Quando mise gli sci ai piedi per fuggire verso la vicina Norvegia ed evitare la condanna a morte di Cristiano II (detto il Tiranno), Gustav Eriksson Vasa mai avrebbe immaginato che, molti secoli più tardi rispetto a quell’ancestrale 1522, il suo epico quanto romantico gesto avrebbe assunto le fattezze della gara di sci di fondo più antica, più lunga e più affascinante del mondo: la Vasaloppet .

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Novanta chilometri a tecnica classica, tra la neve e i boschi della Dalarna, contea facente parte dello Svealand, estesa regione del centro-meridione del Paese confinante da una parte con la Norvegia e dall’altra col Mar Baltico. Qui, la prima domenica di marzo di ogni anno, migliaia di concorrenti provenienti da ogni parte del mondo e di ogni estrazione socio-sportiva (si va dal professionista più professionale al dilettante più amatoriale) si affrontano lungo il percorso che si sviluppa tra i villaggi di Sälen e la città di Mora, compiendo il tragitto inverso di quello intrapreso allora da Gustavo Vasa.

Ma più che una sfida contro l’altro, la Vasaloppet è una sfida con se stessi. Come nella maggior parte delle gare di resistenza. Tipo la maratona, con la differenza che il caldo e l’asfalto lassù lasciano spazio e palcoscenico al freddo e ai fiocchi bianchi. Ma l’obiettivo rimane il medesimo: arrivare in fondo, poter alzare le braccia al cielo ed esclamare “Ce l’ho fatta!”. Perché se anche la Vasaloppet, come tutte le competizioni, ha una classifica, un podio e una premiazione, che prevede anche il bacio e la ghirlanda di una ragazza (kranskulla) e di un ragazzo (kransmas) del luogo ai rispettivi vincitori della competizione maschile e di quella femminile, la Vittoria – quella con la “V” maiuscola – è l’intero attraversamento di un cammino che si snoda nella natura più incontaminata, buona per qualche ambientazione esterna di un romanzo di Åsa Larsson o per rimembrare le distese ardite e le risalite care a Lucio Battisti.

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Però nella Vasaloppet il “vorrei, non vorrei, ma se vuoi” non è ammesso. Chi si schiera alla partenza, nella sua testa non fa che immaginare il traguardo, perché deciso e convinto ad arrivare fino in fondo. Ad animarlo, il desiderio di scrivere un’impresa da raccontare ad amici e famigliari e l’irenica cornice paesaggistica dove, mentre gli sforzi aumentano in parallelo alla diminuzione dei chilometri, il sole riflesso sulla neve e i suoni della natura si fondono con gli sbuffi e gli ansimi della fatica per un connubio panico del singolo atleta. E non c’è niente di cui aver paura, ma solo un richiamo alla simbiosi dell’uomo con gli elementi dell’ambiente circostante, che la tradizione classica vuole protetti dal dio Pan.

Tagliato il traguardo, in un’atmosfera degna delle note di Vangelis, dopo un viaggio con l’inseparabile compagnia di temperature siberiane e un vento gelido da far invidia a quello di Battiato nella Prospettiva Nevski, è molto probabile sconfinare nell’immortalità e ascendere all’Asgaror, la dimora degli dei della mitologia scandinava. Anche perché è la Vasaloppet stessa a essere intrisa d’immortalità visto che, dalla prima edizione tenutasi in quel 1922 anno simbolo dello sport svedese (nello stesso anno nacque Nils Liedholm, il più grande calciatore svedese di sempre e uno dei più grandi allenatori al mondo), tranne che in tre occasioni, si è sempre disputata, anche durante la Seconda Guerra Mondiale. L’ultima edizione, lo scorso 5 marzo, è stata vinta dal fondista norvegese, John Kristian Dahl, davanti altri suoi due connazionali. Fino al 1954 dominarono gli svedesi, che hanno il maggior numero di vittorie assolute (76), interrotti da un finlandese, Pekka Kuvaja. Nel 1978, invece, l’unica gioia latina, il francese Jean-Paul Pierrat. Poco rilevante nel maschile, l’Italia si segnala nel femminile (Tejejvasa), istituita ufficialmente nel 1997 dopo che nel 1985 un’altra azzurra, Maria Canins, aveva dimostrato che anche le donne potevano parteciparvi, col successo di Cristina Paluselli nel 2006. Sempre più popolare nel corso degli anni, la Vasaloppet è stata declinata anche in versione podistica (Ultravasan) e ciclistica (Cykelvasan), che si disputano durante la bella stagione.

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Non credeva che lo riprendessero quel giorno che fuggì verso la Norvegia, Gustav Vasa. Come non pensava che sarebbe diventato sovrano (Gustavo I), rimanendo sul trono per trentasette anni. E, di sicuro, mai avrebbe immaginato che quel suo atto eroico, un giorno, avrebbe vantato migliaia di tentativi di emulazione da parte di gente disposta a tutto pur di assicurarsi un posto nella storia e nella leggenda.

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