Connettiti con noi

Sport & Integrazione

TROFEO “PALLA AL PIEDE” : DETENUTI CONTRO PADOVA E CITTADELLA

Utente

Published

on

Un calcio alla detenzione. E chissà, pure, un calcio alla vecchia vita.

Quella che li ha portati fino a dentro il carcere. Loro sono i detenuti del carcere Due Palazzi di Padova. I quali dall’estate del 2014 hanno anche la loro squadra di calcio. Milita nel campionato dilettantistico della 3°categoria. E tanto per non uscire dal tema, si chiama Palla al Piede.

Una selezione tra i reclusi del carcere che segue un regolamento tutto suo: non fa classifica; e non può disputare partite che non siano gare “casalinghe”. Niente partite da disputarsi al di fuori delle mura carcerarie. Ma non è questo l’importante evidentemente.

Non importa dove giochino, i detenuti, ma come giochino, e in che modo si comportino. E la notizia allora, è che al termine del campionato “Palla al Piede” ha vinto la coppa Disciplina.

A tal punto di convincere la direzione del carcere a concedere la partecipazione della squadra ad un triangolare con le formazioni Beretti del Padova e del Cittadella. Un evento unico, mai accaduto prima. Di più, per l’occasione il carcere è stato aperto anche al pubblico.

L’iniziativa è stata “benedetta” anche dal Comune di Padova, che sin dall’inizio è stato tra i “fondatori” della squadra Palla al Piede. Il Corriere del Venuto ha riportato le dichiarazioni dell’assessore allo Sport del Comune di Padova, Cinzia Rampazzo, la quale si è detta “entusiasta dell’iniziativa perché consente ai detenuti di reinserirsi nella società”. Già il reinserimento dei detenuti. Che dovrebbe essere l’obiettivo di tutte le detenzioni in carcere, previsto dalla Costituzione.

Non sarebbe male se anche nelle altre carceri italiane, lo sport venisse utilizzato come un veicolo di reinserimento.

social banner

Comments

comments

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calcio

Il Trofeo PUPI di Javier Zanetti per un calcio e un mondo migliore

Utente

Published

on

Se parliamo di Javier Zanetti, sarebbe riduttivo raccontare solo il calciatore e non l’uomo. L’ex capitano dell’Inter, infatti, è riconosciuto universalmente come simbolo di integrità e correttezza e non è un caso che molti giovani talenti abbiano come ispirazione il suo cammino e la sua carriera. Una volta svestita definitivamente la divisa da gioco, ma anche prima, Javier è sempre stato in prima linea per aiutare i più sfortunati. Con la Fondazione P.U.P.I. Onlus di Paula e Javier Zanetti infatti sono anni che organizza iniziative di raccolta fondi per le zone disagiate di Buenos Aires ma non solo.

Domani, 12 maggio 2018, si terrà la seconda giornata dell’evento “IN CAMPO PER UN SORRISO – 7° TROFEO PUPI” che dopo la prima tappa del 28 Aprile a Milano, si ripeterà nel capoluogo meneghino presso il Centro Sportivo Triestina di Via Alessandro Fleming 13. Il torneo di calcio a 7 che coinvolgerà aziende e singoli individui over 30 è arrivato alla settima edizione e rientra nel progetto della Fondazione chiamato “Lo Sport ci rende uguali” dove il calcio è utilizzato come strumento per migliorare il comportamento e l’educazione in campo e l’integrazione dei ragazzi che attraverso il pallone cancellano le diversità e capiscono l’importanza dell’aspetto inclusivo che ogni attività sportiva dovrebbe avere. Il torneo si svolgerà attraverso qualificazioni, semifinali e finali e tante squadre hanno aderito, riconfermando la loro presenza come nelle scorse edizioni. Tra queste, ovviamente, non poteva mancare la squadra della Fondazione Pupi capitanata proprio da Javier Zanetti.

Negli ultimi anni l’evento ha visto un grande richiamo mediatico e la partecipazione di ex giocatori come Walter Samuel, Ivan Cordoba, Benito Carbone, Maurizio Ganz, Beppe Baresi oltre a quella di importanti aziende come Porsche, Aviva Italia Holding, Mercedes Benz, Unipol, Libraccio, Adidas, Reale Group, Pirelli, Umbro e altri ancora. Quest’anno tra le aziende che hanno voluto dare il proprio contributo c’è il marchio di abbigliamento sportivo JAKO che ha donato le divise da gioco e i palloni ai partecipanti.

