Canizares, Angloma, Ayala (Djukic), Pellegrino, Carboni, Mendieta, Baraja, Aimar (Albelda), Kily Gonzalez, Carew, Sanchez (Zahovic). Palop, Fabio Aurelio, Vicente, Deschamps. Allenatore: Hector Cuper. Se avete già un diploma in tasca o avete già festeggiato i 18 anni, sarà inevitabile associare all’idea di calcio e Valencia questa formazione:  è quella che il 24 maggio 2001 cadde in finale, solo dopo 127 minuti di gioco e ben 17 rigori, contro il Bayern Monaco in finale di Champions League: si trattò della seconda sconfitta consecutiva all’ultimo atto, dopo quella nel “derby” di un anno prima contro il Real Madrid. Nella stagione 2003-2004 la squadra, guidata dal tecnico Rafa Benítez, vinse il campionato spagnolo per la sesta volta nella sua storia, conquistando così il secondo titolo nazionale nell’arco di tre anni, dopo il successo del 2001-2002 e una Coppa Uefa nel 2003-2004. Poi il nulla. Quasi una maledizione per il club che rappresenta il capoluogo dell’omonima Comunitad: laddove un tempo c’erano entusiasmo, economie floride e idee, oggi troviamo depressione e un ambiente avvelenato. Se un tempo i tifosi vivevano la “Coppa con le orecchie” come un appuntamento fisso nel cuore della settimana, oggi guardano la classifica feriti e scoprono che la loro squadra naviga nei bassifondi della Liga.

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#machenesannoiduemila. L’hashtag che spopola ironicamente su Twitter e Facebook racconta al meglio i fasti di una società alla ricerca d’identità da anni, in una corsa iniziata nel 2008, quando la crisi finanziaria iniziò a farsi sentire dalle parti del “Mestalla”. Alla fine della stagione il presidente Vicente Sorian, incapace di vendere, come promesso, lo storico impianto sportivo valenciano per ridare fiato alle casse societarie, si dimise. La giunta, diretta dal consigliere delegato Javier Gómez, varò un aumento di capitale di 92 milioni di euro e rese pubblico un debito di 547 milioni di euro. E’ l’apertura a un piano di praticabilità che comprese tra l’altro la vendita di David Villa al Barcellona per 40 milioni di euro. Nei successivi tre campionati arrivarono altrettanti terzi posti, con il Valencia che centrò sempre la qualificazione alla Champions League. Boccate d’ossigeno per un malato comunque grave. L’ultimo lampo di gloria è rappresentato dall’eliminazione agli ottavi di finale di Champions League dai francesi del PSG, stagione 2012/2013, e dalle semifinali di Europa League 2013-2014, dove il Valencia fu eliminato (manco a dirlo) dai connazionali del Siviglia.

Oggi la classifica è un secchio d’acqua gelida sui volti dei tifosi di Rodrigo e compagni: la fallimentare campagna acquisti allestita in estate, con l’addio di Paco Alcacer e l’arrivo di un manipolo di buoni calciatori in cerca d’autore (da Mangala a Mario Suarez, passando per Nani) ha snaturato l’anima di una squadra che da ormai un anno ha preso residenza nella parte destra della classifica. Dal 17 maggio 2014, data in cui il magnate singaporegno Peter Lim ha acquistato il 70% della società per 420 milioni di euro, sono cambiati quattro allenatori: Nuno Espirito Santo, Gary Neville (amico di Lim), Pako Ayestarán e ora Cesare Prandelli.  La partita pareggiata in casa per 2-2 domenica sera contro il Malaga è stata il manifesto di questi due anni e mezzo: squadra incapace di battere un avversario con nove titolari fuori causa, stadio con ampi vuoti e un pubblico anestetizzato, quasi incredulo. Svantaggio, rimonta e beffa andalusa incassata al minuto 91. E giù fischi, in un “Mestalla” diviso: da un lato c’è la Curva Nord, storica oppositrice della gestione Lim e inviperita per l’esclusione degli ultratrentenni dalla rosa, voluta dalla società. Dal’altro lato c’è il resto dello stadio, che…fischia la curva. Il Valencia non vince da sei turni, è con il Werder Brema l’unica squadra dei principali campionati europei ad aver incassato almeno una rete in ogni partita e oggi è terzultimo con 12 punti, alla pari con lo Sporting Gijon.

Per Cesare Prandelli c’è tanto lavoro da fare, dentro e fuori dal campo: “Quando ho accettato di allenare il Valencia-spiega lui-sapevo si trattasse di un compito molto difficile. E’ un momento delicato, ma dobbiamo provare a non perdere la testa, dobbiamo restare uniti e continuare a credere in ciò che facciamo”. In attesa di rivivere i fasti di un tempo, tra un filmato nostalgico delle notti di Champions e un altro, ai tifosi de Los Murciélagos consigliamo di vedere il film Profondo Rosso: sembra l’horror che calza a pennello con lo spettacolo che si sorbiscono da anni tra le mura del Mestalla e la Ciutat Esportiva de Paterna, centro d’allenamento del club. La crisi della squadra è talmente verticale che non sembra avere una fine, tanto da rendere complicata l’analisi di un presente nero. Ai Murciélagos, i pipistrelli, uscire da questa notte.

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