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Tutti contro tutti, il basket italiano impantanato nelle riforme

Alberto Calo

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Dall’inizio del nuovo millennio i produttori di Hollywood hanno iniziato a cavalcare la passione intramontabile dei fan per i supereroi, sfornando decine e decine di pellicole con protagonisti i personaggi dei fumetti più amati. Spiderman, Capitan America, Hulk, Iron Man e i loro compagni sono saltati fuori dalle loro versioni bi-dimensionali da comic books atterrando direttamente in tre dimensioni (e spesso e volentieri in quattro) nei cinema di tutto il mondo. In particolare l’universo Marvel ha sposato in pieno questo processo di trasposizioni cinematografiche e ha dato vita ad un progetto a lungo termine che ha fatto impazzire di gioia tutti gli appassionati: dopo un primo periodo di presentazione dei vari super-eroi attraverso film che hanno mostrato singolarmente i personaggi, sta seguendo adesso una seconda fase di cosiddetto crossover, ossia di incrocio tra i mondi dei diversi protagonisti. All’interno dell’universo cross-over, nel 2014 è uscito in tutte le sale del globo “Captain America: Civil War”. Senza entrare troppo nello specifico del film, basti sapere che, durante i 147’ di proiezione, gli amati super-eroi si dividono in due fazioni, una guidata da Capitan America e l’altra da Iron Man, dando vita ad un inaspettato scontro fratricida. Anche se distante un oceano dalle verdi colline di Hollywood, questa situazione di conflitto e tensione rispecchia pericolosamente quella dell’odierna pallacanestro italiana, stretta tra i dissidi della Lega Basket A (LBA), della Lega Nazionale Pallacanestro (LNP) e della Federazione Italiana Pallacanestro (FIP).

La LBA è l’ente che organizza, su delega della FIP, la Serie A, mentre la LNP si occupa della programmazione e del coordinamento della Serie A2 e della Serie B. I rapporti tra i due enti sono sempre stati tesi e un’intervista di qualche giorno fa dell’attuale presidente della LBA, Egidio Bianchi, ha gettato nuovamente benzina su un fuoco che non si è mai sopito completamente. Il pomo della discordia continua ad essere rappresentato dal sistema di scalata dalla serie A2 alla serie A, sistema che attualmente prevede la promozione nella massima serie di un’unica squadra. In merito a questa annosa problematica, Bianchi ha rilasciato le seguenti dichiarazioni: “Prima si armonizzino le regole, poi parleremo di aumentare i travasi. Una sola promozione da un’A2 a 32 squadre è poco? Il problema è la formula a 32 squadre, non la singola promozione”. Poche ore dopo il discorso di Bianchi, è arrivata puntuale la piccata risposta di Pietro Basciano, presidente della LNP: “Nelle ultime tre stagioni la Serie A si è giovata delle promozioni di Trento, Torino e Brescia, tutti club che offrono serietà organizzativa e tecnica, a dimostrazione di cosa la Serie A2, pure nella sua realtà a 32 squadre, mette a disposizione del sistema basket (…). La storia insegna come sia stata certamente la A a creare un divario enorme col campionato da cui però vorrebbe attingere a piene mani i club di grande tradizione attualmente militanti in A2 (Virtus Bologna, Fortitudo, Treviso, Siena, Roma, Udine, Biella e tanti altri, ndr). Ed è stata la stessa A che ha contribuito a creare l’imbuto, ritrovandosi a gestire situazioni patrimoniali non in linea con gli obiettivi e club salvati sul piano sportivo dall’unica retrocessione, più che dai bilanci certificati”. La presa di posizione di Basciano è condivisibile. Considerando, infatti, l’elevato numero di squadre partecipanti al campionato di A2, l’unica promozione prevista non permette alle squadre realmente ambiziose di programmare a lungo termine visto che un unico episodio negativo nei playoff può pregiudicare il risultato di un’intera stagione, mortificando così investimenti notevoli. La soluzione richiesta all’unanimità da tutti e 32 i club di A2 è il ritorno della seconda promozione, considerata appunto indispensabile per pianificare con tranquillità.

A sostegno della posizione della LNP è intervenuto anche Gianni Petrucci, presidente della FIP: “Una Lega intraprendente non può non notare cosa c’è in Serie A2 in termini di piazze e di impianti. Il basket tornerà ad essere popolare con il coinvolgimento di città importanti. La Serie A2, lo scorso anno, ha fatto registrare 1 milione e 200mila spettatori. Una sola promozione per 32 squadre è insufficiente (…). Le leggi comunque le fa la FIP. O Lega Basket e LNP trovano un’intesa, oppure la federazione agirà d’imperio”. Più che dichiarazioni di circostanza, quelle di Petrucci sono sembrate un vero e proprio ultimatum, volto a dare la scossa ad una situazione che pare giunta ad un momento di stallo.

