Insieme, per non dimenticare eventi drammatici come la tragedia delle Foibe e l’esodo delle popolazioni Giuliano-Dalmate. Il 10 febbraio è stato istituito un Giorno del Ricordo, per commemorare quei fatti tragici (Legge 30 marzo 2004, n. 92). E la volontà di ricordare è la motivazione che spinge e muove “La corsa del ricordo”, che si terrà a Roma il prossimo 12 febbraio e che vedrà una seconda tappa anche a Trieste nel settembre 2017. Troppo spesso ci si dimentica ciò che il passato ci ha insegnato. E allora questa gara podistica vuole invece ribadire l’importanza del ricordare, legando un fatto tragico della nostra storia ad un evento sportivo, nel tentativo di unire e coinvolgere più persone possibili. Si correrà dunque, fra quelle strade capitoline che non dimenticano i nomi, i volti, i sorrisi delle vittime di una tragedia che spesso nemmeno i libri di storia riportano nel dettaglio. Ma di cosa parliamo quando citiamo le Foibe? Se i vostri manuali di storia sono a prendere polvere dentro qualche scatolone in garage e questo termine non vi fa venire in mente proprio nulla, provate a immaginare: voragini naturali tipiche della regione carsica e dell’Istria, molto grandi e con un ingresso a strapiombo. È in questi “buchi neri” che, fra il 1943 e il 1947 vengono gettati, vivi e morti, quasi diecimila italiani.

Il massacro delle Foibe. Dopo che venne siglato l’armistizio dell’8 settembre del 1943, incominciano le prime ritorsioni ai danni della popolazione Istriano-Dalmata. Proprio nelle zone della Dalmazia e dell’Istria si verificano una serie di violenze, a opera dei partigiani slavi, sugli italiani, anche comunisti e fascisti. Le torture, i massacri, non si contano neppure: per i loro carnefici, la colpe di queste persone è quella di non essere “affini” al popolo, alle sue esigenze, i suoi diritti. Sono quasi un migliaio i caduti delle foibe e la violenza nei loro confronti cresce dalla primavera del ’45: periodo questo, in cui la Jugoslavia riesce a prendere possesso di Trieste, dell’Istria e di Gorizia. A perdere la vita dentro queste tombe a cielo aperto non sono solo i “grandi”. Oltre a fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, muoiono anche uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. Lo scopo degli jugoslavi è la pulizia etnica al fine di eliminare tutti i non comunisti, utilizzando lo strumento più feroce: la carneficina indiscriminata. Nel 1947, anno in cui vengono definiti i confini geopolitici di Italia e Jugoslavia, i massacri hanno fine. Incomincia, però, un altro momento difficile per gli istriani e i dalmati. L’esodo infatti, è l’unica via che i sopravvissuti possono intraprendere dopo l’occupazione militare: 250mila profughi solo a Roma e nel Lazio, questa è la gente cacciata dalle proprie terre. Un carro, qualche vestito, la voglia di ricominciare, lasciando però lungo la strada tanti ricordi e moltissimi affetti.

Almeno 12.000 furono i morti tra infoibati, annegati in mare e  fucilati, senza considerare chi non sopravvisse a causa di stenti e malattie e chi fu deportato nei lager titini. La storia dei Giuliano-Dalmati è poco nota, così come quella degli esuli che furono costretti ad abbandonare le proprie case per aver salva la vita. Ecco perché, ancora una volta, lo sport è strumento di unione e memoria storico-sociale, “uno strumento di congiunzione importantissimo, tra memoria, cultura e popolo. Questo perché coinvolge tutti, senza limiti d’età, senza distinzioni” come conferma Fabio Argentini dell’Area comunicazione dell’evento. Ecco perché si corre per non dimenticare.

Proprio grazie allo sport, i campioni esuli o i discendenti di essi, sono riusciti a tenere in vita nella mente delle nuove generazioni la storia dei loro antenati, riportando puntualmente a galla la tragedia di una popolazione che fu obbligata a fuggire le proprie radici. Fra questi il pugile Nino Benvenuti, il corridore Abdon Pamich, l’ex fiorettista Margherita Granbassi. Uomini liberi, che attraverso le discipline atletiche praticate hanno rimarcato con coraggio la volontà di non arrendersi mai. La corsa di Roma è in ricordo delle vittime delle Foibe ma anche degli esuli che si trasferirono nella Capitale, per avere una prospettiva di vita migliore. La zona della Laurentina, periferia ovest della città, è stata quella che ha ospitato i Giuliano-Dalmati dopo la II guerra mondiale e dove gli esuli hanno ricreato una loro dimensione socio-culturale. Ed è proprio qui che si correrà la gara podistica il prossimo 12 febbraio: partendo da via Sinigaglia si attraverserà tutto il quartiere, ritornando poi al punto di partenza. Dieci chilometri. Per ricordare, rivivere, ritrovare le storie, le vite, le speranze, il dolore, la voglia di lottare di chi non si è arreso. E allora ricordiamo: farlo, in tutte le cose della vita, è la prova che si sente ancora qualcosa. Nella musica, nella letteratura, nell’arte, il ricordo serve per rivivere qualcosa che non c’è più. Un affetto, un’epoca, una persona. Finché si ricorda, quell’elemento continua ad esistere, cristallizzato nel tempo e nello spazio. Oggi sappiamo che tenere a mente è possibile anche attraverso lo sport. Dimenticare, invece, è sinonimo di cancellare. Lo fa, chi non vuole pensarci più.

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