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Vincere con o senza l’obbligo di farlo

Mattia Pintus

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La storia dello calcio europeo ci ha insegnato, nella sua continua evoluzione, che, sebbene passino gli anni, restano forti le costanti. Questa precisa cultura sportiva ha, come diretta conseguenza, una spaccatura netta, resa facilmente individuabile dai risultati, tra chi “vince sempre”, chi “non vince mai” e chi invece è solamente di passaggio. Parrebbe una distinzione grossolana, ma purtroppo corrisponde alla realtà più di quanto non ci si voglia credere. E se è vero che lo sport è anche lo specchio della società in cui vive, questa teoria trova la sua equazione nella distinzione, sempre alquanto semplicistica, tra ricchi, medi e poveri, laddove i primi da anni conservano immutati il loro stato elitario a discapito, ovviamente, di secondi e terzi. Se non si contassero le eccezioni, si potrebbe tranquillamente dire che questa parrebbe una teoria abbastanza azzeccata: però è proprio grazie alle eccezioni che il mondo preserva, almeno all’apparenza, la sua varietà di infinite possibilità ed è pertanto necessario che tali eccezioni vadano menzionate. Dunque, poiché è difficile fare in questo contesto un raffronto sulla società, ci limitiamo ad analizzarne una sua piccola porzione, ovvero quella calcistica, che, come abbiamo detto, è sempre più specchio di cosa e chi siamo diventati. D’altronde questo sembra proprio essere l’anno giusto per parlare di eccezioni, dal momento che abbiamo il Leicester di Ranieri campione d’Inghilterra a due giornate dalla fine e abbiamo Atletico Madrid e Manchester City in semifinale di Champions League. Ecco, questi sono i tre casi che analizzeremo, per far capire come sia talvolta possibile vincere senza essere per forza obbligati a farlo.

Treno in transito? – “Ora noi stiamo lottando per il titolo. I fan del Leicester che incontro per strada mi dicono che stanno sognando. Ma io dico sempre loro:“Ok, tu stai sognando per noi. Noi non stiamo sognando. Noi stiamo semplicemente lavorando duro.” Queste erano le parole di Ranieri, rilasciate al «The Player Tribune», poco meno di un mese fa. “Ora lo posso dire, ho sempre saputo che avremmo vinto.” Queste le parole dello stesso rilasciate il giorno dopo il trionfo, al «Fatto Quotidiano». Non servono tante cornici per rendere l’idea del capolavoro che è stato dipinto, bastano solamente due dichiarazioni di uno dei suoi autori, una ad un mese dall’altra, ma nelle quali è intercorso un tempo più ampio, che ha fatto letteralmente la storia.  È la tipica favola di Cenerentola che si realizza finalmente anche nella realtà. Insomma, come detto precedentemente, è l’eccezione. Eppure, otto mesi fa, il Leicester City Football Club, tra le tre categorie sopra elencate, l’avrei potuto mettere solamente nella terza. Di passaggio, di passaggio come quei carri merci che vedi passare in stazione la mattina e ti sconquassano capelli e umore, perché entrambi erano ancora troppo affezionati al cuscino. È già storia, ma è diventata tale solo ed esclusivamente dopo aver vinto, perché altrimenti la memoria dei fatti si sarebbe persa nel giro di qualche anno. Perché purtroppo è vero, ma nello sport, anche per chi non ha questo obbligo, vincere diventa fondamentale.  Sono entrati già nella storia ed i nomi di Vardy, Kanté o Mahrez assomigliano sempre più a quei nomi che studiavi e che non avevi difficoltà a ricordare, semplicemente perché così diversi dai soliti. Perché tra i vari sovrani d’Inghilterra, tra i vari Giacomo o Edoardo, il nome che meno si scorda è quello di Oliver Cromwell, perché l’unico, in secoli di monarchia, che re non è mai stato. Motivo per cui, se anche il Leicester avrà vissuto solo per quest’anno la sua favola, in futuro tutti si ricorderanno di come nel 2016 le “Foxes” arrivarono alla vittoria del campionato. Perché quando nessuno si aspetta nulla da te, tutto quello che offri in più è un regalo per tutti, non solo per chi ti è vicino.

Come ci si scorda in fretta – Avete presente quella frase, un po’ volgare, che si usa per chi, dopo essersi arricchito, ostenta al mondo il fatto di essere stato povero? “Ma guarda questo che fino a ieri girava con le pezze al culo…”. Ecco, questa è la storia, in breve, di una squadra che fino al 2008 nessuno si filava, a parte il noto gruppo musicale degli Oasis, ma che oggi è diventata una di quelle squadre d’élite di cui si è parlato in apertura. Eppure, quando leggi Manchester City nel tabellone delle semifinali di Champions League e scopri che non erano mai arrivati così in alto nella competizione, ti ricordi che, nell’immaginario collettivo, i Citiziens erano solamente l’altra squadra di Manchester. Perché dopo i pomeriggi grigi e piovosi, è sempre stato lo United il vero simbolo della città. Eppure quest’anno si giocano per la prima volta qualcosa che hanno letteralmente comprato e che li ha portati a dimenticare il loro passato: è il teorema verghiano dell’ostrica, chiunque provi ad uscire dal proprio guscio, rischia sempre di fare una brutta fine. Hanno dissipato milioni, per potersi togliere il marchio di “loosers” dalla testa ed ora che ci sono, in parte, riusciti, hanno perso di vista il loro passato. Nessuno glielo augura, ma ormai ogni sconfitta in casa City è vista come il mancato conseguimento di un obiettivo. E questo non fa altro che aumentare le pressioni. Se sei obbligato a vincere, sai benissimo che rischi solo di poter perdere. E questa sorte non è in vendita.

L’arte della mimesi – Se Ranieri è diventato il simbolo del Leicester, Diego Simeone è la colonna portante dell’Atletico Madrid. Se ad oggi l’Atletico vince o ambisce a farlo, pur non essendo riconosciuta mai come favorita, parte sostanziale del merito è proprio del “Cholo”. Sia dal punto di vista tecnico, con un gioco mirato a distruggere quello avversario, sia dal punto di vista mentale. Perché al contrario del City, l’Atletico fa del suo passato da perdente, da squadra che “non vince mai”, il suo marchio di fabbrica. “L’Atletico è sforzo, contagio, contropiede competere… e a partire da questo l’Atlético sempre ha avuto successo e noi non lo cambieremo” Queste sono dichiarazioni da outsider, non da semifinalista di Champions, non da chi ha vinto la Liga due stagioni fa e da chi ancora sta combattendo per portarne a casa un’altra. È la terza strada, non è la strada di chi ha vinto stupendo, né di chi ha vinto comprando, ma è la strada di ha vinto costruendo, passo dopo passo e senza mai lasciare che le pressioni prendessero il sopravvento. Sono la sintesi perfetta del procedimento dialettico che è stato qui utilizzato per far capire come sia possibile vincere, ma senza avere l’obbligo di farlo.

Infatti, se nessuno ti costringe, tutto risulta dannatamente più facile.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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