Eventi del genere, ci fanno capire, ancora una volta, come nel mondo dorato del pallone che muove costantemente un volume di soldi inimmaginabile ci debba essere la presa di coscienza da parte degli attori protagonisti di come il calcio e lo sport in generale deve essere strumento di condivisione, arricchimento personale e aiuto verso coloro che nella vita quotidianamente combattono per la sopravvivenza e che vedono nei loro beniamini un modello da seguire e una speranza per un futuro migliore. E Javier Zanetti e la sua Fondazione PUPI sono una realtà che tutti dovrebbero prendere ad esempio.

Comments

comments

Continua a leggere

Altri Sport

Niente Rugby e Pugilato per le Donne: anche Tonga ha i suoi divieti medievali

Francesca Ceci

Published

on

Discriminazione e sport: in Tonga le donne non possono giocare a rugby né praticare pugilato. Anche nel Pacifico esistono ancora divieti medievali.

Essere donna è ovunque, e da sempre, una sfida. In alcuni paesi lo è più che in altri, persino ai giorni nostri.  Una lunga storia di diritti negati e conquistati a suon di dure battaglie e rivendicazioni, molte delle quali tuttora rimaste inascoltate. Ce n’è per tutti i gusti e in ogni campo: dalla disparità salariale tra uomini e donne sul posto di lavoro, tanto per trattare un tema di attualità,  passando per la politica, fino alla letteratura, se vogliamo andare un po’ indietro nel tempo. Non è mistero, infatti,  come le donne siano state tenute lontane dalla scrittura,  in parte fino ai primi dell’Ottocento, epoca in cui le scrittrici smettono di celarsi dietro uno pseudonimo (pensiamo a Currer Bell, alias Charlotte Brontë, o a George Eliot, alias Mary Anne Evans) o di pubblicare come “anonimo” i loro scritti.

Ce lo ha raccontato bene Virginia Woolf nel saggio “Una stanza tutta per sé” rivendicando a gran voce per il genere femminile la possibilità di essere ammesse ad una cultura che fino a quel momento si era rivelata di esclusivo appannaggio maschile, in una società, nella fattispecie quella inglese, di stampo profondamente maschilista. Da allora tanto si è fatto. Ma molto c’è ancora da fare. Basti pensare alle donne dell’Arabia Saudita che hanno dovuto attendere fino al 2017 per l’abolizione di un divieto, quello di guidare,  che, negli anni e nel mondo, era diventato il simbolo della repressione e delle restrizioni che le donne subiscono nel paese.

Insomma, secoli di sudditanza in qualsiasi campo hanno relegato la figura femminile al silenzio, escludendola dalle sale della cultura a quelle del potere. E di certo non fa eccezione il mondo dello sport. Un esempio? Le donne in Afghanistan non posso praticare, per legge, sport in pubblico. 

 

E’ notizia di pochi giorni fa il decreto emesso dal governo tongano che vieta alle studentesse di partecipare a eventi sportivi di rugby e pugilato. Motivazione? “Preservare la dignità delle donne di Tonga e tener fede ai valori tongani”. La nuova direttiva è arrivata alle scuole con una lettera nelle ultime settimane e se ne è cominciato a parlare pochi giorni fa quando la squadra femminile di rugby di una scuola dell’arcipelago di Tonga è stata fatta ritirare da un torneo.

Neanche a dirlo, la decisione è stata criticata molto duramente da studentesse, atlete e attiviste di Tonga ed è subito stata oggetto di giudizi molto aspri. Tra le prime a scagliarsi contro la decisione, l’avvocatessa per i diritti delle donne, Ofa Guttenbeil-Likiliki, ha espresso la sua indignazione a Radio New Zealand: “Questo ci riporta indietro al pensiero che l’educazione per le ragazze è solo accademica e che lo sport è un’alternativa solo per i ragazzi. È un danno per tutto il lavoro che abbiamo fatto nel provare a portare avanti una maggiore equità tra generi nelle Tonga”.

Secondo Guttenbeil-Likiliki, la cultura è utilizzata soltanto come una scusa, mentre la storia è ricca di donne tongane forti e da prendere ad esempio, come la neozelandese – ma di origini tongane, per l’appunto – Teuila Fotu-Moala, Woman of the Match nella finale dell’ultima Coppa del Mondo di rugby League.

