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Un giorno col Giro: la vita vera di un paese attraversato dalla Corsa Rosa

Francesco Beltrami

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Sono a Momo, un piccolo comune del Novarese attraverso cui oggi passerà il Giro d’Italia. Sono in strada come raramente riesco a fare per una corsa che di solito seguo in televisione senza perderne una tappa. Sono in strada in un punto qualunque, un piatto rettilineo della  provinciale 17 che dal vercellese arriva al novarese per unire queste province piemontesi a quella di Varese in Lombardia attraversando poco più avanti, a Oleggio, il fiume Ticino. La carovana pubblicitaria è transitata da poco e tra una mezzora toccherà ai corridori: passeranno a oltre cinquanta all’ora e ci sarà poco da vedere, niente più di un attimo fuggente.

Nonostante questo ogni volta che il Giro o qualche corsa di una certa importanza passa non troppo lontano da casa voglio esserci. Non vado in bicicletta e devo spostare ogni volta che mi muovo oltre un quintale di peso, quindi non mi troverete mai su una grande salita, al massimo una partenza, come quella di Tirano di due anni fa o sulle tribune di un impianto fisso come quello allestito all’ippodromo di Varese in occasione dei Mondiali 2008, altrimenti televisore HD, dove si vede anche meglio, e poi volete mettere il racconto della corsa di Riccardo Magrini e Salvo Aiello, la magnifica coppia di Eurosport cui sono fedele da anni? Se la corsa è vicino a casa e ci si arriva a piedi camminando in piano, o in auto conoscendo le strade e non dovendo far code, allora non manco nemmeno in strada. Quindi eccomi, qualche centinaio di metri più avanti l’incrocio principale di Momo. Ci sono arrivato attraverso una strada secondaria che attraversa i campi e mi son trovato un posto dove ci sono ben poche persone visto che per un solitario come me la piccola folla dell’incrocio era già eccessiva.

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Ci sono due ragazzi della locale Protezione Civile che fermano le auto, attenti ed efficienti, l’autista della cisterna di una vicino produttore di gorgonzola che terminato il giro del latte, che non conosce feste, dovrebbe rientrare in azienda ma è bloccato dal Giro e pochi altri automobilisti. Qualche abitante delle rare villette della zona inizia ad affacciarsi alle finestre o a mettere il naso fuori dai cancelli dei giardini. Si aspetta.

Dalla radio della Protezione Civile si viene sapere che tra i mezzi bloccati c’è un furgone che deve portare i pasti a una vicina casa di riposo. Un breve conciliabolo e il responsabile della viabilità in quella zona ne autorizza il passaggio, raccomandando di far attenzione a far passare solo lui. Arriva qualche altro automobilista. Qualcuno attende, altri girano e provano itinerari alternativi. Una signora che abita in zona parcheggia, su consiglio del volontario, e, non interessata per nulla al passaggio dei corridori, si avvia a piedi verso casa. Un altro scende e si lamenta a gran voce, sostiene che in Italia lo sport sia intoccabile e che per lo sport e solo per lo sport, qualsiasi cosa sia fattibile, lamenta che il giorno precedente per l’arrivo al Santuario di Oropa la Città di Biella sia rimasta chiusa dalle otto della mattina alle otto di sera. Nessuno gli da retta.

Arrivano le prime staffette della Polizia Stradale e le prime auto dell’organizzazione, qualche vettura di quelle che portano gli ospiti transita veloce. Sirene, ancora staffette e appaiono in fondo al rettilineo i primi corridori, la fuga del mattino che sta cercando di andar via, la tappa è partita da poco, tirano a tutta. Una trentina di secondi dopo sfreccia il gruppo, preceduto da altri due ciclisti che cercano di avvantaggiarsi. Sfrecciano tutti rapidissimi, impossibile distinguere i campioni, quelli che tutti a bordo strada vorrebbero vedere. Qualche foto veloce col telefono, contro sole, non verranno un granché ma devono solo essere un ricordo non un’opera d’arte. Arrivano le ammiraglie, le auto mediche, le ambulanze, e ultimo transita il fine corsa.

