Della conformità regolamentare di un campo ampio quanto i possedimenti di un latifondista delle Due Sicilie, e con avvallamenti che neanche la cartina fisica del Wyoming, ce n’è sempre fregato poco. Di che tipo di contratto collettivo nazionale per giornalisti ci fosse in Giappone, perché potessero permettersi un telecronista ad un torneo scolastico, ce n’è fregato poco. E ce n’è fregato poco di tutte le tante, amene cialtronate che oggi ci sembrano le più adorabili tra le cartoline del nostro passato.

Il trentennale della prima messa in onda in Italia di Holly e Benji, che apparve sugli schermi poco piatti di quelle nostre tv che “non starci davanti, ti arrivano le radiazioni” il 19 luglio del 1986, ci arriva addosso trovandoci non troppo diversi. Cresciuti in altezza, con meno capelli e più pancia, ma non troppo diversi. C’era la paura ad oriente, per quella nube tossica che da qualche mese svolazzava sull’Ucraina che ancora non si chiamava Ucraina, e non si sapeva dove sarebbe arrivata. C’erano l’incertezza e la tensione per un mondo che stava cambiando, che ci arrivavano dalla voce dei grandi come un’eco fastidiosa da un’altra stanza. Mentre noi, noi iniziammo a innamorarci, davanti alla televisione, dell’unico undicenne nella storia dell’umanità che aveva il carisma di un padre spirituale e la perizia d’un navigato psicologo. Quell’undicenne che spiegava ai compagni di squadra, chiaramente nel bel mezzo di una delicatissima azione di gioco della stessa durata di un pezzo dei Pink Floyd che il pallone è il tuo miglior amico, ha benedetto e rovinato in egual misura la nostra generazione.

Ha rovinato quel mio amico, il peggior teppista mai apparso all’oratorio. Ogni volta che arrivava un nuovo, dolorosissimo supersantos, con una mira certosina bombardava i bambini più piccoli, e poi li cazziava: “Che piangi a fare, il pallone é il tuo miglior amico”. Non occorre un fervido intuito per ipotizzare, uno così, a chi tenesse tra Oliver Hutton e Mark Lenders.

Ha rovinato quel mio compagno delle medie, a cui durante l’ora di ginnastica partì un’incisivo in un improvvido tentativo di catapulta infernale dei gemelli Derrick, provata senza che ci fosse un secondo gemello Derrick.

Ha rovinato quel mio cugino, perdutamente innamorato di Julian Ross, per motivi suoi: sta ancora aspettando con ansia il primo titolo scolastico della Mambo Football Club (che però, va ammesso, quanto alla divisa di gioco vince su tutte per distacco). Giura che arriverà, prima o poi, e forse è ancora lì, davanti alla tv che ormai non emette più radiazioni. Nella vita vera lui tiene la Fiorentina, e probabilmente ogni cosa ha il suo perché.

Ci ha benedetto e rovinati tutti il buon Yoichi Takahashi, con quell’anime apparso su Italia 1 in un sabato mattina di trent’anni fa, dopo il quale e grazie al quale non sono più state le stesse sia la nostra infanzia che la nostra adolescenza, e mettiamoci anche la nostra presunta (e tuttora non supportata da prove concrete) maturità, se è vero che ad ogni comicon cerchiamo la maglia della New Team e faremmo violenza fisica per il mitologico cappellino Genzo.

Mentre scrivo queste righe, preso da questi fondamentali pensieri, sono in altre faccende affaccendato, nel mezzo del Giffoni Film Festival. E mi stordisce come una pallonata di supersantos l’agghiacciante pensiero che questi meravigliosi seienni, decenni, dodicenni che mi circondano, possano non conoscere mai Holly e Benji, o Ed Warner e Danny Mellow. Che ignorino che puoi giocare a calcio anche se sei Bruce Harper. Che le nostre domande sull’ambigua sessualità di Tom Becker vadano perdute nel tempo come lacrime nella pioggia. Che nessuno dopo di noi, per i prossimi trent’anni, possa essere benedetto e rovinato da quel cartone che iniziava con l’unica sigla non davenizzata, quel lalallalalalala su cui Holly si allenava tirando i rigori, Benji si allenava parandoli, e tutto andava come doveva andare, e alla fine vinceva la New Team. Quel cartone in cui i beoni in infradito potevano fare gli allenatori di futuri campioni, quel cartone che ci faceva pensare che il mondo potesse fermarsi, per le partite degli undicenni. Anche le nostre. Soprattutto le nostre. Che nostalgia. Che bellezza.

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