Nella narrazione dell’epica del ciclismo, le grandi folle assiepanti le strade delle grandi classiche e delle principali gare a tappe quali il Giro d’Italia e il Tour de France hanno sempre avuto un ruolo preminente. Questo sport ha sempre tratto giovamento della simbiosi profonda tra spettatori e corridori, rinnovata periodicamente dalla spontanea genuinità della stragrande maggioranza dei componenti del “popolo del ciclismo”, che dimostrano comportamenti simili e atteggiamenti paragonabili al di là di paese di provenienza, lingue e frontiere. I Maracanà, gli Wembley, i San Siro del ciclismo sono le grandi montagne; sulle salite la relazione spettatore-ciclista raggiunge la massima salienza, il contatto è ravvicinato, i tifosi assiepati su un tortuoso e stretto percorso di ascesa possono contare i respiri dei ciclisti intenti alla scalata, mentre questi ultimi, sebbene non possano ricambiare riconoscendo volti, sguardi, espressioni, si nutrono dell’energia morale prodotta da grida e incitamenti colorite e ben accette, diversivo morale importante per diradare il pensiero dell’impegnativo sforzo fisico connesso all’ascesa. La maggiore prossimità tra pubblico ed atleti comporta al tempo stesso problematiche logistiche e comunicative più significative, e in tal senso lo spettacolo di una tappa d’alta montagna deve corrispondere alla meticolosità degli organizzatori nell’approntamento di adeguate misure di sicurezza per garantire il regolare svolgimento della competizione.

Mount Ventoux, 14 luglio 2016. Chris Froome appiedato inizia una corsa solitaria, vana e orgogliosa, per cercare di avvicinarsi anche solo di pochi centimetri al traguardo e alla conclusione di una tappa che avrebbe dovuto rafforzare la sua leadership sulla classifica generale del Tour de France e, al contrario, ha rischiato di tramutarsi in un ginepraio a seguito dell’incidente occorso al capitano del Team Sky e ai suoi compagni di fuga Bauke Mollema e Richie Porte a causa dello scontro con una moto della carovana del Tour costretta a inchiodare dall’ingerenza improvvisa di uno spettatore. Stampatosi assieme a Porte sul posteriore del mezzo, Froome si è rialzato impotente, ritrovandosi con la bici inutilizzabile. Lo splendido isolamento del campione britannico nella picchiata finale del tappone pirenaico trova il suo parallelo nella corsa solitaria sul Ventoux compiuta da un Froome ritrovatosi impotente e inerte per colpa dell’imprudenza di un singolo e delle inefficienze di un apparato organizzativo che non sta tenendo adeguatamente sotto controllo il proseguire del Tour. Il pubblico, tradizionale fiore all’occhiello del ciclismo, stava causando sin dall’inizio del Tour 2016 non poche problematiche di ordine e sicurezza per la corsa, dato che a più riprese diversi atleti avevano rischiato cadute o infortuni per l’eccessiva libertà ed esuberanza di numerosi spettatori; quanto avvenuto sul Mont Ventoux ha certificato la carenza organizzativa e, soprattutto, la necessità di una chiarificazione delle norme di comportamento a cui gli spettatori dovrebbero attenersi nell’assistere a una corsa ciclistica. Sebbene la giuria abbia in seguito prestato attenzione al principio del fair play ed accreditato a favore di Froome il distacco conseguito sui rivali principali (Aru, Quintana, Valverde, Yates) sino al momento del tamponamento della moto, è bene che si faccia chiarezza su una questione importante prima che il valore aggiunto dato al ciclismo dalla forte partecipazione di pubblico sia compromesso e buttato alle ortiche per colpa delle eclatanti responsabilità di pochi. Transennare gli arrivi in salita, perimetrare i settori di competenza delle tifoserie, isolarli gli uni dagli altri, come proposto da alcuni membri della federazione mondiale del ciclismo (UCI), non potrebbero che rappresentare soluzioni di comodo a problematiche non completamente endemiche, ma significative al momento della loro manifestazione.

Ora più che mai, è necessario investire risorse e competenze nello sviluppo di un codice di condotta univoco che possa raccogliere le principali regole non scritte a cui si attengono buona parte dei tifosi di ciclismo e, soprattutto, definire esplicitamente il rapporto tra il pubblico, gli atleti e la gara, in modo tale da far coincidere le esigenze dei corridori con la passione spontanea e calorosa di tifosi capaci di vegliare per ore o giungere nei luoghi di determinate tappe giorni prima del loro svolgimento pur di poter essere anche loro parte della meravigliosa parata di un grande giro.

Non si tratta di “organizzare la passione”, ma di garantirle una razionalità interna: i tifosi devono essere lasciati liberi di manifestare il loro attaccamento al ciclismo e ai loro beniamini sino al punto in cui tale libertà non violi quella, inviolabile, garantita al ciclista che svolge la sua attività professionale ed è impegnato nello sforzo agonistico. Un bilanciamento del genere potrebbe essere la base di un “codice di condotta” destinato a prevenire episodi spiacevoli come quello verificatosi sul Mount Ventoux, di certo non il primo della serie.

La presenza di un numero eccessivo di mezzi motorizzati in corsa è stata da alcuni additata come una delle principali disfunzionalità del Tour de France, e sicuramente da questo punto di vista gli organizzatori della Grande Boucle hanno responsabilità importanti: sebbene la moto fermata dal taglio della strada di un tifoso sul Ventoux non fosse fuori posizione, dato che si trattava di un mezzo della regia autorizzato a trovarsi dinnanzi al gruppetto della maglia gialla, in passato è accaduto a più riprese che le moto o le auto della carovana gialla colpissero dei ciclisti o intralciassero lo svolgersi della corsa: Juan Antonio Flecha e Greg Van Avermaet sono rimasti vittime di spiacevoli incidenti nel passato, e lo stesso Vincenzo Nibali nel 2014 è andato vicino a un durissimo scontro in discesa con una macchina della giuria.

Il ciclismo è sport essenzialmente libero, tuttavia le sue leggi dominanti rifuggono nella maggior parte dei casi l’anarchia: come ogni disciplina competitiva, l’applicazione di un preciso statuto di regole deve riguardare tutti coloro che sono interessati all’esito finale delle gare agonistiche. La promiscuità tra la corsa e il pubblico, come si è visto, è una caratteristica peculiare, quasi unica nella sua manifestazione, della bellezza di questo sport, ma al tempo stesso gli eccessi ad essa connessi possono causare distorsioni o problematiche come quella riguardante Froome sul Ventoux. La definizione di precise norme e la stesura di un “codice di condotta” potrebbero rappresentare il primo passo verso una maggiore responsabilizzazione dello spettatore finalizzato a far sì che, nel “popolo del ciclismo”, prevalgano automaticamente i comportamenti destinati ad accrescere il fascino dello sport e siano premuniti, per quanto possano essere imprevisti, atteggiamenti pericolosi o potenzialmente dannosi per lo svolgimento ordinato della competizione.

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