Connettiti con noi

Calcio

Universo Popolare: prime novità estive

Lorenzo De Vidovich

Published

on

Il mondo sportivo del pallone è comprensibilmente concentrato sull’esito di EURO 2016. C’è però un secondo mondo che non smette mai di produrre nuove iniziative e nuove attività, vivendo un po’ nel sottosuolo, nei gradini più bassi della gerarchia, proprio perché spesso si dedica a far ripartire una squadra da zero, dal basso verso l’alto, dopo un fallimento. E’ il mondo dell’universo popolare che abbiamo sempre guardato con un certo interesse, occupandoci di diverse realtà, da SosteniamolAncona a Cava United. Andando quindi anche oltre all’Europeo, scandagliamo i fondali del calcio per scoprire le nuove virtuose iniziative che hanno preso vita in questi primi giorni estivi, per la pianificazione della stagione 2016/2017, che consoliderà il mondo e gli impegni dei supporting trust e dell’ingresso dei tifosi negli organigramma, tematiche affrontate nel workshop di Manchester svoltosi tra il 13 e il 15 giugno dando vita ad un costruttivo dibattito fra tante voci europee.

 

ORGOGLIO PRATESE – In Toscana c’è il secondo caso di ownership del club da parte dei tifosi. Come riporta Infoazionariatopopolare, costante risorsa d’informazione dal mondo del tifo, il 51% dell’A.C. Prato è passato nelle mani di Orgoglio Pratese, organizzazione nata in supporto alla squadra di calcio biancoblu, che fra diverse difficoltà dovute ad un inserimento dei top sponsor nell’acquisizione del pacchetto di maggioranza (maggiori info qui), è riuscita ad imporsi nel nuovo corso societario della società che ama. La notizia non è nuova, circolava già qualche mese fa (come dimostra questo video), ma solo ora è diventata ufficiale. Il comunicato di Paolo Toccafondi, presidente dell’A.C Prato 1908, sancisce il passaggio della maggioranza delle quote a Orgoglio Pratese, che trasforma così la società biancoblu nel secondo caso italiano di squadra gestita per la maggior parte da un collettivo di tifosi. Il Prato mantiene quindi il suo posto in Lega Pro, ed il Presidente opta per un passo indietro dopo aver visto un vivo interesse da parte dei tifosi ad entrare nella gestione e nella governance della società. «Ognuno da domani mattina con questa iniziativa ha l’opportunità di fare la propria parte in base alle proprie possibilità» – afferma Toccafondi nel suo comunicato – «così come quelli che lo hanno gia fatto dimostrando di amare questa maglia. Adesso non mi rimane che augurare al prossimo Presidente designato da Orgoglio Pratese, al futuro staff e a tutti i tifosi, un grande in bocca al lupo per la prossima stagione». Il comunicato si chiude con un sincero Forza Prato! che è emblematico nel suo passaggio di mano. La squadra che gioca al Lungobisenzio è tra le più longeve nella terza serie (64 campionati dalle riforme del 1926). Non lascia la serie C dal 1976, e non vede la B dal 1964. Il nuovo corso inclusivo, di stampo popolare, potrà imprimere la svolta? Intanto, Prato esiste ancora, ed ogni ipotesi negativa è scongiurata, i derby con Pistoiese, Lucchese e Tuttocuoio, sono confermati. Per il Prato, è una nuova, orgogliosa vita.

