno sport come tutti gli altri, anche in Italia, che è palesemente indietro sul riconoscimento di questo movimento sportivo che è da tempo ben più di una moda passeggera, solo che in molti ancora non lo vogliono vedere.

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Discriminazione e Persecuzione: Hassiba Boulmerka, un oro per la libertà

Alessandro Mastroluca

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Compie oggi 50 anni Hassiba Boulmerka, l’atleta algerina campionessa olimpica a Barcellona 1992. Una Medaglia storica, simbolo per le donne discriminate. Ve la raccontiamo

Ventisei anni fa, Hassiba Boulmerka ha cambiato la storia. Si ricorda ancora di ogni curva di quei 1500 metri ai Giochi di Barcellona. Diventa la prima donna algerina a vincere un oro olimpico e dimostra alle donne di tutto il mondo che i pregiudizi e le paure si possono superare. “È questa l’Algeria” diceva dopo la premiazione, “l’Algeria che vince”. L’Algeria dei milioni di cittadini orgogliosi, delle ragazze che trovano un idolo cui ispirarsi e in massa cominciano a praticare l’atletica.

In quei giorni, però, nel pieno del decennio nero, c’era anche un’altra Algeria. Quella del Fronte di Salvezza Islamico, che vince le elezioni nel dicembre del 1991 pochi mesi dopo lo storico titolo mondiale di Boulmerka a Tokyo. Il partito, che controllerà anche il secondo turno elettorale a gennaio, emette un kofr, una pubblica sconfessione di Boulmerka dalle moschee della nazione nella giornata del venerdì. Boulmerka avrebbe offeso la religione islamica “correndo con le gambe nude di fronte a migliaia di uomini”. Quella vittoria, diceva Hassiba, “rappresenta un grido uscito dal cuore di ogni donna algerina, di ogni donna araba”, compreso il ministro dello sport dell’epoca, Leila Aslaoui, segna un punto di non ritorno. È la prima civile insieme a Noureddine Morceli (oro anche lui nei 1500 a Tokyo) premiata con la Medaille du Mérite, la principale onorificenza del Paese.

Inizia a ricevere minacce di morte, sempre più pesanti. Nell’anno che porta alle Olimpiadi di Barcellona, allenarsi in Algeria diventa troppo pericoloso, è questione di vita o di morte. “Nel 1992 non ho corso nemmeno una gara in Algeria” ha ricordato in un’intervista alla BBC nel ventennale dello storico oro olimpico. “Era troppo rischioso. Avrei potuto essere uccisa in ogni momento”. In patria si allenava con Amar Bouras, figlio di un “Chahide”, un eroe della rivoluzione cui hanno intitolato il liceo di Costantina. Ma la rivoluzione personale di Boulmerka non può spingersi troppo in là, quando al governo sale un movimento che vuole rendere obbligatorio lo hijab, il velo delle donne e chiede la proibizione dell’ alcol, delle classi miste nelle scuole e nelle università e dell’educazione fisica per le ragazze.

Boulmerka prepara i Giochi a Berlino e interrompe ogni contatto con la famiglia. Non è difficile, almeno a livello pratico: a Costantina i militanti hanno tagliato tutte le linee telefoniche. Arriva a Barcellona solo alla vigilia della sua gara dopo un viaggio avventuroso con tanto di scalo a Oslo. Il giorno successivo, guardie armate la scortano fino allo stadio. “C’era polizia ovunque” ha detto alla BBC. “Nell’impianto, negli spogliatoi, mi hanno perfino accompagnato in bagno!”.

Hassiba osserva, aspetta, controlla. Poi, all’ultimo giro, piazza lo scatto che lascia senza fiato Lyudmila Rogacheva, che corre per il Team Unificato sotto la bandiera olimpica: ne fanno parte gli atleti di dodici delle quindici ex repubbliche sovietiche (Estonia, Lituania e Lettonia già gareggiano da nazioni indipendenti). “Appena ho tagliato il traguardo, ricordo che ho alzato le braccia al cielo” ha raccontato. “Ero un simbolo di vittoria, di ribellione. Era come dire: ce l’ho fatta, ho vinto io. Adesso se volete ammazzarmi sarà comunque troppo tardi: io ho fatto la storia”.

Sul podio, mentre il colonnello Mohamed Zerguini, algerino pure lui e membro del CIO, le mette la medaglia al collo, Hassiba piange. Piange per gli anni di sacrifici ripagati, per la famiglia che ha abbandonato per inseguire un sogno. Un sogno che non tornerà mai più.

Vincerà un altro titolo mondiale, Hassiba, nel 1995 ma nessun altro oro olimpico. Si trasferisce per qualche tempo a Cuba, ma il richiamo dell’Algeria è troppo forte. “Non ho mai pensato di andarmene per sempre. L’Algeria è la mia vita, la mia famiglia, gli amici. Non ho mai voluto abbandonare le mie radici”.

Adesso ha aperto una società di intermediazione fra le farmacie e i laboratori di ricerca che dà lavoro a 150 persone. Ma per tutti resterà sempre la gazzella di Costantine che a Barcellona ha tracciato una strada diversa, ha disegnato un futuro possibile, un mondo migliore. “È stato un trionfo per tutte le donne del mondo” ha ammesso, “perché lottino contro i loro nemici. È questo che mi rende davvero fiera”.

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