«Napoli, con tutti i suoi limiti è pronta: noi ci candidiamo per il 2028, perché no?». L’affondo di De Magistris è puntuale, furbo e ben messo, politicamente e agonisticamente, come una stoccata in bersaglio valido. Come un bisturi che tocca un nervo scoperto, e non potrebbe essere altrimenti. Olimpiadi a Napoli, un nuovo trend-topic, mentre a Roma infuria la tempesta sui 5 Stelle, sulla Raggi, e sul coraggio, quel leit motiv di tutta la campagna elettorale della sindaca della Capitale, venuto a mancare.

«Io se fossi sindaco di Roma assolutamente direi di sì alle Olimpiadi perché non può valere l’operazione che siccome arriva denaro pubblico ci sarà la corruzione, ma che ragionamento è? -rincara la dose il sindaco di Napoli – Il ragionamento della politica onesta deve dire: c’è un’opportunità che va gestita con le mani pulite. Giustamente loro dicono “No, ma stiamoci attenti, essendo le Olimpiadi ci sono le speculazioni”, ma tu governi Roma? Non le fai fare le speculazioni, sennò vuol dire che tu stesso sei vittima di qualcuno che ti fa fare le speculazioni Io non lo condivido, poi ognuno può avere le sue idee, io le farei, comunque noi ci candidiamo, Napoli, con tutti i suoi limiti è pronta. Noi con le Universiadi vogliamo dimostrare che siamo la città dei giovani, della pace, dello sport, di un Mediterraneo di accoglienza e non di sangue, questa immagine è importante. Nel 2024, come sapete, non si può fare, ma per le Olimpiadi del 2028 perché no?».

Strumentale all’attacco o meno, il solo aleggiare di Napoli 2028 apre il fianco a una lunga giornata di vesti stracciate, di entusiasmi, di consolate vedovanze di chi piange dei Giochi in casa, a cui credeva sul serio come non mai (altro che Parigi).

Napoli 2028. Risate. Ah, però vuoi vedere? Non si può fare. Scherziamo, anzi, pazziamo? E se non scherzassimo?

La ferita, invero, è ancora più che aperta: è grondante. La triste risolutezza di chi sostiene l’impossibilità, o il fastidio, di vigilare, in altre faccende affaccendati, e che quindi è meglio non fare, ha colpito e affondato. Non guarirà chi, in Roma2024, ci credeva, e che divampa a lutto su una pira che somiglia un braciere. Ma, mentre morto un sogno se ne fa un altro, tutta la giornata è un putiferio, un incendio secondario dall’incendio principale.

“Candidiamo Napoli”. Apriti cielo. Si dice di tutto, si vomita di tutto, si sentenzia di tutto. Si parla, si parla.

Si parla, per esempio, nel corso de La Zanzara ieri sera, mentre in trasmissione Cruciani, cavalcando al solito con perizia in quel limbo che c’è tra farci ed esserci,  mette impercettibilmente sul drastico la discussione (perché la sola prospettiva di Napoli 2028 non viva un solo giorno di serietà) con uscite come l’introduzione, quali discipline olimpiche, del “lancio del sacchetto della monnezza e della “corsa al Rolex, tra lo sdegno degli ascoltatori. Stereotipi ne abbiamo?

Tutto e di più, tutto e il contrario di tutto. Tutto, per restare lontani dal punto. E il punto è: che siano sul Tevere o sotto il Vesuvio, no alle Olimpiadi in Italia, perché no. Perché la camorra. Perché gli edifici fatti di sabbia. Perché le bustarelle. Perché tanto vale non fare, che fare ponendosi il problema di cambiare. Perché talmente tanto ci siamo raccontati di essere incapaci di progettare, di controllare, e di goderci le cose, da essere diventati incapaci sul serio. Fino al non voler neanche cimentarci, o dimostrarci di essere incapaci o meno. Così, incapaci per assunto. Di malaffare per assunto. Stereotipi, ne abbiamo?

Se quella di De Magistris sia una provocazione, una furba stoccata o una nuova crociata contro i mulini a vento dell’arrendevolezza, lo dirà il tempo. A chi ama i cinque cerchi più dei cinque stelle, forse frega anche pochino. In questo momento, l’ora è quella dell’amarezza. Di quell’amarezza che solo l’intentato sa regalare: «Critico i 5 stelle perché non vogliono entrare nel merito: un no secco, senza discutere il dossier, non fa tremare solo i poteri forti come dice Di Battista, ma un’intera generazione», attacca Niccolò Campriani  (tra i primi firmatari dell’inascoltato appello alla Raggi dell’altro ieri) a Zapping, su Radio 1. «Se il progetto si rivela un disastro, sarò il primo a dire no. Ma prima guardiamolo, discutiamone e confrontiamoci. Con la destra al governo di Roma non si poteva fare, con la sinistra nemmeno e adesso nemmeno con chi si fa garante di onestà e trasparenza, è un vero peccato».

Hai voglia, a collezionare peccati. A inanellare Roma 2020, poi Roma 2024, magari sul serio Napoli 2028. A regalarsi l’oro olimpico nell’implosione, nell’autoeliminazione, nel masochismo.  Anche a questo giro, è stata troppo dura crederci. Per fede, per impegno, per educazione che fosse, ma crederci no, è una cosa che non si può e non si deve fare, insidiosa com’è. Magari poi credendoci, vai a scoprire che il lancio del martello piace persino più del lancio della monezza, che se si è impegnati nelle corse a ostacoli, si ha poco tempo per dedicarsi a quelle al Rolex. Che di corsa si può guarire. Che peggio di perdere, c’è il non voler neanche gareggiare.

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