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E’ passato il Giro, su una strada qualunque in un punto qualunque della pianura, ma sono passate anche tutte le storie leggendarie che lo circondano, tutte le emozioni e le discussioni che ci ha regalato dai tempi della prima edizione, nel 1909. Qualche minuto e la Protezione Civile riaprirà la strada. Io sono già parcheggiato nella via traversa però e posso già andare, mezzora e sarò di nuovo a casa, una birra, il pranzo e la televisione accesa con  Magrini&Aiello che raccontano.

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In campo e dalla Legge: la vita in fuga di O. J. Simpson

Emanuele Sabatino

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Il 12 Giugno 1994, Nicole Brown e Ronald Goldman vengono trovati morti nella casa di lei a Los Angeles. Venne acusato l’ex marito, la stella NFL O.J. Simpson. Riviviamo la vicenda e la storia di quello che fu definito il “Processo del Secolo”.

Da stella NFL alla condanna a trentatrè anni di carcere, nel mezzo un processo torbido con l’accusa di duplice omicidio. L’incredibile storia di O.J. Simpson.

Orenthal James Simpson nasce a San Francisco, California, nel 1947. La sua carriera universitaria lo vide protagonista con la maglia di “University of Southern California” (USC) dove riuscì anche a vincere l’Heisman Trophy (miglior giocatore della lega universitaria) nel 1968. Scelto dai Buffalo Bills come prima scelta assoluta al draft del 1969 nel ruolo di Runningback, detiene il record di essere stato il primo giocatore NFL ad aver corso più di 2000 yards in una stagione e ancora oggi è l’unico ad averlo fatto in sole 14 partite. Venne introdotto nella Pro Football Hall of Fame nel 1985. Dopo l’addio al football, si cimentò nella carriera cinematografica dove ottenne molteplici ruoli aumentando la sua già grande popolarità.

L’OMICIDIO DI NICOLE BROWN E RONALD GOLDMAN:

Il 12 giugno 1994 Nicole Brown, ex moglie di Simpson, e Ronald Goldman, compagno di Nicole, vennero ritrovati accoltellati a morte nel condominio della donna sito a Brentwood, Los Angeles. Simpson venne considerato il sospettato numero uno ed il suo arresto, dopo un lungo inseguimento a bordo di un SUV Ford Bronco, venne mostrato in diretta nazionale tanto da interrompere la trasmissione delle finali NBA. Considerato il “processo del secolo” per via della sua portata transnazionale, il 3 ottobre 1995 si concluse con il verdetto della giuria “Non colpevole”.

IL RUOLO DI MARK FUHRMAN:

Mark Fuhrman, poliziotto di Los Angeles,  fu il primo ad andare a casa di Simpson la notte del delitto per interrogarlo. Fu lui a trovare il guanto insanguinato con il DNA della Brown, di Goldman e di Simpson. Poteva essere la prova decisiva e quindi la difesa, il famoso “dream team” composto da Cochran, Shapiro, Dershowitz e Bailey, si impegnò per distruggerla. La strategia adottata si basava sull’accusa che Fuhrman era un razzista, e quindi aveva manomesso le prove per far condannare il nero Simpson.

La difesa gli chiese se avesse mai pronunciato la parola «negro» negli ultimi dieci anni, e il giudice Lance Ito non si oppose. Mark rispose di no, ma poco dopo gli avvocati di O.J. presentarono nastri registrati nel 1986 dove Fuhrman diceva la parola negro ben 41 volte ma soprattutto confessava violazioni contro i neri sul lavoro. Spergiuro. Alla domanda se avesse fabbricato la prova del guanto per incastrare Simpson lui rispose: “I take the fifth”“Prendo il quinto” con riferimento al quinto emendamento della costituzione americana che permette all’interrogato di non rispondere per evitare di autoincriminarsi. Più in là dichiarerà di aver patteggiato tre anni con la condizionale perché non aveva i soldi per difendersi, ma lui quelle prove non le aveva manomesse. Erano vere.

