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Storie dell'altro mondo

UNA STELLA CHIAMATA VICTOR

Lorenzo Martini

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Non sono passati neanche tre mesi e sono ancora vive nei nostri occhi le immagini della strepitosa vittoria di Flavia Pennetta agli Us Open. Un momento altissimo per il tennis italiano, una soddisfazione personale immensa per la bella tennista brindisina. Peccato però che il tutto sia stato poi macchiato da un piccolo neo, quell’annuncio di ritiro dal tennis professionistico a cui sono seguite innumerevoli domande: perché abbandona? Che fa, ora che è arrivata all’apice se ne va? Che scelta assurda è mai questa??

Domande lecite, per carità! Ma forse nel porsi queste domande non si tiene conto non solo delle sue intenzioni in ottica futura, ma soprattutto dei sacrifici che le hanno condizionato la vita fin da bambina. Ore e ore di allenamenti, rinunce ad altri interessi, viaggi continui per giocare tornei in giro per il mondo. Una serie di problematiche che hanno accompagnato Flavia e accompagnano anche oggi ogni tennista professionista in tutta la sua carriera, per poi venir messe via via in secondo piano una volta raggiunto il successo. Ma se poi il successo non arriva?

E’ proprio qui che sta il punto: non sempre il duro lavoro implica la garanzia del successo. Altri fattori sono imprescindibili, dal puro talento alla forza di volontà, dal supporto familiare alla fortuna nel trovare un coach all’altezza. E poi, last but not least, la disponibilità economica! Come può il motore che muove l’economia non influenzare anche la vita professionale di un tennista? Sarà proprio lo stretto legame tra la carriera tennistica e le risorse economiche di cui poter disporre il tema centrale nel ripercorrere la storia di un uomo che, nonostante le avversità, è poi riuscito a realizzare il suo sogno. La storia di un tennista sconosciuto ai più, ma esempio di vita per molti: Victor Estrella Burgos.

1989, Santiago del los Caballeros, Repubblica Dominicana. Il Centro Espanol Club è uno dei luoghi più frequentati dai pochi ricconi della zona, che vengono qui a prendere lezioni di tennis. Lì vicino vive la famiglia Estrella Burgos e il piccolo Victor, iperattivo com’è a nove anni, vorrebbe imparare a tutti i costi a giocare. Fortunatamente suo padre è in buonissimi rapporti col manager del centro, tant’è che riesce a farlo entrare sui campi in veste di raccattapalle. E’ così che Victor impara a giocare, guardando con attenzione come si colpisce la pallina, e ogni sera spera che le lezioni si concludano un po’ prima così da avere il campo tutto per sé e migliorare i suoi colpi.

Fin da subito Victor mostra di avere un enorme talento e sogna di diventare un vero tennista, ma la famiglia ha seri problemi economici e non riesce a supportarlo. Per lui inizia una lunghissima gavetta tra un circolo e un altro e malgrado le sue doti tecniche indiscutibili le difficoltà appaiono insuperabili, tenendo conto che nella Repubblica Dominicana non esiste un circuito pro e la federazione non dà nessun tipo di incentivo finanziario.

Nonostante le continue avversità, dopo aver messo un po’ di soldi da parte il giovane Victor diventa professionista nel 2002. Ma l’impatto è traumatico: si iscrive a vari tornei dei circuiti minori ma rimedia soltanto sconfitte, non riesce a esprimere il suo reale livello di gioco e tutto va storto. Nel giro di qualche mese tutto il denaro accantonato arriva agli sgoccioli e il promettente Estrella Burgos decide di abbandonare, per sempre, il suo sogno.