La questione relativa alla promozione non è l’unica problematica a scatenare polemiche in questi giorni. Difatti Bianchi, sempre nel corso della stessa intervista, si è espresso anche sulla cosiddetta regola italiani con un tempismo ed una proposta rivedibili: “Sette stranieri, senza distinzioni di passaporti, e cinque italiani, in un progetto che amplia sensibilmente i fondi per la premialità”. Ad un’ipotesi di questo tipo la GIBA (Giocatori Italiani Basket Associati) e lo stesso Petrucci si sono opposti immediatamente con veemenza, entrambi convinti che non sia questa la giusta soluzione per risollevare il sistema basket dello stivale ed i suoi settore giovanili.

La caduta delle massime istituzioni nelle solite discussioni dimostra quanto esse siano ben lontane dall’attuare finalmente politiche comuni, puntuali e trasversali per il bene dell’intero sistema basket, che continua così a versare in una sensazione di assoluta precarietà. L’utopia è che, così come in Captain America: Civil War, i protagonisti, alla fine, pur non essendo super-eroi, facciano fronte comune per risolvere le difficoltà. Non ci resta che aspettare con ansia l’uscita del prossimo episodio, sperando che, almeno questa volta, abbia un lieto fine e che, soprattutto, non si trasformi in un film horror.

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Il cuore grande di Marc Gasol

Lorenzo Martini

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Questa è l’immagine che da ieri sta facendo il giro del mondo. Una donna, stremata e incredula, salvata da una nave di Open Arms a 80 miglia dalle coste libiche. Il suo nome è Josephine e la sua è una storia tragica: partita dal Camerun, dopo un lungo periodo in Libia stava per esaudire il suo sogno di raggiungere l’Europa. Un sogno però infrantosi sul suo gommone, rivoltatosi a causa del mare mosso. Lei, inspiegabilmente ignorata dalla guardia costiera libica, è rimasta in balia del Mediterraneo per ore e ore, aggrappata ad un pezzo di legno e alla speranza di non dover morire. Una speranza che, alla fine, non è stata tradita.

Una foto che tocca nel profondo. E tra i milioni di pensieri che possono venire in mente guardando una scena simile, dovrebbe far riflettere che al fianco di Josephine c’è un uomo che guadagna 20 milioni di dollari l’anno. Guardatelo attentamente: è proprio lui, Marc Gasol. Il centro spagnolo dei Memphis Grizzlies, superstar NBA che non solo ha vinto di tutto con la sua Spagna, ma da anni si conferma come uno dei lunghi più forti nel basket oltreoceano.

Cosa ci fa un personaggio di questo spessore su una nave delle ONG, su una nave di volontari? Ebbene, fa il volontario. A raccontarlo è stato lo stesso Marc, in un’intervista a El Pais: “Nel 2015 ho incontrato Óscar Camps di Open Arms e sono rimasto impressionato dalla sua convinzione, dal modo in cui ha messo a disposizione di questa causa tutte le sue risorse finanziare, logistiche e personali per aiutare queste persone. Ammiro questo tipo di persone, che fanno qualcosa, che non aspettano che gli altri lo facciano”.

Da allora il più piccolo dei Gasol ha iniziato a collaborare con Open Arms, trascorrendo parte delle sue vacanze estive a sostenerne la causa. Un gesto bellissimo, che si va a aggiungere a quanto lui e il fratello Pau fanno con la Gasol Foundation, un’associazione no-profit il cui scopo consiste nel sostenere famiglie americane in difficoltà economiche, con programmi alimentari e attività fisiche salutari.

A El Pais Marc ha spiegato cosa lo ha spinto a supportare Open Arms: Ho due figli e voglio essere da esempio per loro. Posso immaginare la situazione di un padre che deve affrontare viaggi come questi in cui si rischia tutto per raggiungere un paese dove poter vivere in pace e con dignità. Penso che se fossi al suo posto vorrei che qualcuno mi aiutasse mettendo a disposizione il suo tempo, i suoi soldi, dandomi una mano. Penso che dovremmo tutti contribuire in qualche modo. È molto diverso sentire o leggere che un tot persone sono morte in mare. Molto diverso è vederle, vedere una persona morta e capire che quella persona era il centro del mondo nella vita di qualcuno.

