Musica. Silenzio. Boato. Un boato assordante, un grido di battaglia che tanto ricorda quelli di quei film in costume, tipo “Il Gladiatore” o “300”.

“V. Nere!” non sono cinque semplici lettere, ma è il coro di una parte degli 8741 spettatori che il 31 maggio 1998 hanno affollato il palazzetto di Casalecchio di Reno, un comune di trentamila anime, inglobato nella zona metropolitana di Bologna. È una data storica per i bianconeri bolognesi, ma è anche una giornata particolare per quella che tutti chiamano Basket City, quella Bologna da tanti anni appassionata alla palla a spicchi forse più che ai tortellini. Virtus contro Fortitudo, Kinder contro Teamsystem. È gara 5 di una tesissima serie di finale scudetto, è uno dei simboli di quello che era il basket, sia da una sponda sia dall’altra. La partita venne “decisa” da un canestro di Pedrag Danilovic, da tre punti ed all’ultimo secondo, con fallo annesso, quel tanto che basta per portare ai supplementari un match che la Virtus ha ripescato dalla spazzatura. Un flash, un’istantanea del tempo che fu. Un  poster da appendere al muro e accarezzare, come si fa con la lampada di Aladino, nella speranza che da quei ricordi possa uscire fuori qualche Genio che faccia un miracolo. Perché la realtà, ad oggi, è completamente diversa.

Bologna è cambiata, Bologna però, infondo, è sempre la stessa. E poco conta se non si possa più passare per Via Rizzoli senza il tagliandino dei residenti, senza incorrere in una multa salata, perché un treno per Casalecchio parte sempre puntuale dalla stazione Centrale, la domenica, quando gioca la Virtus. E probabilmente partirà anche il prossimo anno, quando le “V. Nere” torneranno in campo, non per giocarsi una finale scudetto, ma una promozione in Serie A.

Non è la prima volta che la Virtus scende dai piani alti per tornare tra i comuni mortali, ma è la prima volta che questo accade per un verdetto uscito fuori solamente dal campo. Nel basket italiano siamo sempre più abituati a veder sparire realtà importanti con la stessa facilità con cui Diabolik metteva a segno i suoi colpi, per saperne qualcosa non basta neppure uscire dai confini della “rossa e papale” Bologna, perché anche gli altri protagonisti della finale del ‘98 si sono trovati a sprofondare negli abissi delle serie minori da otto anni a questa parte. Questa sorte toccata ai bianconeri però, ha dei retrogusti ben più amari da digerire, perché a quadrare non sono stati solamente i conti della società – sempre meno affidabile durante il corso della stagione – ma sono stati i limiti tecnici dimostrati nel corso di ogni singola partita del campionato. Limiti tecnici, ascrivibili sia alla sfortuna sia alle debolezze di un gruppo che nei momenti di difficoltà è risultato essere più fragile di quanto si pensasse.

La scelta societaria di puntare tutto su Allan Ray non ha dato i suoi frutti, visto che la talentuosa guardia americana ha giocato appena ottanta minuti in un campionato falcidiato dagli infortuni, ma la sfortuna non basta a giustificare, perché dietro Ray la Virtus ha dato provare di non avere nulla. O meglio, di non avere nulla che le permettesse di restare a galla. È una squadra operaia, una squadra che fatica a segnare e non è un caso che il simbolo della nuova Virtus sia diventato Simone Fontecchio, un ragazzo del 1995 straordinario, per talento e personalità, ma ancora troppo acerbo per prendere le redini del gruppo. La sfortuna, si diceva, si è fatta ritrovare puntuale anche all’ultima di campionato. Alla Virtus bastavano due punti, seppur difficili contro Reggio Emilia, per non rischiare nulla. Però gli sarebbero bastate anche le sconfitte di Caserta e Torino, che però non sono arrivate. Così non solo c’è stato il dramma di una sconfitta, ma anche il dramma di una retrocessione valutata su una classifica avulsa a quattro squadre, tutte fanalino di coda a pari punti. Bastava non buttare via una partita, una sola, per avere meno rimpianti.

Eppure la storia, come si ripete spesso, non si costruisce con i “se”, ma con delle certezze che emergono solamente dallo scorrere del tempo. E gli ultimi quaranta minuti di Regular Season, per i tifosi e per i giocatori bianconeri, sono durati una vita, o forse anche due. Le due vite della Virtus, campione d’Europa nel 2001, retrocessa per i conti sballati nel 2003 e rinata l’anno successivo dalle proprie ceneri, complice la mano data da Claudio Sabatini. Mano che però quest’anno è venuta meno, perché il suo progetto Fondazione Virtus è crollato inesorabilmente su se stesso. I soci hanno cominciato una guerra intestina, che non ha fatto altro che deliberare conti che in realtà non potevano essere rispettati, così da portare, a metà campionato, una tempesta sul cielo già cupo della Bologna cestistica. Così, nel momento più difficile, la Virtus si è ripiegata su se stessa, ha accusato il colpo mosso dai vertici societari sul campo ed è definitivamente crollata. Perché il campionato ha preso una piega incontrollata non all’ultima giornata, ma già dalla sconfitta esterna con Caserta (guarda caso i due punti che non andavano persi per strada) del 14 febbraio, una partita persa dopo averla condotta per 39 minuti e 43 secondi, salvo poi buttare tutto al vento negli ultimi 17 secondi.

È stato l’inizio della fine, o forse il momento imperfetto in cui si è iniziato ad avere paura e, si sa, la paura in questi casi è più forte di qualsiasi altro avversario.

Fino a qualche mese fa, guardando i campionati incrociati di Virtus e Fortitudo, provai la suggestione di poter vedere di nuovo un grande derby in serie A. Ad oggi, benché la Fortitudo si possa ancora giocare la promozione ai play-off, la sensazione è che sarà di nuovo derby, ma un gradino più in basso di dove me lo sarei aspettato.

Forse, la possibilità di rivedere ancora il PalaDozza e l’Unipol Arena gremiti per la “partita delle partite”, sarà l’unica soddisfazione in una realtà che ci piace sempre meno. Il futuro non va mai dato per scontato, ma quello che è successo lascia un forte retrogusto amaro in bocca.

bannervirtusroma

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