estrella burgos 1

Per 4 anni resta a Santiago del los Caballeros, guadagnandosi da vivere come maestro di tennis. Le ristrettezze economiche non gli permettono nessuno svago e non può che condurre una vita all’insegna della parsimonia e della tranquillità.  E’ nel 2006 che arriva la svolta: da lui si presenta Sixto Camacho, coach di vecchia data, che gli chiede se è disposto a sostenere alcune sedute di allenamento insieme al team portoricano di Coppa Davis. In quell’istante un’idea, sopita da anni, torna a balenare nella testa di Victor e risveglia in lui emozioni indimenticabili. A maggio si imbarca con la sua macchina, arriva in Florida e guida fino a Miami, per poi iscriversi al torneo Future di Vero Beach. Sa che è la sua ultima chance, o la va o la spacca. E come in una qualsiasi favola a lieto fine, avviene l’imprevedibile: lo sconosciuto domenicano arrivato dal nulla mette in riga uno dietro l’altro i suoi avversari, arrendendosi soltanto in finale alla giovane promessa americana Ryan Sweeting. La soddisfazione è immensa!

L’inatteso exploit non solo rimpingua il suo portafogli, ma lo riempie di autostima e di consapevolezza nei suoi mezzi. Inizia così la seconda vita di Victor Estrella Burgos.

Inizia a iscriversi a vari tornei e il suo livello di gioco cresce di giorno in giorno, comincia a farsi notare nei tornei minori e raggiunge vittorie incredibili, ma rimane sempre coi piedi per terra. Sa bene che se un torneo dovesse andare storto rischierebbe di non potersi iscrivere a quello successivo, perciò quando scende in campo dà tutto sé stesso, motivato più che mai dalla spada di Damocle che minaccia di falcidiare i suoi sogni. Riadattando una celebre frase di Game of Thrones, al gioco del tennis o si vince o si muore.

Oltre che essere più forte di molti anni prima, Viti, come ama farsi chiamare, è anche più maturo. Sa bene che non può permettersi di spendere il denaro risparmiato in spese inutili. Proprio per questo quando disputa tornei lontano da casa cerca di farsi ospitare da amici o parenti, non si allontana mai dall’America per non spendere troppo in aerei e fa molta attenzione a non tirare troppo le corde delle racchette per non rischiare che si rompano. Nel 2008 riesce nell’impresa di accedere al tabellone principale del prestigioso torneo Master 1000 di Cincinnati e quando gli spiegano che per lui è riservata gratuitamente una stanza d’albergo e sono previsti ben 8000 euro, rimane scioccato! E’ abituato a ben altro! Ma tutto questo gli fa capire che si sta via via avvicinando a ciò che ha sempre desiderato.

estrella burgos 2

Peccato che le difficoltà sono dietro l’angolo. Infatti, nonostante gli ottimi risultati raggiunti nei tornei minori, Viti non riesce ancora a farsi notare nei tornei maggiori e di conseguenza non può scalare il ranking mondiale e raggiungere la tanto agognata Top 100. Nel 2012, poi, le sue certezze vacillano: infatti, all’età di 32 anni lo colpisce un duro infortunio al gomito destro. Questo per lui significa non poter giocare per oltre 6 mesi, il che implica zero introiti e molte spese per le cure e la riabilitazione. Sa di non essere più giovanissimo e soprattutto non sa se tornerà mai a giocare come prima. Sono i mesi più duri della carriera di Victor, l’ipotesi del ritiro si fa sempre più viva, il suo sogno sta per dissolversi.

Ma in realtà quello che sembrava fosse una tragedia si rivela un’autentica benedizione. Ripresosi dall’infortunio, il dominicano pare rinato, esprime un livello di gioco mai raggiunto prima. E quello che più lo distingue dal tennista di qualche mese prima è la grinta che mette in campo: non gioca semplicemente per battere l’avversario, gioca col coltello tra i denti, come se stesse difendendo qualcosa che gli appartiene, ossia la vittoria. Arrivano risultati straordinari: ad inizio 2014 vince il Challenger di Salinas e entra nella Top 100 del ranking mondiale, poi accede al tabellone principali di due templi sacri del tennis come Roland Garros e Wimbledon, infine a settembre raggiunge il terzo turno agli Us Open, eliminato solo dal bombardiere canadese Milos Raonic. Sono risultati sensazionali, Victor diventa un eroe nazionale nella sua Repubblica Dominicana, la gente lo acclama.

