Lo sport di oggi è sempre più avaro di favole. Esibisce campioni famosi ed imprese eclatanti, è vero, ma non sembra avere storie da vedere e da ascoltare come le vorrebbe vedere un bambino con gli occhi sognanti e la bocca spalancata. Storie di uomini che sanno divertire ed emozionare, storie cosi, si possono trovare soltanto rovistando nella soffitta della memoria sportiva. Una di queste favole, senza il lieto fine eppur degna di essere raccontata, a suo modo tramandata ai ragazzi di oggi, è quella di Conrad Bastien McRae, professionista cestista. Lo chiamavano “Mangiafuoco” e lui quel personaggio del Pinocchio di Collodi lo ha rivisitato sino a farlo diventare un moderno Mangiafuoco del basket, travestito da Icaro in canottina e pantaloncini, in volo tra i canestri d’Europa sino al sogno della Nba accarezzato per 10 giorni.
Nato a New York il 13 gennaio 1972, cresciuto al college della Syracuse Orange, “Mangiafuoco” Mcrae ha incantato per 11 anni le platee di Turchia (Efes Pilsen e Fenerbahce), Italia (Fortitudo Milano e Telit Trieste), Grecia (Paok Salonicco) e Francia (Pau Orthez) sino alla breve parentesi nell’iperbasket con la maglia dei Denver Nuggets. Sul campo ha vinto poco, uno scudetto e una Korac con l’Efes Pilsen, eppure Conrad McRae è stato uno di quei rari e indelebili sportivi che negli occhi della gente, di chi lo ha visto nei palazzetti o in tv, ha portato e lasciato qualcosa di speciale. Questa è la storia di un uomo divenuto mito nei playground newyorkesi, l’illusionista consacratosi “Mangiafuoco” quando un bel giorno, all’All Star Game di Valencia, riuscì a saltare un muro di tre persone, schiacciando con un pallone infuocato tra le mani. Dicevano sapesse fare solo quello, schiacciare, eppure si è consegnato alla storia come uno dei più elettrizzanti e spettacolari atleti dello sport moderno, formidabile giocoliere d’area capace di ripagarti del prezzo di un biglietto con il suo atletismo da “actor-studio”, come fosse in un set hollywoodiano. Conrad era uno che si è fatto amare come pochi altri dal tifo fortitudino, strepitoso protagonista nella stagione 1996-97 al fianco di Carlton Myers in una stagione che vide l’Aquila arrivare ad un passo dallo scudetto. McRae era uno che è sempre andato sempre di corsa e ti faceva sognare che per volare l’uomo non avesse bisogno delle ali ma solo di una palla a spicchi fra le mani.
Prodezze da funambolo per un’intera carriera, sino al giorno dello stop obbligato per problemi cardiaci, amara anticamera del cinico sipario che già si affacciava all’orizzonte. Conrad aveva un segreto: sapeva che ogni partita poteva essere per lui l’ultima, camminava su un filo sospeso tra la vita. Soffriva di una forma congenita di tachicardia ventricolare (il padre è morto anche lui stroncato da un infarto). Era il suo segreto. Non lo avevano smascherato nemmeno gli esami medici ai quali si era sottoposto ogni stagione, cambiando sempre squadra e città. Uno svenimento a Denver nel 1999, quindi un test sotto sforzo e perse di nuovo conoscenza. Gli dissero di chiudere con il basket ma Conrad rispose che non era ancora pronto a lasciare tutto. Sapeva bene a cosa stava andando incontro, lo sapeva sin da quando anni alla Syracuse University, a 17 anni, il medico del team rilevò il suo battito cardiaco irregolare. Conrad McRae, da ragazzino, aveva stretto un patto col diavolo. Non ha mai smesso di giocare e non ha mai smesso di sorridere e far divertire la gente.
Per amore dello sport e dello show-time ha messo la sua vita nella mani del destino. La morte gli camminava a fianco e lui, noncurante, gli ha sorriso vivendo senza paura e come meglio ha potuto il tempo che gli è stato concesso. Un attimo, un canestro, poi l’ultima schiacciata e tutto si compie: la fine è arrivata proprio lì, su un campo da basket, il suo habitat naturale, al training camp degli Orlando Magic, il 10 luglio 2000. Aveva 28 anni, doveva sposarsi quell’estate con l’amata Erika, ma non ce l’ha fatta. Forse l’Icaro Mangiafuoco che volava senza ali aveva già mostrato sin troppo ai comuni mortali, e lassù qualcuno ha deciso che per lui fosse giunto il tempo di andare a saltare ancora più in alto, nel giardino dell’eternità.

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