Del resto, nel salvataggio di Josephine, Marc ha anche assistito al ritrovamento di due corpi privi di vita, una donna e un bambino adagiati su un pezzo di legno. Ed è per questo che oltre alla gioia per aver salvato una vita c’è tanta amarezza, manifestata con un tweet fin troppo esplicito:Frustrazione, rabbia, impotenza. È incredibile come così tante persone vulnerabili vengano abbandonate alle loro morti in mare. Profonda ammirazione per quelli che stavolta chiamo i miei compagni di squadra”.

Evitando di entrare nel merito della questione e dei relativi risvolti politici, non si può che applaudire al gesto di Marc. Una star internazionale, un atleta famosissimo, ma anche una persona umile, concretamente vicina ai problemi umanitari dei nostri tempi. Un campione sul campo, che in quest’occasione ha dimostrato il suo valore anche nella vita. Un modello, un esempio, da cui non ci resta che imparare.

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Tim Duncan: Il suono del silenzio

Born in the post

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Nel Gennaio 2016 “The Sound of Silence “, canzone dal grandioso potere evocativo che ha fatto la storia della musica, ha compiuto i 50 anni dall’uscita nella sua versione definitiva.
Negli anni non si contano neanche più il numero di cover e imitazioni varie del pezzo.
La più bella secondo me rimane quella realizzata durante l’arco di tutta la sua carriera da Tim Duncan, nato giusto 10 anni e qualche mese più tardi del magnifico singolo di Simon e Garfunkel.
Un uomo che nel silenzio ha costruito tutti i suoi successi e del silenzio si è rivestito corpo e anima come fosse una seconda pelle.
Detto, ridetto e ripetuto. E lo ridico ancora.
Provare a decriptare il basket restando nel recinto del parquet è un esercizio sterile, se non completamente inutile.
E non lo dico solo io.
Un tale che ne sa infinitamente più di me e di tutti voi lo ha ribadito a più riprese.
Se pensiamo che il basket sia solo basket non abbiamo capito niente di basket“.
E nemmeno della vita, ma questo lo aggiungo io.

Oggi Duncan compie 42 anni.

Ha vinto 5 anelli, 2 MVP, 3 premi di miglior giocatore delle finali e giocato 15 All Star Game.

Cercare di capire cosa si celi dietro i suoi silenzi e la sua enigmatica maschera facciale è impresa veramente ardua.
Capire quella sorta di autismo cestistico scolpito sul suo volto è un enigma che dura da 20 anni.
Per capire Duncan non basta più solo uscire dal rettangolo di gioco come spiegavo prima.
Per capire Duncan forse servirebbe Umberto Eco.
Bisogna sconfinare nella semiotica, la disciplina che studia i segni e il loro percorso verso la significazione, cioè il modo in cui questi acquisiscano un senso e vadano a costituire un concreto processo di comunicazione.
Capire Duncan potrebbe essere la chiave di lettura per capire il segreto dei San Antonio Spurs.
Per poi arrivare a capire cosa leghi lui, Popovich, Ginobili e Tony Parker.

Come facevano a comunicare tra loro spesso senza nemmeno aprire la bocca.
C’è un qualcosa nell’alchimia che questi quattro uomini hanno creato che trascende i confini dello sport. E’ un legame , inconosciuto, inconoscibile ed esclusivo che forse nasconde dentro di sé il senso stesso della vita.

Beh.. forse quello no ma di certo c’è il segreto del loro successo sportivo.

La faccia di Duncan è quella di Anton Chigurh , il killer spietato di “Non è un paese per vecchi“.

E’ la faccia spaventosa di Javier Bardem nel film dei Cohen.

Che si appresti a saltare per la palla a due di una partita di pre-season o che stia per tirare il libero della vittoria in gara 7 delle Finals, state certi che vedrete sempre la stessa espressione.
E la sconfitta o il successo saranno conditi con l’ingrediente di sempre.
Il Silenzio.

Arrivare per 19 volte consecutive alla post-season significa creare una falla nell’intera struttura dello sport americano.
Tutte le leghe sono pensate, organizzate e governate per poter produrre ed esprimere ciclicamente un cambiamento al vertice.
Il salary cap, che impedisce alle squadre forti di aggiungere “troppi” giocatori forti a quelli di cui già dispone, e il draft annuale, dove le squadre con le classifiche peggiori hanno le possibilità maggiori di accaparrarsi i giovani più validi ne sono le dimostrazioni più lampanti.
Che poi il fine ultimo di questa struttura magari non sia proprio quello di una maggiore circolazione dei talenti, nè di un ampliamento geografico delle passioni, ma di una maggiore e capillare raccolta di denari è un altro discorso.
San Antonio è andato oltre tutto questo.

