E’ da poco uscito il libro “L’ inviato non nasce per caso” di Gian Piero Galeazzi, volto e voce storica del giornalismo sportivo italiano che, con la pacata disinvoltura che lo contraddistingue in questo momento della sua vita, si concede con immenso piacere a Io Gioco pulito.

Gian Piero Galeazzi classe 1946, è uno dei padri storici del giornalismo sportivo italiano.

Da poco, il 18 maggio, ha spento 70 candeline. Lui stesso sportivo, partecipa infatti alle Olimpiadi del 1968 a Città del Messico come canottiere, si distinguerà come grande cronista sportivo sia per la radio che per la televisione.

Nutritosi al fianco di nomi storici del giornalismo sportivo lui stesso ha fatto scuola esprimendo nella sua lunga carriera uno stile tutto personale.

Per chi volesse approfondire è da poco uscito il suo libro, interessantissimo per chiunque a vario titolo ama lo sport, “L’inviato non nasce per caso (ed. Eri).

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Il tuo maestro di giornalismo sportivo?

Ne ho avuto più di uno: di certo Sandro Ciotti alla radio è stato per me un grande maestro e poi Peppe Viola il più grande di tutti.

Nello specifico cosa ti hanno insegnato ?

Sandro Ciotti mi ha insegnato come si sta in cabina, l’importanza della concentrazione e soprattutto a dare anima ad un avvenimento , è anche vero però che bisogna avere un grosso intuito e quello non può insegnatelo nessuno..

Consigli ad un giovane giornalista sportivo.

Vedere cosa è successo prima di lui, vedere quali sono i punti storici che non si possono non conoscere, per esempio la Roma e la vittoria di Berruti, i grandi successi del calcio italiano nel mondo, bisogna avere presente i grandi padri, conoscere la storia dello sport. Se non sai queste cose puoi anche cambiare mestiere.

Il momento più divertente nella tua carriera giornalistica?

È stata la parentesi di Domenica in quando riuscii a fare dello sport uno spettacolo, ebbi una popolarità enorme che forse non mi hanno mai perdonato. Con Mara Venier fu molto divertente: mi chiamavano “Bisteccone“. Sono stato forse l’unico a fare una cosa del genere.

Il momento più emozionante della tua carriera?

Molti, in particolare le vittorie di Abbagnale o l’intervista al Napoli nell’ 87.

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Lo scoop della tua vita?

Quando, a 90 Minuto, chiesi la linea a Paolo Valenti, mentre la polizia faceva irruzione negli spogliatoi per l’inchiesta sul calcioscommesse, li stavano arrestando tutti ed io sono stato il primo a dare l’annuncio. Valenti era scocciato, non capiva, perché il mio collegamento era finito ed io richiesi subito la linea. Sulla pista dell’Olimpico c’era un taxy giallo con la macchina della polizia a fianco.

Cosa pensi del modo di comunicare lo sport oggi?

I vecchi pensano sempre di essere migliori dei giovani purtroppo lo penso anch’io, non vedo grandi giornalisti di sport che possano far emozionare le folle.

Il momento più difficile nella tua carriera giornalistica?

Quando sono rientrato in redazione dopo la parentesi di Domenica In, non avevo neanche più una sedia o una penna, mi avevano buttato via tutto. Mentre fuori ero un mito, avevo una popolarità incredibile, in redazione non avevo neanche un posto dove sedermi.

Forse per invidia, ti hanno voluto far pagare la grande popolarità?

Credo di sì.

Ti ha fatto male?

Si, sono ingrassato cinquanta chili..

Cosa stati facendo ora?

Ho scritto un libro: “L’ inviato non nasce per caso”.

Allora dicci brevemente come nasce un inviato?

L’inviato nasce andando diritto per la sua strada, non guardando mai indietro, non piegandosi davanti a quello più forte, non mettendosi  sul carro del vincitore, avendo sempre davanti a sé l’idea del servizio pubblico.

Quindi è uno che gioca pulito?

Sì, hai fatto un’ottima battuta sportiva!

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