Qualche giorno fa, sulla Gazzetta dello Sport nelle pagine dell’inserto “Extra Time” vengono riportare le parole di Urby Emanuelson nei confronti del calcio italiano. Bordate che forse nessuno si aspettava e che smontano il campionato di serie A e alcune squadre ritenute tra le più blasonate.

L’articolo, intitolato “Non andate in Italia!” evidenzia come l’olandese non sia stato per nulla contento della sua esperienza italiana (o forse in una sola esperienza). Alle pagine del quotidiano olandese “Voetbal International” ha rilasciato un’intervista che si può definire fuori dal coro. Sbarcato in Italia nel 2011, si accasa al Milan. Nonostante la sua prima esperienza sia ritenuta da lui stesso positiva e avvenuta quando era tra i più giovani della rosa rossonera, a proposito di invitare i giovani a giocare in Italia dice: “A ogni giovane do lo stesso consiglio: non andare a giocare in Italia”. Prosegue: “Lì il calcio è politica, non sempre giocano i migliori, contano altri fattori. Ad esempio essere nel giro giusto, in termini di amicizie e conoscenze”.

A proposito della sua esperienza al Milan dice: “Ero il ragazzino, con un sacco di campioni. Pirlo, Ibra, Nesta, Thiago Silva, Seedorf, Van Bommel. Gli ultimi due mi hanno aiutato molto, c’era concorrenza fortissima ma sana. Se davi il massimo prima o poi saresti stato premiato”. Chiusa la parentesi rossonera, nel 2014 passa alla Roma. Nei confronti della gestione societaria e tecnica il trentenne olandese non va per il sottile, anzi. “Pessima scelta, nella settimana in cui fui preso arrivarono in 6. Non si trattava più di competizione ma di sopravvivenza. Mi ritrovavo in tribuna, vedevo la squadra giocare da cani, ma non cambiava niente”. Emanuelson critica anche l’operato di Rudy Garcia: “Mi diceva di avere pazienza. Poi al momento dei cambi, sceglieva sempre qualcun altro. Spiegazioni zero, consigli su cosa migliorare zero”. Aria pesante e poca serenità lo portano infatti a concludere l’avventura romana con solo due presenze. Le successive due esperienze in squadre meno blasonate non andarono meglio: “All’Atalanta iniziai bene, poi Colantuono venne esonerato e Reja mi disse che non aveva bisogno di me”. Al Verona, nell’ultima sua esperienza italiana culminata con la retrocessione in B l’ambiente non fu dei migliori: “A Verona non andò meglio, anche lì ci fu il cambio del tecnico e l’aggravante di una stagione disgraziata per tutti. A fine torneo il mister mi riportò alle origini, trequartista o ala, ma erano mosse della disperazione per un team condannato alla B”.

Dichiarazioni che sicuramente non fanno bene al calcio italiano. Dette da un giocatore che ha comunque trascorso 5 anni in Italia possono avere la loro importanza. Le voci dello spogliatoio spesso vengono taciute ed i malumori difficilmente escono o vengono portati a galla. Sentendo queste parole, si può evincere che certi risultati non sono avvenuti per caso ma anzi, si può dire con certezza che il gruppo vale più e viene prima di qualsiasi vittoria.

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