Gli avversari si sono effettivamente rinnovati e interscambiati.

Golden State è un esempio di come un’ottima gestione manageriale e delle scelte al draft possa portarti dalle stalle alle stelle.

Loro no.

Loro son sempre stati sulle stelle.

Loro sono sempre stati lì a lottare per il titolo.

Duncan ha giocato 1392 partite in stagione regolare.
Ne ha vinte più di mille.
Questo significa che ha “terminato” l’avversario di turno praticamente sempre.
Un sicario determinato, silente e senza cuore. Proprio come Anton Chirurg.
In attacco ha messo a referto più di 26 mila punti.
Ma mai una volta che abbia urlato “Yeah”, o agitato i pugni, o sventolato un dito verso pubblico o avversari.
In difesa ha messo a referto più di 3 mila stoppate.
Ma mai una volta che abbia abbaiato contro l’avversario frasi come “Not in my house” o lo abbia schernito a gesti.
Lui no.
Lui agli avversari ha sempre lasciato solo e soltanto il suono del silenzio.

The Sound of Silence

E’ stato un dominatore del pitturato come non se ne vedevano dai tempi di Bill Russell.

Ha fermato tutti gli avversari che hanno osato entrare nella sua casa.
Li ha lasciati lì nella loro indeterminatezza più totale. Piccoli e indifesi contro un colosso senza volto. Dominati come da un Dio dell’Antico Testamento che ti piega al proprio volere.

Sempre.
Ho in mente alcuni frammenti dei duelli epici che fece con Kevin Garnett.

Uno contro uno. Faccia a faccia, con Garnett che dà sfogo al suo trash talking più feroce.

Roba che indurrebbe Gesù Cristo in persona a schiodarsi dalla croce per prenderlo a schiaffi.

Duncan non lo guarda mai, non risponde, muove le braccia, prende la sua posizione, manda un bacio al fidato tabellone e mette i due punti.

Poi torna nella sua metà campo come niente fosse. Come se il rognoso avversario neanche esistesse.

Lasciando al malandrino provocatore solo il suono del silenzio.

Ma anche a mettere insieme tutti i suoi numeri strabilianti, tutte le sue azioni di gioco da Bibbia del basket non si cava un ragno dal buco. Perchè questa non è un’equazione, o un documentario. Qui siamo ben sopra il livello della matematica o dell’indagine giornalistica, ed è inutile cercare di capire Duncan restando in questi campi. Se voi ci avete capito qualcosa scrivetemelo pure nei commenti.
Io son sincero, non ci ho capito niente.

A 34 anni aveva già vinto quello che doveva vincere o forse di più.

Non ho capito perché non ha mollato a 35 anni dopo un’eliminazione al primo turno.

Non ho capito perché non ha mollato a 36 anni dopo che l’impietoso gap fisico atletico contro gli Oklahoma di Durant gli aveva precluso un’altra finale.

Non ho capito perché non ha mollato a 37 anni dopo una finale persa anche per colpa sua.

Non ho capito perché non ha mollato a 38 con il quinto anello al dito.

Non ho capito perché non ha mollato a 39 dopo un’eliminazione bruciante al primo turno.

E allora tanto vale andare idealmente tutti insieme a non capire in Cile.
Sull’isola di Rapa Nui per la precisione.
Lì possiamo accovacciarci ad ammirare la migliore rappresentazione plastica di Tim Duncan mai realizzata.
I Moai.
I giganteschi monoliti in tufo vulcanico che custodiscono l’isola.
Impassibili e dominanti proprio come Tim Duncan.
E proprio come Tim Duncan custodi di un segreto inconoscibile su cui ci si interroga da più di un millennio senza lo straccio di una risposta convincente.
Accontentiamoci quindi di averli potuti ammirare e, ripensandoci, godiamoceli in religioso silenzio, consci di essere  stati davanti a qualcosa di più grande sia di noi che del luogo fisico che li ospita.
Godiamoci magari il suono stesso del silenzio, come piace a Tim, e sempre in silenzio, se mai fosse possibile, facciamogli i più sinceri auguri per i suoi primi 42 anni.

Se c’è un uomo che ha veramente giocato sempre pulito è lui.