LA PROVA DEL GUANTO:

Simpson, davanti alla giuria di dodici membri, di cui sette afroamericani, indossò il guanto che era evidentemente troppo corto e stretto. La frase simbolo dell’intero processo pronunciata dall’avvocato Cochran: If it doesn’t fit, you must acquit” “Se non calza, dovete assolverlo” preannunciò il verdetto della giuria che fu “Non colpevole”. Come se con un guanto più piccolo non si potesse comunque accoltellare qualcuno. Stranezze americane. Nel post-processo la difesa dirà che non furono loro a vincere ma l’accusa a perdere per via dei tanti, troppi, errori grossolani.

IL PROCESSO CIVILE:

Beffa delle beffe fu il processo civile chiesto dalle famiglie delle vittime. In sede civile, infatti, Simpson venne giudicato colpevole del duplice omicidio e dovette pagare un risarcimento multimilionario ai parenti delle vittime.

LA CONDANNA A 33 ANNI DI CARCERE

Nel settembre 2007, a Las Vegas, Simpson venne arrestato con l’accusa di furto e sequestro armato di persona. Questa volta non riuscì a farla franca e venne condannato a 33 anni di carcere di cui almeno nove senza libertà vigilata. Una sentenza esemplare, sproporzionata, chiaramente compensatrice di quella mancata del 1995. Dopo nove anni di carcere, il giudice si è espresso in merito alla richiesta di scarcerazione, accettandola e l’ex giocatore di Football Americano è tornato ad essere definitivamente libero. Per il momento.

IL COLTELLO RITROVATO:

Più di un anno fa, la polizia di Los Angeles ha confermato l’esistenza di un coltello ritrovato al momento della demolizione della vecchia casa di Simpson a Los Angeles. Questo coltello venne dato ad un agente di polizia in pensione che lo avrebbe custodito per anni. Dalle prime analisi l’arma non sarebbe compatibile con quella che ferì a morte Nicole Brown e Ronald Goldman 22 anni fa. Anche se fosse compatibile, Simpson non potrebbe essere comunque processato per via di una legge, la “Double Jeopardy Laws”, che non permette di essere processati due volte per lo stesso crimine.

FOTO: www.nydailynews.com

 

 

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Le due vite “estreme” dell’Ironman Todd Crandell

Alessandro Mastroluca

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Cominciò tutto con due sorsi di birra, a tredici anni. Iniziò così la road to perdition di Todd Crandell: tredici anni di dipendenza da droga e alcool. Sarà lo sport a fargli riveder le stelle. E il più faticoso di tutti, l’Ironman, il triathlon estremo: 3,86 km di nuoto, 180,260 km in bicicletta e una maratona, da completare in meno di 17 ore. Veloce verso il traguardo per alleviare l’agonia. Il fisico provato oltre ogni limite diventa testimonianza di rinascita. È questo che insegna oggi a generazioni di americani nei suoi discorsi motivazionali e attraverso l’associazione che ha creato, Racing for Recovery. Correre per guarire.

Ma da cosa doveva guarire il tredicenne Todd? La risposta è nascosta nelle ombre di una foto di famiglia. È scattata a Sylvania, nel 1968: Terry, 24 anni, abbraccia la bionda Louise, di 21. Si sono conosciuti quando Louise ne aveva 16 e Terry uno studente della Ohio State University tornato a casa a trovare i genitori. La nascita di Todd cambia la vita di Louise, che cerca di dimenticare la depressione con l’eroina, lo speed, l’LSD. Terry ottiene il divorzio e la custodia del figlio. Louise promette che vuole rimanere sobria ma il 23 settembre 1970 prende la macchina e si lancia a tutta velocità giù da un ponte sulla Route 23: è il primo suicidio al volante nella storia dell’Ohio. Todd ha tre anni.