MIA TERRACINA – Non sarà il Frosinone, e non è il Latina, ma al di sotto di Roma, sulla costa meridionale dell’Agro Pontino, all’ombra del Circeo, c’è chi rinascerà dopo un periodo buio che sembra giunto finalmente al termine. Verso le seconda metà di stagione sono tornati i tifosi, ora, grazie al supporters’ trust, la squadra militerà in Promozione e si prepara a rinascere. Siamo a Terracina, città balneare di 45800 abitanti, in provincia di Latina. L’inagibilità dello stadio Mario Colavolpe aveva privato i tifosi dei propri gradoni, riconquistati a gennaio di quest’anno (per saperne di più, clicca qui, sempre da InfoAzPop). Nei primi caldi giorni d’estate, è arrivata anche l’ufficialità della nuova vita del Terracina Calcio, grazie al supporters’ trust Mia Terracina (sito ufficiale, e pagina facebook), uno dei più virtuosi e attivi nel panorama del calcio italiano dilettantistico. Appena un anno fa, la lotta era per giocare in Terza Categoria, oggi, si sta pianificando la prossima stagione in Promozione, grazie all’ingresso dell’imprenditore Luciano Iannotta, colpito dalla determinazione e dalla perseveranza di Mia Terracina, in un binomio che di nuovo ha anche il nome: Terracina Calcio è la nuova prima squadra della città, mentre il Città di Terracina resta attivo sul fronte giovanile. L’iniziativa porta con sé tutto lo spirito del supporters’ trust, con i suoi obiettivi di rinascita ben chiari: «far riscoprire il senso di appartenere ad una comunità attraverso lo sport che ha fatto gli italiani, attraverso la storia di una maglia e i suoi colori: quelli del Terracina Calcio 1925 attorno ai quali sviluppare socializzazione, responsabilizzazione e trasparenza». Mia Terracina ha dato vita a molte iniziative nel giro di un anno, tra le quali spicca Tigrotti di cortile, per la promozione sociale del calcio verso il target dei giovani adolescenti (qualcosa di simile alle scuole a costo zero di Brindisi). Sulla costa dell’Agro Pontino ha preso il via una ripartenza sportiva dal basso che possiede tutte le caratteristiche dell’universo popolare che amiamo scoprire di giorno in giorno, di paese in paese. Infatti, quella che prenderà vita è una vera e propria Polisportiva, fatta di passione e tifo, in una città che magari non conosce grandi palcoscenici, ma ha sicuramente un feeling spontaneo con il supporto ai colori che ama, il bianco, e l’azzurro.

FESTA DI QUARTOGRAD – In conclusione, non possiamo non riportare quella che è stata una grande festa per lo sport popolare, svoltasi durante lo scorso weekend. Sotto il sole, alla periferia di Napoli, lì dove il calcio dal basso trova grandissime espressioni, l’ASD Quartograd ha organizzato una festa dello sport popolare, anche per festeggiare il suo compleanno, cui ha anche partecipato Cava United. Per saperne di più, c’è chi ne ha parlato in maniera approfondita, con un tocco quasi poetico. L’articolo di Giuseppe Ranieri di Sport Popolare è il migliore omaggio scritto da chi ha vissuto le emozioni di una giornata di sport, più forte del calcio moderno, più calda del sole cocente di prima estate.

 

Comments

comments

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calcio

Storia dei Mondiali: Francia 1998, la testa di Zidane e il Mistero Ronaldo

Paolo Valenti

Published

on

Il mondiale nel 1998 torna in Europa. In Francia trova spazio una manifestazione sempre più mastodontica, alla quale, per la prima volta, partecipano trentadue squadre: più paesi coinvolti significano maggiori guadagni per tutti e più sostegno per chi, come Blatter, ha spinto questa novità. Cinque squadre africane e quattro asiatiche fanno bella mostra di sé in un tabellone che prevede otto gironi le cui prime due classificate andranno ad alimentare gli scontri diretti che designeranno le due finaliste.

La nazionale transalpina già sulla carta induce i favori del pronostico, vista l’impressionante quantità di giocatori di spessore che presenta nella lista dei ventidue convocati. Da Trezeguet a Petit, da Barthez a Thuram, da Henry a Blanc, i Bleus costituiscono una compagine di valore inestimabile: guidati da Zidane e dal pubblico sembrano inesorabilmente lanciati sulla via del trionfo. Per ottenerlo devono fare i conti col Brasile di Ronaldo, giovane fenomeno reduce da due stagioni fragorose disputate con Barcellona e Inter, nelle quali ha dimostrato di essere probabilmente il miglior calciatore del mondo. Campioni in carica, i verde-oro rispettano fino in fondo il loro ruolo di antagonisti principali dei padroni di casa, cedendo il loro scettro in una finale che solo se disputata con un Ronaldo in condizioni psico-fisiche decenti avrebbe potuto avere un esito diverso.

La vera sorpresa della competizione è la Croazia che, alla sua prima apparizione alla fase finale dei mondiali, conquista un terzo posto che equivale a un successo, per raggiungere il quale raccoglie sul suo cammino lo scalpo di nazionali di tradizione come Germania e Olanda. Avvalendosi del puro talento di gente come Prosinecki, Boban, Vlaovic e Suker, gli slavi mostrano godibili trame di gioco impreziosite da estrosità individuali che disorientano critica e avversari.