The Sound of Silence.

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in the post

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Basket

Chi è davvero Ersan Ilyasova?

Lorenzo Martini

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La stagione NBA si è ormai conclusa. Niente più partite alle 3 di notte, niente più gare di playoff al cardiopalma, non ci resta che aspettare ottobre, per la prossima Regular Season. E tra i tantissimi protagonisti di questo finale di stagione un ruolo importante se l’è ritagliato un giocatore tutt’altro che famoso, poco incline a far parlare di sé, ma dal passato ricco di misteri. Stiamo parlando di Ersan Ilyasova, ala grande turca che in uscita dalla panchina ha dato un contributo fondamentale ai suoi Sixers. Ma perché il suo passato sarebbe così enigmatico?

 Tutto ha inizio nell’agosto del 2002. Il giovane talento uzbeko Arsen Ilyasov, classe ’84, entra in territorio turco grazie ad un visto di quindici giorni. Su di lui è fortissimo l’interesse del Trabzonspor, che vede in quel diciottenne uzbeko un prospetto da non lasciarsi sfuggire. Ma dopo i quindici giorni di permesso, succede qualcosa d’incredibile: il ragazzo sparisce nel nulla, senza lasciare traccia.

Poche settimane dopo, il 19 settembre tale Semsettin Bulut, cittadino turco residente a Eskiseir, si presenta all’anagrafe con l’intento di effettuare la registrazione di suo figlio, nato il 15 maggio 1987. Il tutto sembra assurdo, perché vorrebbe dire che il ragazzo ha vissuto per 15 anni senza un documento che ne attestasse l’esistenza, come fosse un fantasma sul territorio turco. Eppure dopo qualche giorno l’ufficio accetta la registrazione, rilasciando i documenti d’identità che certificano la cittadinanza turca del giovane, il cui nome è proprio Ersan Ilyasova. Per giunta, dopo qualche gisettimana il Trabzonspor tessera il quindicenne, grazie all’avallo della federazione turca.

E il giovane Ersan si distingue fin da subito per il suo talento cristallino, tant’è che in breve viene convocato in nazionale turca U18 e poi in U20. Ma tutto quel talento non può non farsi notare, tant’è che la federazione uzbeka si accorge dell’incredibile somiglianza di Ersan con lo scomparso Arsen Ilyasov.

Ha così inizio uno scontro senza precedenti tra le due Federazioni. Quella uzbeka denuncia la questione con una lettera ufficiale alla FIBA, mentre quella turca nega tutta la vicenda e chiede di poter iniziare delle indagini. La FIBA dal canto suo si ritrova tra due fuochi: non sa se affidare queste indagini alla Turchia, all’Uzbekistan o a un organo super partes.

Il caso è ancor più intricato se si tiene conto del divario di ben tre anni tra le date di nascita di Arsen Ilyasov e Ersan Ilyasova. Se infatti venisse appurato che sono la stessa persona, tutti i riconoscimenti ottenuti dal secondo in U18 e U20 andrebbero rivisti o addirittura cancellati. Non una cosa da poco, tenendo conto che Ilyasova nel 2006 verrà anche insignito del premio MVP ai mondiali U20, dopo aver trascinato la sua nazionale ad uno storico argento.

Ma in questi casi a spuntarla è sempre la Federazione con più rilevanza internazionale. E così la federazione turca, fresca vincitrice dell’argento agli Europei del 2001, viene messa a capo delle indagini. Ma a causa di procrastinamenti mai veramente giustificati, l’inchiesta ha inizio con ben due settimane di ritardo e si conclude con un nulla di fatto: non viene trovato nemmeno un documento che attesti la nazionalità uzbeka di tale Arsen Ilyasov. Il tutto malgrado uno sbalorditivo articolo di Fanatik, rivista turca che era entrata in possesso di documenti scottanti e che gettava più di qualche ombra su tutta la vicenda.

Che sia stato tutto insabbiato? Difficile credere il contrario, eppure le indagini vengono ufficialmente chiuse. Alla FIBA non resta che riconoscere Ilyasova come un atleta turco. Il giocatore si dichiarerà poi eleggibile al Draft del 2005, e la vicenda cadrà pian piano nel dimenticatoio.

Ora, a 13 anni di distanza, è davvero impossibile capire come siano andate realmente le cose. Una vicenda semplicemente frutto di un paio di strambe coincidenze? O la macchinazione di un piano perfetto, di una montatura creata ad arte? Che siate più o meno complottisti , non lo sapremo mai.

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