estrella burgos 3

Il sogno di Viti sembra finalmente realizzato, ma a volte quel che desideriamo non è abbastanza, meritiamo di più. E la parabola ascendente del domenicano tutto cuore e grinta continua e raggiunge il suo apice – per ora- il 2 marzo 2015, quando a 34 anni suonati Victor Estrella Burgos si aggiudica il torneo ATP di Quito, battendo in finale il più quotato Feliciano Lopez, numero 14 del ranking. E’ un momento unico, perché Victor diventa il più anziano tennista ad essersi aggiudicato il suo primo torneo nel circuito ATP. Viti riscrive la storia del tennis.

Le emozioni per il longevo trentacinquenne continuano a non finire: l’ingresso nella Top 50, la partecipazione fissa ai tornei internazionali più famosi, il riconoscimento di “Ambasciatore di Buona Volontà” da parte del proprio paese. E’ la vittoria della forza di volontà sulle ristrettezze economiche, della tenacia sulla paura di fallire, dell’incoscienza sulla logica. E’ la vittoria di un sognatore, di un uomo che non si è solamente limitato ad insegnare il tennis, ma ha dato lezioni di come diventare artefici del proprio destino.

 

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1 Commento

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  1. Giorgio

    novembre 23, 2015 at 4:46 pm

    Complimenti per l’articolo!

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Calcio

Santiago Ascacibar, un “russo” in Germania per la rinascita dell’Argentina

Massimiliano Guerra

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Uno  dei migliori centrocampisti della scorsa stagione, una delle possibili stella della prossima Bundesliga. Di chi parliamo? Del mediano dello Stoccarda Santiago Ascacíbar. Classe 1997 nato a La Plata, Ascacibar muove i suoi primi passi nell’Estudiantes, sua squadre del cuore. Mediano dal cuore d’acciaio Ascacibar arriva poi allo Stoccarda quasi a sorpresa la scorsa estate, perché tanti club europei avevano messo gli occhi su questo giovane argentino.

 

Ascacibar è diventato così la scorsa estate il 44esimo argentino a giocare nella Bundesliga. Un bel salto nel buio per un giocatore cosi giovane, arrivare in Europa in una realtà diametralmente opposta rispetto a quella in cui ha vissuto sempre. Eppure Ascacibar si è ambientato subito diventando un perno insostituibile del centrocampo dello Stoccarda con il quale ha collezionato 29 presenze (senza mai segnare) portando la sua squadra ad un tranquilla salvezza. El Ruso, per il suo colore di capelli molto chiaro, è il classico  volante argentino, il centrocampista che deve sia impostare che difendere ed è fondamentale nelle tattiche sudamericane. Ovviamente una volta arrivato in Germania ha dovuto adattare il suo gioco alla realtà europea. Un passaggio avvenuto velocemente senza grossi traumi. Ascacibar è un giocatore giovane ma dalla maturità impressionante. Quando lo si vede in campo sembra un veterano, non un giovane ragazzo argentino sbarcato in Europa da meno di un anno. Che il Ruso fosse comunque un giocatore diverso dagli altri lo si vedeva già dai primi passi calcistici: ”Già da bambino era un fanatico dell’allenamento, ossessionato sin da piccolo nel migliorare la sua tecnica e svolgere gli allenamenti giornalieri”, parla così di lui Omar Rulli, suo allenatore nelle giovanili dell’Estudiantes  (inoltre padre di Geronimo, futuro portiere di Estudiantes e Real Sociedad) che convinse la dirigenza del club a puntare su questo ragazzino  che a 9 anni aveva già la grinta e la tenacia dei grandi campioni.