È il vuoto di quella morte che cerca di riempire. La prima volta diventa presto una seconda, dall’assaggio di birra a un’intera bottiglia di Jack Daniels il passo è brevissimo. Presto si aggiungono marijuana, cocaina, eroina, e poi Valium, Percodan, Quaaludes (grazie a un amico farmacista). Eppure, riesce a nascondere la dipendenza dall’alcool in famiglia e ai compagni di squadra. Sì, perché Todd è la stella della squadra di hockey della  Northview High School, il portiere che li sta portando verso il titolo dell’Ohio del 1985. Ma prima di una partita, Todd viene scoperto a tirare di coca. Il coach, Jim Cooper, decide di cacciarlo dalla squadra. È una decisione difficile, uno dei giocatori gli dice senza troppi giri di parole: “Così sta buttando via il titolo dello stato”.

Todd butta via anche di più: la borsa di studio per la Ohio University, il sogno di giocare un giorno nella National Hockey League, il rispetto della famiglia. “Questo è il giorno più brutto della mia vita dopo il suicidio di tua madre” gli dice il padre in lacrime. Passeranno otto anni perché Todd tocchi il fondo, perché decida di reagire.

È il 13 aprile 1993, Todd viene fermato per la terza volta per guida in stato di ebbrezza. Ha una concentrazione di alcool nel sangue di 0,36: 0,4 è considerato coma etilico. “È la cosa migliore che mi sia mai capitata” ha detto. “In quel momento mi son detto che avrei messo per restare sobrio la stessa determinazione con cui ero rimasto dipendente da alcool e droghe per tutti quegli anni”.

Anni in cui ha guardato le gare di triathlon estremo e sognato un giorno di provare a correrle, fino a quel 6 novembre 1999, alle Hawaii.Quel giorno sono diventato una delle poche persone al mondo, forse meno di 50mila, che hanno finito un Ironman. Mi ha reso un uomo migliore dal punto di vista fisico, emotivo, spirituale”.

Così,ha provato a restituire, a condividere un messaggio di speranza, ha insegnato a correre per guarire, ha promosso lo sport per prevenire, per evitare di vedere giovani prendere la sua stessa cattiva strada. Oggi attraverso Racing for Recovery organizza incontri di gruppo, è diventato un counselor molto richiesto e viene invitato a tenere discorsi anche nelle scuole. Ha raccontato la sua vita in un libro, From Addict to Ironman, e in due film, Addict: racing for recovery Running with Demons.

L’associazione, spiega il padre che vive poco lontano da Todd, dalla moglie Melissa e dai loro quattro figli, “fa per Todd, ogni quanto, tanto quanto lui fa per tutti quelli che partecipano dagli eventi. È questo il suo percorso per rimanere sobrio e per stare dove ha bisogno di essere”. Perché, come ha scritto anche in un suo secondo libro, There’s More Than One Way to Get to Cleveland: 10 Lifestyles of Recovery That Lead to Freedom From Addiction, non c’è una sola via per liberarsi dalla dipendenza. C’è, questa sì, un solo punto di partenza. Comincia tutto con la forza di volontà individuale. “La strada verso la libertà è disponibile per tutti” spiega. “Ma non è una strada per quelli che vogliono. È per quelli che lo fanno”.

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Stoccolma 1956: quelle Olimpiadi Australiane che si disputarono in Svezia

Francesco Beltrami

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Domenica 10 giugno 1956 allo Stockholm Stadium nell’omonima città di Stoccolma si svolse una cerimonia di apertura molto particolare: quella delle Olimpiadi dell’Equitazione. Quell’anno i Giochi Olimpici erano in programma a novembre, nell’emisfero sud, a Melbourne, ma disputarvi anche le prove equestri non fu possibile, visti i tempi biblici previsti dalle leggi australiane per la quarantena dei cavalli partecipanti. Sei mesi infatti gli animali avrebbero dovuto restare bloccati dopo essere entrati nel paese. Richieste di cambiamento della normativa furono respinte dalle autorità durante un incontro col CIO nel 1953 che dunque decise di far organizzare le prove equestri ad un’altra nazione. Nel 1954 il comitato scelse la Svezia che ottenne la possibilità di organizzare una Olimpiade autonoma anche finanziariamente da quella di Melbourne e si mise all’opera, organizzando una lotteria nazionale per raccogliere i fondi necessari.

