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“Leggi! Studia! Informati! Scrivi!”. Per anni mi sono sentito ripetere questa litania, da professori e genitori indistintamente. Ora che in un certo senso ho l’opportunità di scrivere per davvero, devo ammettere che se li avessi ascoltati un po’ di più, probabilmente sarei riuscito a riempire le pagine bianche con meno difficoltà. Perché tutto fa brodo, una citazione, un passo di chissà quale autore del passato o un titolo di un saggio delle superiori possono veramente aiutare a fornire l’idea giusta per buttare giù qualche parola.

Non so che cosa mi trattenesse veramente dal farlo, anche se il motivo di tale mancanza credo sia presumibilmente da ricercare nella buona dose di fancazzismo adolescenziale che quotidianamente mi iniettavo.

Ho sbagliato, ho capito e ora mi comporto in maniera diversa, provando verosimilmente a succhiare nettare vitale da qualsiasi fiore mi si trovi intorno. Oggi però voglio fare uno strappo alla regola. Oggi voglio tornare il quattordicenne svogliato che alle espressioni matematiche preferiva una partitella con gli amici, per dimostrare come forse, a volte, per comprendere appieno i fatti sia meglio viverli che studiarli.

Quando penso a Karl Anthony Towns la prima parola che associo al giocatore dei Minnesota Timberwolves è rivoluzione. Un termine che si ritrova pedissequamente nei libri di storia. Un termine che ho letto e riletto, sentito e risentito, in lezioni in cui si trattava il declino dell’Ancien Régime, le innovazioni tecnologiche di fine Ottocento o la vittoria dei bolscevichi a Pietrogrado.

Eppure, nel momento in cui ho dovuto attingere ai cassetti della mia memoria di studente, mi sono trovato a combattere contro il vuoto.

Perché?

Perché per essere in grado di capire il significato di rivoluzione, bisogna essere testimoni di una rivoluzione.

Ne consegue che fosse ovviamente impossibile per me poter assistere agli avvenimenti che avrebbero portato l’abolizione della monarchia assoluta francese, mentre posso tranquillamente affermare il contrario per quanto concerne le modifiche che Towns sta apportando al gioco della pallacanestro. È quindi più facile provare ad avanzare delle ipotesi su che cosa stia realmente cambiando. Su quello che era e che da oggi, per suo merito o colpa, non è più.

Per far sì che ci possa facilmente essere una sommossa, in qualsiasi contesto, c’è bisogno di un insieme i cui elementi siano in continuo mutamento. In questo, uno stato ed una lega formata da atleti professionisti direi che si assomigliano parecchio, perché al loro interno sono composti da uomini e nessun essere come l’uomo è storicamente soggetto a variazioni.

La rivoluzione di KAT (acronimo piuttosto cool) sta avvenendo senza spargimento di sangue, anche se forse i lunghi delle altre franchigie avrebbero argomenti discordanti a riguardo. Il prodotto di Kentucky sta svolgendo a tutti gli effetti il compito di un hacker, quello di trovare una falla all’interno di una struttura più o meno complessa e articolata, vincolando così i progettisti di tal struttura a lavorare per migliorarla ed evitare spiacevoli inconvenienti.

Towns, come un giovane David Lightman, passo dopo passo ha tentato di introdursi nei sistemi operativi della NBA.

Ha così scoperto l’esistenza di ali forti in grado di tirare da tre come degli esterni, rivoluzione accorsa qualche anno addietro e capeggiata da un biondo nibelungo vivente a Dallas, ma che non hanno la mobilità per potersi permettere di accettare qualsiasi cambio difensivo e marcare avversari più bassi e rapidi di loro.

Si è imbattuto in centri che proteggono il ferro in maniera quasi impeccabile, prendono 15 rimbalzi a partita e hanno però difficoltà al tiro, specie in lunetta, dove faticano ad arrivare al 50%.

Ha trovato immensi giocatori di post basso, gente come Pau Gasol, col tiro dal mid-range, innumerevoli movimenti schiena a canestro, possibilità di chiudere col semigancio destro o mancino senza batter ciglio, ma che atleticamente mancano di verticalità ed esplosività.

Ha scovato point forward che in passato gli erano state simili. Un Kevin Garnett che aveva partenze da ala piccola, correva il campo alla velocità di una point guard e portava dei blocchi sempre al limite, che se sfruttati al meglio avrebbero dato al tiratore metri di spazio. Lui sì che era stato “The Revolution”, senza però estendere il tumulto alla linea del tiro da tre punti e nemmeno trattare o passare impeccabilmente lo Spalding.

KAT  si è impossessato di queste informazioni e le ha utilizzate a suo favore, mostrandoci tutti i limiti presenti nel software della lega e contribuendo così alla creazione di una macchina perfetta, i cui meccanismi di funzionamento possano essere in futuro non neutralizzabili da attacchi esterni.

Il premio di Rookie of the Year all’unanimità altro non è se non il riconoscimento che il reparto informatico dell’intelligence americana ha deciso di consegnargli per il lavoro svolto.

Sta costringendo gli scout delle diverse franchigie alla disperata ricerca di un giocatore come lui, di un tuttologo con l’arancia in mano che metta palla per terra come Carmelo Anthony, che abbia il ball handling di una guardia, che possa tirare da fuori e da sotto, che abbia la velocità per poter difendere su molti sebbene spesso sia mal posizionato, che abbia movimenti in post che al primo anno di carriera NBA in pochi hanno fatto vedere, che sappia  tirare i liberi e che scarichi divinamente dopo aver letto un raddoppio.

In questo Towns è differente. Non ha restrizioni. In qualsiasi altro suo pari ruolo si possono trovare dei limiti, ma in lui no. Questa è la vera rivoluzione, cioè la brevettazione di  un giocatore definitivo, oltre al quale difficilmente si riuscirebbe ad andare.

In fondo per me rivoluzione significa questo, la totale e costante ricerca della perfezione.

Karl Anthony Towns, senza il bisogno di indossare la maschera di Guy Fawkes, sembra ad un passo dall’averla finalmente trovata.

Daniele Quetti – Born in the postbannerseattle bannerduncan

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