L’attimo, nello sport, è tutto. Sono singoli istanti, momenti apparentemente transitori a fornire lo spunto perché tutte le principali imprese agonistiche possano concretizzarsi; nel ciclismo, in particolare, la lunghezza spossante delle tappe e le dinamiche interne al gruppo dei corridori rendono il tempismo una qualità necessaria per il successo competitivo. Lo sa bene Chris Froome, che con un’azione inaspettata ma ben ponderata ha saputo cogliere d’infilata i principali avversari per la conquista del Tour de France 2016, fare sua l’importantissima tappa pirenaica con arrivo a Bagneres de Luchon e vestirsi, all’ottava giornata della Grande Boucle, con quella maglia gialla di cui oramai è un vero e proprio habitué, avendola indossata sino a Parigi nelle edizioni 2013 e 2015.

Froome ha colto l’ennesimo successo di tappa al Tour colpendo in maniera inattesa sulla discesa finale di una frazione che presentava quattro scollinamenti, inclusi quelli delle storiche cime del Tourmalet e del Peyersourde; proprio in cima a quest’ultima salita il capitano del Team Sky ha rotto gli indugi, scavando il solco decisivo in maniera inusuale per lui, abituato a sgretolare la resistenza degli avversari con colpi di forza e autorità sulle salite più aspre. Su queste ondulate strade pirenaiche, contornate da scenari mozzafiato e incorniciate dal delirio di decine di migliaia di spettatori assiepanti il bordo strada, Froome si è lanciato in picchiata, impostando una discesa tecnicamente eccezionale, degna di specialisti del settore come Nibali o Bardet, prendendosi rischi e azzardando come avrebbe fatto un qualunque corridore anonimo intenzionato a cercare la gloria di giornata. Capitalizzando al meglio il lavoro della sua squadra, egli si è ritrovato nuovamente solo a macinare strada, aumentando progressivamente il margine nei confronti di combattivi rivali come Quintana, Aru e Valverde e costruendo attorno a sé, per l’ennesima volta, uno “splendido isolamento” di fattura straordinariamente e autenticamente britannica. Froome affronta le discese con lo stesso atteggiamento con cui, nei suoi giorni più brillanti, macina i dislivelli e le pendenze delle grandi ascese del Tour: sguardo concentrato, mente focalizzata, impressionante self control. Dinnanzi a sé un unico obiettivo, destinato inesorabilmente a essere centrato: il traguardo finale. Poca o nessuna attenzione è rivolta alle spalle, a ciò che succede nel sottobosco: il Froome dei giorni migliori possiede un sangue freddo sensazionale, e questa caratteristica è stata da molti commentatori criticata, bollata come snobismo o, peggio, noncuranza. Al contrario, essa rappresenta la più saliente dote mentale di Froome, che in questa accezione dimostra di essere atleta, e persona, dall’animo autenticamente britannico. La sicurezza con cui il campione nativo di Nairobi affronta le sfide agonistiche traspare dalla testa alta, dalla fierezza che si può leggere nei suoi occhi e ha come unici paragoni gli analoghi atteggiamenti con cui Vincenzo Nibali e Alberto Contador affrontano le situazioni a loro maggiormente favorevoli. Nei giorni in cui la Gran Bretagna rialza la testa, il suo atleta più rappresentativo torna a farle onore, riprendendo il discorso Tour da dove l’aveva lasciato al termine dell’edizione scorsa, conclusa nel tripudio degli Champs-Elysées.

Se autenticamente britannico è Froome, altrettanto bisogna dire della sua formazione, il portentoso Team Sky che nel Tour conosce oramai il suo habitat naturale, avendolo letteralmente dominato a partire dal 2012, eccettuata l’edizione 2014 conclusasi con la vittoria finale di Vincenzo Nibali. Il dominio tattico imposto dalla formazione di Froome alla corsa si avvicina al monopolio o, addirittura, alla dittatura: la capacità di affrontare tre salite complesse in maniera decisamente agevole e di saper portare addirittura cinque componenti in testa al gruppo sull’ascesa finale di Peyersourde testimonia l’assortimento ben congegnato donato al Team Sky dal direttore sportivo David Brailsford; il metodo britannico della squadra, ben noto al gruppo dei corridori del Tour già da diversi anni, vede il controllo funzionale al dominio. In altre parole, la strategia di corsa degli uomini Sky, inconfondibili nella loro divisa nera con inserti azzurri, punta a imporre alle altre formazioni il ritmo da loro voluto nei casi in cui la tappa preveda ascese in sequenza od arrivi in salita, e tale ritmo viene progressivamente accelerato al fine di sfiancare lentamente le gambe dei principali avversari e preparare l’azione di Froome, che da regista e coordinatore dei ritmi tenuti dai suoi luogotenenti si trasforma in primo violino, concretizzando il lavoro ai fianchi dei suoi uomini con azioni irresistibili. Il Team Sky trionfa nei casi in cui il suo metodo risulta irresistibile per tutte le altre formazioni e una reazione da parte degli sfidanti di punta risulta impossibile; la sua strategia d’azione è altamente innovativa, e rappresenta l’applicazione alle grandi corse a tappe di un modus operandi ideato nel 2011 dalla nazionale britannica di ciclismo al fine di controllare le fughe avversarie nel corso del Campionato del Mondo di Copenaghen e consentire l’arrivo in volata della corsa, terminata con il trionfo iridato di Mark Cavendish, rappresentante assieme a Froome e a Sir Bradley Wiggins il volto maggiormente noto dell’arrembante ciclismo britannico che ha nel team Sky la sua formazione di punta.

Non è un caso che a spezzare l’egemonia degli uomini in nero sulle strade del Tour sia stato, a partire dall’ascesa di Wiggins e Froome, solo un atleta imprevedibile e altamente fantasioso come Vincenzo Nibali; nel 2014, egli riuscì a mettere più volte in crisi Froome (costretto anzitempo al ritiro) supportato da una squadra capace di avere la meglio sulla tattica ad ampio raggio degli uomini del Team Sky e determinato a colpire proprio dove gli avversari non avrebbero mai atteso offensive; lezione interiorizzata da Froome, che ieri ha saputo offrire un saggio delle sue accresciute doti di discesista e mostrare un volto nuovo, da corridore maggiormente fantasioso. Se il Team Sky e Froome hanno rappresentato per il Tour i simboli del dominio, rispettivamente, dell’organizzazione e della potenza, quest’ultimo ora prova a consolidare la presa sul suo trono evolvendo la sua personalità atletica in modo tale da rendere ulteriormente difficile le controffensive rivali volte a spezzare un imperturbabile, splendido isolamento che negli ultimi anni è diventata la norma per tutti gli appassionati della Grande Boucle.

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