Da quel momento Ascacibar non deluse mai le aspettative e scalò mano a mano tutte le squadre giovanili fino ad arrivare alla prima squadra dove strega letteralmente l’allenatore el pincha Nelson Vivas che lo definisce “Un giovane con la testa da vecchio”. Sì perché Ascacibar non pensa solo al calcio ma mentre arriva nel calcio dei grandi riesce anche a intraprendere gli studi di antropologia all’Università. Un segno questo che fa capire come sia diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei che arrivano alle luci della ribalta. L’8 febbraio del 2016 contro il Lanus, Ascabibar fa il suo esordio tra i grandi e si conquista con grande rapidità la maglia da titolare: in tutto, sono 50 le presenze del Ruso in un anno e mezzo, senza neanche segnare un gol. Perchè segnare non è il compito del volante argentino, che è riuscito in 18 mesi a trasformarsi, da giovane delle filiales che era, in leader del centrocampo. La garra del Ruso, si fa notare sia nell’Olimpica argentina (3 presenze a Rio 2016, da giocatore tremendamente sottoetà in un torneo U23), sia nella Nazionale U20, della quale è diventato subito il capitano: nella piccola Albiceleste Ascacibar ha giocato 11 gare, segnando una rete e guidando i suoi compagni sia nel Sudamericano Sub-20 che nel  Mondiale di categoria.

Una crescita repentina che lo ha portato poi in Germania. Lo Stoccarda nella scorsa estate ha sborsato 8,5 milioni di euro per averlo, sfruttando l’indecisione dello Zenit, allora guidato da Roberto Mancini. Un affare per il club tedesco dato che ora il valore dell’argentino è praticamente raddoppiato e tutto fa pensare che nella prossima stagione possa aumentare ancora. A Stoccarda lo sperano tutti.

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Calcio

Se non fosse ancora chiaro

Ettore zanca

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Bisogna essere precisi. Se si dicono le cose vanno dette con estrema chiarezza.
C’è per ora la querelle (giusto per restare in tema Francia) che i giocatori della nazionale francese che hanno vinto il mondiale siano in gran parte di origine africana.
A nulla è servito dire più volte che tutti i giocatori sono nati in Francia. Per cui sono francesi. A questo punto almeno, cerchiamo di essere dettagliati. Lo hanno vinto gli africani? No, non solo.

Hugo Lloris, portiere, ha origini catalane.
Olivier Giroud, attaccante è per parte italiano, la nonna è nata in Italia.
Alphonse Areola, portiere di riserva ha origini Filippine.
Raphael Varane è originario della Martinica.
E…udite udite, Antoine Griezmann non è francese purosangue. Il nonno, Amaro Lopes è portoghese. Ex calciatore anche lui.
Non vi basta?

Nel 1998, quando Facebook non c’era, la Francia vinse il mondiale con Zidane, origini algerine, Karembeu, Nuova Caledonia, Thuram, Guadalupa, e infine Djorkaeff. Armeno per parte di madre e russo di Calmucchia per parte di padre.
Dimenticavo. Tralasciamo i mondiali italiani vinti con gli oriundi, ovvero coloro che hanno avuto parenti in Italia ma non ci sono nati. 4 nel 1934, 1 nel 1938, altri 4 nel 1962 (dove abbiamo fatto pena) e uno determinante nel 2006.

Non parliamo di Svizzera, che conta tre kosovari e molto altro. Oppure Russia, che ha schierato un brasiliano.

Quindi le strade sono due. O non diciamo più che il mondiale lo ha vinto l’Africa, perché sono francesi e orgogliosi di esserlo, oppure, per la vis polemica che non smette mai, almeno aggiornate la cartina. Il mondiale lo hanno vinto: Africa, Catalogna, Portogallo, Filippine e anche un po’ d’Italia. E che diamine. Almeno siamo campioni del mondo grazie alla nonna di Giroud.