E l’Italia? La rosa che Cesare Maldini porta in Francia è molto valida. Il selezionatore azzurro ripesca dal cilindro del campionato il coniglio bagnato (soprannome che gli dette l’avvocato Agnelli) Baggio, in odor di mondiali prontamente rivestitosi con gli abiti del Divin Codino dopo anni di appannamento riconducibili ai soliti infortuni e alle incomprensioni con gli allenatori. Nella stagione che precede Francia 98 torna a respirare aria di provincia a Bologna e riconquista nazionale e mondiale col patto stretto con Maldini di non pretendere la titolarità della maglia. E’ una squadra che dopo la rivoluzione sacchiana restaura il calcio all’italiana: difesa arroccata e contropiede orchestrato sulle triangolazioni verticali Di Biagio-Moriero-Vieri che, se fanno storcere il naso a esteti e amanti del calcio moderno, dimostrano comunque una loro efficacia. Per il terzo mondiale di fila, però, gli azzurri devono fare i conti con la maledizione dei calci di rigore, dopo essere andati vicinissimi ad eliminare la Francia con una delle pennellate magiche possibili solo alla classe senza tempo né fine di Roberto Baggio. E’ il destino a mettersi di mezzo, decidendo che in finale ci devono arrivare delle maglie più blu delle nostre..

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati del Mondiale Francia 1998

LE CURIOSITA’

Il golden gol

Altrimenti chiamato dagli americani col forse più “onomatopeico” sudden death, il golden gol fu una novità regolamentare applicata in Francia per la prima volta nel corso della fase finale della coppa del mondo. Frutto dei tentativi di rendere meno guardingo l’atteggiamento delle squadre nello svolgimento dei tempi supplementari, il golden gol, in realtà, contribuì ad aumentare il timore della sconfitta e, di conseguenza, l’attitudine dei giocatori a rimanere coperti in fase difensiva per non subire un gol irrimediabile. Il fallimento di questa regola fu sancito dalla sua definitiva abolizione avvenuta nel 2004.

Parola di Tino

Il 18 giugno 1998 Faustino Asprilla, estroso attaccante della Colombia nonchè del Parma, venne escluso dalla nazionale a seguito delle dichiarazioni rilasciate dopo la sostituzione avvenuta nella partita contro la Romania. In quell’occasione, infatti, Asprilla accusò l’allenatore Gomez di fare favoritismi nei confronti di alcuni compagni che, secondo l’attaccante, avrebbero giocato peggio di lui. Che l’allusione fosse a Valderrama o altri, poco importò: Asprilla venne escluso dalla squadra e fu costretto a rientrare in patria il giorno successivo.

Serbi e croati

I dirigenti della Croazia, squadra rivelazione del torneo, fecero più che qualche rimostranza nei confronti dell’organizzazione dei mondiali quando, per la conferenza stampa seguente la partita col Giappone, si videro assegnati un’interprete serba. Ancora troppo fresche le ferite di una guerra atroce per poter sorvolare su una designazione quanto meno improvvida.

La responsabilità sociale di Jurgen Klinsmann

Poco prima della partita Germania-Iran, il capitano della nazionale asiatica Abdzaleh portò in omaggio a Jurgen Klinsmann, al suo terzo e ultimo mondiale, alcuni regali. Il motivo? Otto anni prima, a seguito di un grave terremoto che colpì il paese, l’attaccante tedesco si era fatto promotore di una raccolta di fondi a sostegno della popolazione colpita dalla disgrazia. Non fu un gesto isolato per l’asso della nazionale che, tra gli altri, elargì anche un significativo contributo economico al compagno di squadra Astutillo Malgioglio, da sempre impegnato nell’assistenza alle persone disabili.

Spirito di squadra

Il difensore del Brasile Aldair soffriva i trasferimenti in pullman. Diventò un problema, quindi, il viaggio di sessanta chilometri da Marsiglia a Tolone che i verde-oro furono costretti a sostenere per l’indisponibilità del Velodrome. I dirigenti della federazione si erano già attrezzati per consentire ad Aldair di effettuare lo spostamento con una macchina ma alla fine fu il giocatore stesso, per spirito di squadra, a decidere di sopportare il suo disagio per poter viaggiare insieme ai compagni.

