Guardiani del vento, sembra una frase poetica, ma credete, nessuno vorrebbe davvero farlo. Guardiani di una corrente capricciosa e votata allo spettacolo. Quando decide di andare con te ti porta in posti dove non sei mai stato, ma quando devi contenere il suo ritorno, è dura. Ci vuole animo scafato e faccia da chi non teme una botta perché ne restituisce due.

Giù il cappello di fronte a Velibor Vasovic. Serbo, nato a Belgrado, ma solo per avere un certificato di nascita, perché giovane e predestinato, Vasovic fu colui che venne presto a far parte del grande Ajax di Rinus Michels e del giocatore più geniale ed egoico del mondo. Talento e avidità, cervello da genio in occhi fintamente spenti. Velibor arriverà alla corte di sua maestà Johan Cruijff. Il giocatore di cui Pep Guardiola dirà: “lui ha costruito la chiesa, noi l’abbiamo solo affrescata”, parlando dell’invenzione più geniale del calcio votato allo spettacolo. Velibor, arriva nel 1966 in un Ajax che doveva ancora diventare stellare, ma in cui vinse tre campionati e la Coppa dei Campioni del 1971. La curiosità fu che Vasovic disputò tre finali di Coppa dalle grandi orecchie, una con il Partizan e due con L’Ajax, segnò in due delle tre finali, quelle che perse.

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Fu scudiero di una squadra che attaccava, ma non lo fu mai volentieri, lui teneva una baracca dietro che era soggetta a folate umorali del genio degli attaccanti, se quel giorno in avanti si facevano sfracelli, dietro era vacanza, anzi, si poteva pure segnare, altrimenti c’era da correre. E Vasovic c’era, eccome, tanto da diventare capitano dei lancieri. Lui, il fratello sbagliato. Già perché il predestinato in famiglia era il fratello, che nel 1954 incrociò i tacchetti con la grande Ungheria di Puskas, portando una maglia degli avversari che girò i bar come fosse reliquia di santo.

Cambiare dalla Jugoslavia di Tito, all’Olanda della rivoluzione sessuale non fu facile. Appena sbarcato Velibor pensò che stesse scoppiando la rivoluzione, che il paese fosse in rivolta. Era solo in vita.

Raccontano che Cruijff provò immediatamente a fargli capire chi comandava, fece portare cinque palloni e li stampò sulla traversa, in allenamento, Velibor fece la stessa cosa, solo che la fece con le scarpe da passeggio. Per i profani: un vero campione è quello che decide di saper fare più volte la stessa cosa e non sbaglia mai. Come Baggio, che durante gli allenamenti faceva come a biliardo dichiarando prima dove metteva la palla e ci coglieva sempre, sempre.



Tutti con i capelli lunghi, in quella squadra, tutti rivoluzionari, ma anche attenti a farsi pagare sempre di più. Johan per primo. Velibor imparò cosa significa calcio totale, non soltanto che ogni giocatore sapeva fare tutto, ma anche avere piedi educati e sfacciati al contempo, come quando si giocava in campi bagnati e si capiva quanta strada far fare alla palla, saperla fermare un metro prima, facendo andare lunghi gli avversari, umiliante, bello, leggendario. Figlio di partigiani, Vasovic aveva idee salde e granitiche, ma quel suo animo difficile ben si integrò in una squadra che forse aveva bisogno di un riferimento meno sottoposto a narcisismi. Un faro dove il vento si avvolgeva se tirava male. Da loro, Velibor imparò la squadra, da lui impararono la cattiveria nel difendere quando occorreva, era la dark soul di un manipolo di stelle luminose.

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Raccontano di una partita a Liverpool giocata nella nebbia, chi teneva il punteggio mandava i raccattapalle a vedere che succedeva, non si vedeva ad un palmo, appena gli dissero dopo pochi minuti di un Ajax in vantaggio per tre gol, pensava lo stessero dileggiando. Racconta Shepard, autore di un bellissimo racconto su Vasovic che Cruijff diventò l’idolo dei giovani di Amsterdam. “È il nostro John Lennon,” disse Keizer dopo una partita. “Chi è John Lennon?” chiese Vasovic perplesso. Provò a portare via il fratello dall’inferno slavo, non ci riuscì, per un po’ ebbe la famiglia molto distante. Sua maestà Johan Cruijff lo guardò sempre con un misto di menefreghismo e curiosità, sicuramente gli piaceva questo slavo con la cultura calcistica che interessava a lui, con la voglia di ascoltarlo in campo e la dedizione alla squadra. Sicuramente, nella chiesa che ha costruito, gli avrà riservato un affresco, in cui gioca con la fascia da capitano e i capelli ordinariamente corti, magari gli avrà dato anche un titolo. Il custode del vento. Morto nella sua Belgrado, in una data tanto cara a Lucio Dalla, 4 marzo. Nel 2002.

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