La conclusione del Tour de France edizione 2016, divenuto per la terza volta negli ultimi quattro anni Tour de Froome a seguito della netta affermazione del fuoriclasse britannico del Team Sky, lascia agli appassionati e agli esperti di ciclismo materiale a profusione per riflettere e discutere sugli ultimi sviluppi presi dalla più importante corsa del panorama internazionale e, in generale, dal ciclismo moderno. L’edizione 2016 della Grande Boucle si consegna agli almanacchi come un Tour che ha visto l’estensione del dominio della formazione britannica, vincitrice in quattro occasioni a partire dal trionfo di Bradley Wiggins del 2012, in conseguenza al completo controllo esercitato dagli uomini Sky sul gruppo dei principali avversari di Froome nel corso di tutte le tappe più difficili svoltesi ai diversi capi della Francia. Meno dominante, meno meccanico in salita, circondato da un’aura di affetto nazionalpopolare dopo la disavventura occorsagli sul Ventoux e la seguente, stoica corsa in altura sul “Monte Calvo”, il campione nativo del Kenya ha saputo piazzare colpi ben precisi nelle due prove a cronometro e nella discesa di Bagnéres de Luchon, mostrando una superiorità incontrastabile ma, al tempo stesso benevola, quasi paternalistica, nei confronti degli avversari tenuti a bada dalle andature asfissianti imposte, nelle fasi topiche delle frazioni più dure, dai suoi luogotenenti, primo fra tutti l’inossidabile Wouter Poels. Molti commentatori hanno sottolineato l’assenza di spettacolo, la scarsa grinta dimostrata dai rivali di Froome: l’appunto non è per niente ingiustificato, in particolare in riferimento a Nairo Quintana, nuovamente sul podio finale di Parigi dopo un Tour in ogni caso insoddisfacente a livello generale per quello che era ritenuto il principale avversario di Froome e, al contrario, ha saputo distinguersi semplicemente per un simbolico, vano e microscopico allungo sul traguardo della ventesima tappa a Morzine. Tuttavia, è bene mettersi nell’ottica degli avversari di Froome e considerare le oggettive difficoltà riscontrabili nel tentativo di contrastare un’egemonia ferrea, frutto di una regolare, scientifica e ben ponderata alternanza tra gregari e luogotenenti finalizzata al totale controllo sugli sviluppi della corsa. In questo Tour 2016, i tentativi di scalfire l’egemonia degli uomini in nero sono stati condotti principalmente dall’Astana di Fabio Aru, che cercando di tagliare l’agognato traguardo del podio finale di Parigi alla prima apparizione alla Grande Boucle ha più volte messo i suoi principali scudieri, in primis Vincenzo Nibali, davanti a tutti in salita per fare il ritmo, ma ha pagato amaramente i suoi sforzi. Dopo un Tour di spessore, impreziosito dal terzo posto nella cronoscalata di Megéve e da una costante ricerca del guizzo, dello spunto giusto, del varco nel reticolato deposto dagli Sky, Aru ha vista la sua corsa spezzata dalla dura legge del Col di Jeux Plane. Dopo aver spezzato il tentativo coraggioso di Marco Pantani nel 2000, che dopo aver sconfitto due volte Lance Armstrong in salita tentò di ribaltare il Tour in un’azione che si concluse con la crisi del Pirata sulle sue strade, e dopo aver assistito all’impresa farsesca di Floyd Landis, vincitore nel 2006 di un Tour presto revocatogli per la positività a un controllo anti-doping, la montagna dell’Alta Savoia ha punito ingenerosamente il “Cavaliere dei Quattro Mori”, imponendogli un durissimo tributo per mezzo del ritardo di 15 minuti accumulato da Aru dagli altri uomini di classifica nel corso della sua ascesa. Si è parlato di “luce spenta”, si è parlato di crisi di fame, si è parlato di mille altre cose, ma il fatto nudo, crudo, incontrovertibile è rappresentato dal tracollo di Aru dal sesto al tredicesimo posto al termine della tappa che avrebbe potuto proiettarlo sul podio di Parigi. Fabio Aru potrebbe apparire come lo sconfitto del Tour 2016, ma lo sforzo continuo e l’orgoglio da lui messi in campo nel corso dell’intera Grande Boucle non possono che fargli onore, mentre l’audace scommessa da lui messa in campo, e persa, rappresenta la volontà di non arrendersi a una posizione di rincalzo, di puntare al bersaglio grosso e la migliore risposta ai critici che non vogliono leggere tra le diverse sfumature del Tour 2016, archiviandolo come regno della noia senza aver prima gettato uno sguardo oltre gli ordini di arrivo, sino alle reali ambizioni dei corridori coinvolti nella corsa.