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Basket

Il cuore grande di Marc Gasol

Lorenzo Martini

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Questa è l’immagine che da ieri sta facendo il giro del mondo. Una donna, stremata e incredula, salvata da una nave di Open Arms a 80 miglia dalle coste libiche. Il suo nome è Josephine e la sua è una storia tragica: partita dal Camerun, dopo un lungo periodo in Libia stava per esaudire il suo sogno di raggiungere l’Europa. Un sogno però infrantosi sul suo gommone, rivoltatosi a causa del mare mosso. Lei, inspiegabilmente ignorata dalla guardia costiera libica, è rimasta in balia del Mediterraneo per ore e ore, aggrappata ad un pezzo di legno e alla speranza di non dover morire. Una speranza che, alla fine, non è stata tradita.

Una foto che tocca nel profondo. E tra i milioni di pensieri che possono venire in mente guardando una scena simile, dovrebbe far riflettere che al fianco di Josephine c’è un uomo che guadagna 20 milioni di dollari l’anno. Guardatelo attentamente: è proprio lui, Marc Gasol. Il centro spagnolo dei Memphis Grizzlies, superstar NBA che non solo ha vinto di tutto con la sua Spagna, ma da anni si conferma come uno dei lunghi più forti nel basket oltreoceano.

Cosa ci fa un personaggio di questo spessore su una nave delle ONG, su una nave di volontari? Ebbene, fa il volontario. A raccontarlo è stato lo stesso Marc, in un’intervista a El Pais: “Nel 2015 ho incontrato Óscar Camps di Open Arms e sono rimasto impressionato dalla sua convinzione, dal modo in cui ha messo a disposizione di questa causa tutte le sue risorse finanziare, logistiche e personali per aiutare queste persone. Ammiro questo tipo di persone, che fanno qualcosa, che non aspettano che gli altri lo facciano”.

Da allora il più piccolo dei Gasol ha iniziato a collaborare con Open Arms, trascorrendo parte delle sue vacanze estive a sostenerne la causa. Un gesto bellissimo, che si va a aggiungere a quanto lui e il fratello Pau fanno con la Gasol Foundation, un’associazione no-profit il cui scopo consiste nel sostenere famiglie americane in difficoltà economiche, con programmi alimentari e attività fisiche salutari.

A El Pais Marc ha spiegato cosa lo ha spinto a supportare Open Arms: Ho due figli e voglio essere da esempio per loro. Posso immaginare la situazione di un padre che deve affrontare viaggi come questi in cui si rischia tutto per raggiungere un paese dove poter vivere in pace e con dignità. Penso che se fossi al suo posto vorrei che qualcuno mi aiutasse mettendo a disposizione il suo tempo, i suoi soldi, dandomi una mano. Penso che dovremmo tutti contribuire in qualche modo. È molto diverso sentire o leggere che un tot persone sono morte in mare. Molto diverso è vederle, vedere una persona morta e capire che quella persona era il centro del mondo nella vita di qualcuno.

Del resto, nel salvataggio di Josephine, Marc ha anche assistito al ritrovamento di due corpi privi di vita, una donna e un bambino adagiati su un pezzo di legno. Ed è per questo che oltre alla gioia per aver salvato una vita c’è tanta amarezza, manifestata con un tweet fin troppo esplicito:Frustrazione, rabbia, impotenza. È incredibile come così tante persone vulnerabili vengano abbandonate alle loro morti in mare. Profonda ammirazione per quelli che stavolta chiamo i miei compagni di squadra”.

Evitando di entrare nel merito della questione e dei relativi risvolti politici, non si può che applaudire al gesto di Marc. Una star internazionale, un atleta famosissimo, ma anche una persona umile, concretamente vicina ai problemi umanitari dei nostri tempi. Un campione sul campo, che in quest’occasione ha dimostrato il suo valore anche nella vita. Un modello, un esempio, da cui non ci resta che imparare.

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