Dall’amministrazione tongana, intanto, corrono ai ripari e  arrivano le prime spiegazioni a quello che, secondo le autorità, potrebbe essere stato giudicato un fraintendimento, tesi però che convince pochi. Il Ceo del Ministero, Manu ‘Akau’ola, ha spiegato che la misura è stata adottata dopo il passaggio del devastante ciclone Gita nello scorso febbraio, giudicata come la peggiore tempesta abbattutasi sull’isola negli ultimi sessant’anni.

“A causa del ciclone, il nostro ministro ha disposto che tutte le scuole statali non sarebbero state coinvolte in alcuna attività sportiva durante questo periodo, poiché era stato già sottratto troppo tempo alla scuola”. Una marcia indietro che sa tanto di obbligata dopo le polemiche e una spiegazione che non convince, soprattutto quanti credono che invece la decisione abbia molto a che vedere con il lungo elenco di  disuguaglianze e discriminazioni che hanno costellato, negli anni, anche il mondo dello sport.

Eppure, una delle più belle storie sportive mai raccontate è tutta al femminile, protagonista la formidabile Nadia Comaneci, la più conosciuta ginnasta di tutti i tempi.  Leggenda mondiale, campionessa rumena che il 18 luglio 1976 a Montreal è stata la prima ginnasta ai Giochi Olimpici ad ottenere un 10 alle parallele asimmetriche. La votazione, dopo la sua stupefacente prestazione, fu addirittura ritardata poiché i computer del Cio erano programmati per registrare votazioni fino al 9,99, il “10” non era previsto. Per questo, al posto del 10 fu inserito nel computer il voto 1,00 che fu moltiplicato per dieci volte.
Fino a quel momento la perfezione non era contemplata. Da quel momento lo fu altre 6 volte, tutte con lei.
La rivista “TIME”, la più autorevole in tutti i settori del giornalismo mondiale, la consacrò con una copertina storica e con quel “She’s Perfect” che la ricorderà per sempre.

Comments

comments

Continua a leggere

Altri Sport

Un’altra Scampia è possibile ma senza la palestra anti camorra è molto difficile

Utente

Published

on

E’ notizia di qualche giorno fa l’appello disperato di Gianni Maddaloni, “O’ Mae'” per tutti, colui che ha avuto il coraggio di aprire una palestra di judo nel cuore di Scampia. Con la sua Star Judo Club, Gianni, padre di Pino Maddaloni, campione olimpico a Sydney 2000, sono anni che porta via dalla strada i ragazzi, proponendo un’alternativa al crimine, purtroppo visto come unico tragitto percorribile per poter campare. Ora la palestra rischia seriamente di chiudere per carenza di fondi (su 600 ragazzi solo 150 pagano la retta mensile, 20 euro) e le colpe sembrerebbero ricadere sull’attuale amministrazione comunale, rea, secondo Maddaloni, di richiedere dei pagamenti che non sarebbe in grado di coprire e che non venivano rivendicati con le precedenti amministrazioni.

Scampia, ormai noto quartiere della periferia di Napoli per la serie di successo Gomorra, nel nuovo anno si  stava preparando a cambiare volto con lo skyline che dovrebbe vedere l’abbattimento delle famosissime Vele, sinonimo di illegalità e degrado. Un’immagine che ha finito per coinvolgere anche coloro che a Scampia vivono una vita normale ma che inevitabilmente vengono considerate solo in base al quartiere in cui abitano. Sono 350 le famiglie che vivono nelle Vele e a marzo scorso sarebbero dovuti iniziare i lavori per la demolizione della prima, la verde, ma non avendo garantito gli alloggi popolari a coloro che ci vivono, inevitabilmente non è ancora cominciato nulla. Ma sarà possibile davvero un futuro differente per Scampia?

L’abbiamo chiesto qualche tempo fa a Gianni Maddaloni, maestro di judo e padre dell’olimpionico Pino Maddaloni, oro a Sydney 2000. Con lui, abbiamo analizzato la delicata situazione della periferia della città campana e il ruolo che la sua palestra ha nel ridare una speranza ai giovani e ad offrirgli un futuro migliore.

Nell’intervista, il maestro ha sfatato il mito di un quartiere fatto solo di violenza e criminalità, mostrandoci, attraverso esempi di vita reale, che un’altra Scampia è possibile.

Comments

comments

Continua a leggere

Trending