Cavalieri di ventinove nazioni si presentarono in gara nelle tre discipline previste, il Concorso Competo, il Dressage e il Salto ad Ostacoli. Cinque di questi paesi non furono invece presenti a Melbourne: l’Egitto, per la crisi di Suez, la Spagna, l’Olanda e la Svizzera per un mini boicottaggio contro l’invasione russa dell’Ungheria, e la Cambogia, senza motivi specifici, probabilmente Saing e Ghanty i due rappresentanti cambogiani nella prova di Salto a Ostacoli dove furono eliminati uno sul sesto e uno sul settimo ostacolo, erano gli unici atleti di quel paese in grado di partecipare ad un Olimpiade!


Fu la prima e al momento unica volta in cui le gare olimpiche si svolsero sul suolo di due nazioni differenti, addirittura in due continenti diversi. Dico sul suolo non a caso, perché nel 1920, in occasione delle Olimpiadi belghe di Anversa nella vela si era reso necessario spostare l’ultima regata della classe Dinghy 12 piedi da Ostenda dove era stata organizzata la disciplina, ad Amsterdam nei Paesi Bassi. La regata era stata annullata per problemi di corrente e marea l’ultimo giorno previsto per le gare, ed essendo i due soli equipaggi in competizione olandesi, furono autorizzati a giocarsi la medaglia d’oro ad Amsterdam in casa loro qualche giorno dopo, lo fecero ovviamente nelle acque del Mare del Nord non precludendo così a Stoccolma 1956 di stabilire il particolare primato in ambito terrestre.

Come sede delle gare gli organizzatori avevano scelto  lo  Stockholm Stadium, costruito per ospitare le Olimpiadi svedesi del 1912, e nelle sue vicinanze furono edificate le scuderie. Lunedì 12 e martedì 13 le gare presero il via con l’effettuazione della prova di Dressage valida per il Concorso Completo, il giorno successivo le scuderie sorvegliate dalla Guardia a Cavallo dell’Esercito svedese, presero fuoco. L’intervento dei soccorsi fu tempestivo e tutti i cavalli furono evacuati rapidamente, e le gare poterono tranquillamente continuare con gli animali ospitati in alloggiamenti di emergenza, con la disputa il giorno stesso della prova di Cross del Completo e quello successivo del conclusivo impegno di questa durissima disciplina, il Salto ad Ostacoli. L’oro andò proprio a uno svedese, Petrus Kastenman, mentre il Regno Unito vinse la prova a squadre. Venerdì 15 e sabato 16 fu il turno del Dressage come disciplina singola, dove trionfò ancora  la Svezia, questa volta sia a livello individuale con Henry Saint Cyr che nella prova a squadre.

Domenica 17 arrivò il momento del gran finale, con quella che è sicuramente la specialità più conosciuta dell’equitazione, il Salto ad Ostacoli. In uno stadio Olimpico gremito in ogni ordine di posti ci fu gloria anche per la Nazionale italiana, grazie a due cavalieri leggendari, i fratelli Piero e Raimondo D’Inzeo. Raimondo, il più giovane, classe 1925, vinse in sella al suo Merano la medaglia d’argento individuale, alle spalle del cavaliere tedesco Hans Gunter Winkler e precedendo proprio il fratello maggiore Piero, classe 1923, che montava Uruguay. Con l’indispensabile apporto del quarantasettenne Salvatore Oppes, era nato nel 1909 a Pozzomaggiore in provincia di Sassari, e del suo Pagoro, i fratelli romani, entrambi militari di carriera, furono anche argento a squadre dietro alla Germania e davanti alla Gran Bretagna.

Un preludio di quel che sarebbe successo a Roma quattro anni dopo, quando Raimondo con Posillipo fu Campione Olimpico e Piero vinse in sella a The Rock la medaglia d’argento. Terzo cavaliere azzurro fu  Antonio Oppes, otto anni più giovane di Salvatore, che con  The Scholar si affiancò ai D’Inzeo nella conquista della medaglia di bronzo a squadre dietro a Germania e Stati Uniti.

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