LA FINALE

Il 12 luglio 1998 nel nuovo Stade de France di Saint Denis si disputa la finale tra i padroni di casa e i campioni del mondo in carica. Francia-Brasile è l’ultima partita che vogliono tutti, tifosi e organizzazione che, come ha rivelato Platini solo poco tempo fa, ricorre anche a mezzi non propri trasparenti per agevolare il transito delle due compagini verso l’ultimo atto della manifestazione senza il rischio di scontrarsi prima. Spalti gremiti a rappresentare una Francia che, se potesse, tracimerebbe sul prato per dare ulteriore supporto e convinzione a una nazionale che, per valori tecnici, non ne ha un gran bisogno. Il Brasile è campione in carica, non è e non può essere la vittima sacrificale di un impulso a vincere che ai Bleus manca dal vittorioso europeo giocato sempre in casa ai tempi di Le Roi Michel. I segnali del pre-partita, però, non sorridono alla nazionale verde-oro: nelle formazioni ufficiali consegnate in sala stampa manca dall’undici titolare il nome di Ronaldo, stella assoluta dalla quale può dipendere l’esito della partita. Si susseguono le voci più disparate che, nel contorno offuscato col quale si diffondono, parlano di un grave malore che ha colpito nel pomeriggio il ragazzo di Rio. Voci poi confermate, anche se delle reali cause che lo hanno provocato nessuno sa nulla. Resta il fatto che alla fine Ronaldo esce regolarmente dagli spogliatoi insieme ai compagni per prender parte a una partita che probabilmente non può permettersi di mancare per esigenze commerciali più che sportive.

Già, perché l’attaccante che scende in campo a Saint Denis non è nemmeno il fratello di latte del Fenomeno che tutti sono abituati ad ammirare per potenza, controllo di palla e capacità di mandare al tappeto i difensori avversari. La partita, in questi termini, di fatto non ha storia: i transalpini prendono il largo già nel primo tempo, quando Zidane si concede il lusso di una doppietta (due colpi di testa) che incorona un mondiale esaltante per lui e la sua gente. Nemmeno l’espulsione di Desailly al 70° riesce a rimettere il Brasile in scia alla partita. Anzi, nel finale Petit riesce a rendere il risultato ancora più netto, portando tutta la Francia a festeggiare sulle avenues dei Campi Elisi.

I PROTAGONISTI

Zinedine Zidane – Della Francia campione del mondo 1998, il giocatore di maggior talento era sicuramente Zinedine Zidane. Marsigliese di origini berbere, Zidane costituì la punta di diamante di una generazione di fenomeni che la Francia non aveva mai visto nemmeno ai tempi di Platini, Giresse e Tigana. Dotato di una classe non inferiore a quella del suo illustre predecessore con la maglia numero dieci, Zidane era un melange perfetto di abilità tecnica e forza fisica che rendeva quasi sempre vano il tentativo di centrocampisti e difensori avversari di sottrargli il pallone, che Zizou andava spesso a cercare nei meandri del centrocampo per poi farsi carico di portarlo avanti con progressioni individuali o giocate ad innescare i compagni. Si, perché Zidane era indifferentemente in grado di arrivare in porta con dribbling e veroniche avvitate su se stesso piuttosto che lanciando i protagonisti dell’azione offensiva verso il passo finale, non disdegnando di battere i portieri anche attraverso il gioco aereo, nel quale faceva valere la sua non indifferente mole, come dimostrarono proprio i due gol segnati al Brasile nella finale di Saint-Denis.

Il successo con la nazionale gli consentì di vincere il Pallone d’Oro e il Fifa World Player 1998, a suggello di un anno solare per lui indimenticabile. La sua carriera non finì con quel mondiale: vinse coi Bleus, pur non brillando, anche l’Europeo del 2000 contro l’Italia e fece incetta di trofei con due top club come la Juventus e, soprattutto, il Real Madrid. Una delle sue poche pecche risiedeva nelle pieghe di un carattere a volte ombroso che, se mal disposto, gli faceva perdere la testa. Indicativo, in questo senso, il suo addio al calcio nella finale dei mondiali 2006, ancora una volta contro l’Italia, quando, provocato da Materazzi, reagì platealmente e venne espulso. Uscendo dal campo potè accarezzare solo con lo sguardo quella coppa alzata al cielo otto anni prima che, probabilmente, avrebbe potuto tenere ancora tra le mani se non avesse lasciato in inferiorità numerica, e senza un rigorista letale, i propri compagni. Terminata la carriera in mezzo al campo, ancora oggi dimostra di essere nato per dare il meglio al calcio: da allenatore delle Merengues, con la vittoria della Champions League 2018, è diventato il primo, e finora unico, allenatore ad aver vinto il trofeo tre volte di fila.