Alle spalle di Froome, decisamente più attivo e propositivo di Nairo Quintana, si è piazzato il sorprendente Romain Bardet, che a distanza di sole due stagioni ha riportato la Francia sul podio di Parigi nonostante il flop dell’idolo di casa Thibaut Pinot e si candida a un ruolo di assoluto protagonista del ciclismo mondiale nelle stagioni a venire. La seconda posizione di Bardet è derivata principalmente dal successo nella diciannovesima tappa, conquistato grazie all’azione probabilmente più spettacolare dell’intero Tour, un coraggioso attacco in discesa a dieci chilometri dall’arrivo sulle strade del Monte Bianco alla quale è paragonabile, tra le prove di forza della Grande Boucle 2016, solo il colpo da maestro di Froome all’ottava tappa, sulla discesa del Peyersourde.

Merita una menzione pari a quella dedicata a Froome un solo altro uomo nel gruppo, il campione del mondo slovacco Peter Sagan, il quale ha saputo onorare in maniera fenomenale la maglia iridata da lui portata ai nastri di partenza del Tour ottenendo tre successi di tappa, indossando tre giorni la maglia gialla e conquistando per la quinta volta consecutiva la maglia verde di leader della classifica a punti dopo essersi distinto per combattività, tenacia, inventiva e costanza lungo tutte le tappe del Tour, da Le Mont-Saint-Michel a Parigi. Egli ha saputo sdoganarsi completamente dopo che i gradi di capitano della Tinkoff erano passati sulle sue spalle a seguito dello sfortunato ritiro di Alberto Contador, nuovamente in difficoltà sulle strade francesi e grande assente sulle montagne decisive della sua corsa che sicuramente avrebbe affrontato con spirito ben diverso dall’attendismo che ha contraddistinto alcuni uomini di classifica. Tra i cacciatori di tappe, encomi speciali sono da dedicare anche allo straordinario Mark Cavendish vistosi prima del suo ritiro tattico finalizzato a ottimizzare la preparazione per le prove in pista dei Giochi di Rio e a un Marcel Kittel e all’istrionico colombiano Jarlinson Pantano, vincitore della tappa di montagna di Culoz ed espostosi continuamente ogniqualvolta asperità o discese tecniche hanno contribuito a rendere la corsa più dura.

Il quadro complessivo del Tour 2016 delinea una corsa decisamente livellata verso l’alto per quanto concerne il talento dei partecipanti, apprezzabile anche dalla semplice lettura dei vincitori delle 21 tappe; l’incremento della competitività non si riflette per forza in un incremento dello spettacolo, e il dispiegarsi della corsa ha dato conferma di questo principio. Tuttavia, la definizione di “Tour della noia” attribuita alla Grande Boucle da alcuni eminenti giornali sportivi nostrani non rende di certo giustizia al profondo crogiolo di intuizioni tattiche, tecniche e sportive che è stato questo Tour, i cui organizzatori hanno in ultima istanza saputo correggere anche alcune disfunzioni organizzative manifestatesi principalmente durante il finale della tappa del Mont Ventoux, ove è occorso lo spiacevole e ben noto incidente a Chris Froome, rimasto appiedato dopo aver tamponato una moto inchiodata dall’esuberanza eccessiva del pubblico. Alla maggior spettacolarità del Giro 2016, il Tour ha contrapposto un ordine interno decisamente superiore, riflesso non solo della presenza di una squadra palesemente dominante ma anche di una diversa filosofia interpretativa posta in essere dalle squadre. Lungi dallo scalfire il nome, il prestigio e la grandezza del Tour, l’edizione 2016 ne ha data una nuova, importante conferma; la difficile situazione vissuta dalla Francia in questi ultimi mesi ha affidato al Tour, nei giorni degli sconvolgenti attentati di Nizza, il ruolo determinante di simbolo, collante e rappresentante dell’unità francese, nonché di portavoce di speranza e ottimismo, come si può evincere dalle migliaia di cartelli esposti e di scritte disegnate sulle strade dal popolo del ciclismo francese invitanti a non arrendersi, a non cedere alla paura, al terrore e alla psicosi. Questa funzione romantica assunta dal Tour gli è stata, nella giornata conclusiva di domenica, riconosciuta apertamente dalle decine di migliaia di spettatori che, applaudendo il discorso di incoronazione di un Chris Froome commosso, a Parigi non cessavano mai di accompagnare a “Vive le Tour! dei calorosi, sinceri e sentiti “Vive le France!”.

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