Luigi Di Biagio – Nella nazionale di Cesare Maldini, Luigi Di Biagio svolgeva il ruolo di play basso davanti alla difesa col preciso compito di accelerare la fase di transizione tra azione difensiva e offensiva. Formatosi nelle giovanili della Lazio, Di Biagio arrivò stabilmente in Serie A con il Foggia di Zeman, tecnico che ne forgiò le caratteristiche di incontrista capace di ribaltare velocemente l’azione. Col tecnico boemo affinò anche la capacità di inserirsi con profitto in zona gol: un bagaglio tecnico che gli permise di farsi notare anche nell’ambiente della nazionale e di partecipare così alla spedizione di Francia 98, dove rappresentava lo snodo tattico cruciale del gioco voluto da Maldini senior. Recuperato il pallone, Di Biagio tagliava il campo con lunghi lanci in diagonale a raggiungere l’esterno destro Moriero il quale, a sua volta, di prima o dopo un’azione in profondità, cercava l’intervento potente di Bobo Vieri in area di rigore avversaria.

Vigoroso e votato al gioco di squadra, Di Biagio non si tirò indietro quando si trattò di andare a calciare l’ultimo rigore nella partita dei quarti di finale contro i padroni di casa francesi. Lo tirò come era solito fare, con un calcio violentissimo che, in genere, ovunque fosse indirizzato nello specchio della porta non avrebbe dato scampo al portiere. Quel giorno, però, non andò così: bastarono pochi centimetri di troppo al pallone perchè andasse a infrangersi nel pieno della traversa e rimbalzasse verso il campo. Di Biagio cadde all’indietro quasi che si fosse sentito colpito al petto da quel rinculo che sentenziava l’ennesima sconfitta dell’Italia ai mondiali ai calci di rigore. Caduto al fronte, con onore.

Comments

comments

Continua a leggere

Azzardo e piaghe sociali

Messi e gli altri: l’Ormone della crescita e il rischio del Doping legalizzato

Emanuele Sabatino

Published

on

Compie oggi 31 anni Lionel Messi, il fenomeno del Barcellona che con la sua Argentina sta trovando non pochi problemi ai mondiali di Russia 2018. Ma quando parliamo della Pulce, si tira in ballo sempre il suo passato e il suo uso consentito dell’ormone della crescita. Una sostanza dopante che, in molte situazioni, è facile ottenere anche se non si è realmente affetti da deficit clinicamente accertati come nel caso dell’argentino.

Leo Messi è il primo o il secondo giocatore più forte al mondo, in base ai titoli vinti dal proprio club ed al gusto personale. Oggi però non parleremo di un suo record né di una sua giocata sensazionale ma di una cosa che da sempre mette Messi sul banco degli imputati e lo rende il prototipo perfetto del giocatore 3.0.

Flash Back. – 1998 – Leo ha talento. Infinito. Madre Natura è stata, però, maligna. Perché Leo a 11 anni é un fenomeno coi piedi ma ha un problema: non cresce. I medici del Newell’s Old Boys emettono una diagnosi che ha il sapore della sentenza: ipopituitarismo (in inglese GHD – Growth Hormone Deficit) Deficit di produzione ormonale che rallenta o, nei casi più gravi, arresta la crescita. I sintomi delle persone affette da GHD sono: piccola statura, braccia più corte rispetto al giusto rapporto proporzionale, viso sempre più giovane rispetto all’età attuale. Si può guarire facendo una cura ormonale costosissima da 750 euro al mese che la famiglia non può permettersi ma il Barcellona ovviamente sì. A questo punto bisogna introdurre e specificare la differenza tra “Doping” e “Medicina applicata allo sport”.

Il Doping é un’ alterazione delle prestazioni di un atleta, che vede la somministrazione di farmaci quando quest’ultimo non ne ha bisogno, ed ha sempre accezione negativa, la medicina applicata allo sport, invece, serve per curare malattie diagnosticate precedentemente ma a volte, con la scusa, diventa un doping camuffato o giustificato. Diciamo che ha animus positivo ma spesso é una grande zona grigia dove all’interno medici “bravi” fanno arguti giri di valzer. Messi, quando arriva a Barcellona, misura 140 cm. Oggi è 1,69. Quindi dai tredici ai venti anni è cresciuto di 29 centimetri. L’ormone della crescità aumenta la massa magra, fa perdere quella grassa, fa crescere in statura e aumenta la forza. É ovviamente bandita dall’ Agenzia Anti-Doping Mondiale, Armstrong disse che lo usava come ingrediente principale nei suoi recuperi tra una tappa e l’altra oppure Marion Jones spogliata di cinque ori olimpici e bandita dalle Olimpiadi cinesi per la positività allo stesso sono solo alcuni casi.


La sezione 46 del regolamento Anti-Doping della Fifa permette a giocatori affetti da una malattia diagnosticata di utilizzare temporaneamente sostanze inserite nella lista delle dopanti. Ma ci sono 2 lati oscuri: Messi è stato sottoposto al trattamento col GH sicuramente in età dai 13 ai 17 anni, comunicati ufficiali dello staff del Barcellona, poi silenzio radio e nessuna risposta alle richieste. Ricordiamo che questo tipo di malattia va curata per sempre. Guarda caso il silenzio radio del club è coinciso con l’inizio dei test antidoping atti a scovare proprio il GH nel 2004. Ora noi siamo felici che abbia prevalso il buon senso e ci godiamo Messi e le sue giocate, ma se ci togliamo i panni per un attimo dell’appassionato di calcio e ci mettiamo i panni di un osservatore distaccato, ci rendiamo conto che un uomo che la natura non aveva fatto per giocare a pallone ed il mondo dello sport con le sue regole ferree non avrebbe mai potuto accettarlo nel farlo gareggiare, è ad oggi uno degli uomini più titolati, riconosciuto e popolari del pianeta.

Le domande sorgono spontanee: quanti potenziali Messi affetti da GHD che non hanno avuto la fortuna di vedersi pagate le cure ormonali il mondo del calcio si è visto sfuggire? Giocatori piccoli di statura, esempio Insigne o Giovinco, che fanno fatica a competere ad alti livelli, avessero avuto la possibilità di utilizzare il GH per qualche anno avrebbero l’esplosività ed i quadricipiti di Messi? Sarebbero forti come lui? Domande su cui potremmo discutere per giorni e giorni ma che non visualizzano il pericolo più grande e cioè che la riuscita del project Messi, sta portando sempre di più padri sconsiderati, allenatori idioti e medici folli a praticare iniezioni di GH a giovani atleti (neanche c’é il test anti-doping in età inferiore) per accrescerne statura e stazza fisica così da primeggiare contro i pari età ed avere più chance di emergere nel proprio sport.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

DasPutin: la polizia inglese usa le maniere forti per non far andare gli hooligans ai Mondiali

Emanuele Sabatino

Published

on

La polizia si sta sfornzando nell’impresa di sequestrare i 58 passaporti rimanenti per essere sicuri che queste persone non siano abili di andare in Russia.

La Polizia inglese ha dichiarato che a più di 1200 hooligans con una storia passata di disordini da stadio è stato impedito, previo sequestro del passaporto, di viaggiare verso la Russia per seguire la nazionale allenata da Southgate che oggi scenderà in campo per la seconda partita del suo Mondiale contro Panama.

1312 sono stati gli individui costretti a consegnare il passaporto alle autorità locali inglesi. Di questi 1312, 1254 hanno portato il passaporto volontariamente, sono stati costretti a farlo o non lo avevano mai fatto in vita loro. Ne rimangano appunto 58 ancora da confiscare.

Unità supplementari di poliziotti verranno schierate ai porti navali per evitare che qualcuno possa tracciare itinerari alternativi per arrivare in Russia una volta lasciato il Regno Unito via mare. Il daspo calcistico in Inghilterra può durare sino a 10 anni è ha lo scopo di evitare agli hooligans di viaggiare per gli eventi sportivi internazionali. Eludere il daspo è ovviamente un reato e comporta una multa di 5000 sterline e 6 mesi di prigione. I passaporti sequestrati verranno riconsegnati ai legittimi proprietari dopo la fine della Coppa del Mondo prevista per il 15 luglio.

Secondo Scotland Yard  questa operazione ha permesso che tra i più di 10000 tifosi inglesi ora presenti in Russia la stragrande maggioranza siano persone oneste, genuine e giunte lì col solo scopo di tifare e godersi il torneo.

Nonostante questo però rimane la paura, ne avevamo parlato già qui, per l’incolumità dei tifosi inglesi, specialmente quelli omosessuali, dopo le minacce omofobe e razziste degli hooligans russi da sempre pieni di un sentimento anti-british. Già durante gli europei del 2016 le due tifoserie arrivarono a contatto e 5 tifosi inglesi rimasero gravi e altri 30 finirono all’ospedale anche se senza pericoli.

Una delegazione della polizia inglese, su richiesta proprio del paese ospitante, è andata in Russia per lavorare al fianco delle autorità locali e garantire la massima sicurezza agli ospiti inglesi.

 

 

 

 

 

Comments

comments

Continua a leggere

Trending