Erano gli anni ’90 e i suoi occhi luccicanti ed estasiati illuminavano lo stadio. Gli occhi di chi, per arrivare fino a lì, ha preso a calci il destino. Erano le notti magiche. Erano gli anni delle prodezze e dei gol di Totò Schillaci. Totò-gol. Capocannoniere dei Mondiali, miglior giocatore della competizione, secondo nella classifica del Pallone d’oro dietro Lothar Matthäus, pallone d’oro Adidas e scarpa d’oro Adidas. Un passato nel club della Juventus, una breve avventura nell’Inter e poi la svolta in Giappone, nelle file dello Júbilo Iwata, diventando, così, il primo calciatore italiano a militare nel campionato giapponese. Un passato che gli vale la storia. Un presente fatto di riconoscimenti. Perché Totò Schillaci è il simbolo del bel calcio. Con quella umiltà e mancanza di spocchia che lo caratterizza. Con quella voglia di stare in mezzo alla gente e raccontare le sue prodezze. E oggi, a cinquant’anni compiuti, Schillaci decide di raccontarsi e lo fa senza pudore in una autobiografia: “Il gol è tutto”. Un romanzo sulla sua vita, un libro per spiegare che non è solo calcio. «Volevo raccontare la mia vita, quella vera. E volevo far capire cosa c’era dietro a un campione». E mentre del campione rimangono i trofei, i gol, le braccia alzate e gli occhi spalancati, dell’uomo rimangono le gesta. E la dimensione umana prende il sopravvento regalando uno Schillaci che è grandezza a dimensione umana, semplicità e tanta voglia di riscatto per una terra che spesso condanna i suoi figli. «Io sono di Palermo, sì, ma non sono un malavitoso». E l’uomo che con i suoi gol ha scritto la storia del calcio e che è l’emblema della bella Sicilia, si racconta così, tutto d’un fiato, in questa intervista.

Da dove è nata l’idea di scrivere una autobiografia?

«E’ un progetto che è iniziato un anno fa insieme a Piemme e Mondadori. Lo scrittore è Andrea Mercurio. Ci siamo incontrati e così abbiamo iniziato questa avventura. Ho raccontato, in pratica, tutta la mia vita. Il libro è molto costruttivo, parla di tantissime cose, non solo di calcio. E’ un libro completo che affronta diversi temi importanti, come il razzismo. Ha già venduto più di 7 mila copie e sono orgoglioso di questo. Il mio desiderio è che il libro venga letto soprattutto dai ragazzi. Ed è anche molto importante per chi vuole intraprendere la professione di calciatore perché fa comprendere soprattutto quello che c’è dietro, ovvero i sacrifici che si fanno».

E vero che il pallone ti ha salvato la vita?

«E’ verissimo. La mia infanzia è stata particolare, vivevo in un quartiere molto povero. Ci sono persone che hanno intrapreso una strada ben diversa dalla mia. Fortunatamente il mio sogno è sempre stato uno solo: diventare un calciatore. Così ho intrapreso questa strada e creduto fortemente nel mio sogno. Il calcio mi ha allontanato dalle cattive amicizie. E oggi posso dirti che dietro a tutto questo successo c’è un cammino in salita pieno di difficoltà che ho superato tutto con grande serietà».

Mi viene da pensare alle notti magiche di quel meraviglioso Mondiale ‘90. Me lo racconti?

«In effetti sembra quasi una fiaba. Sin da piccolo avevo il sogno di diventare un calciatore. Un po’ come tutti i bambini del resto. Così mi sono impegnato molto per riuscire ad arrivare ad una squadra in cui giocare che militasse in serie A o in B. Alla fine sono addirittura arrivato alla Nazionale e ho ottenuto risultati diversi, ben lontani dalle mie aspettative. Tutto questo con umiltà e semplicità. Ogni volta che mi è stata data una occasione ho sempre cercato di sfruttarla al massimo. Ci sono riuscito e i Mondiali sono stati un’esperienza straordinaria che mi ha consacrato nella storia conferendomi il titolo di capocannoniere, miglior giocatore, secondo pallone al mondo e scarpa d’oro. Tutti obiettivi che nemmeno mi ero prefissato».

E poi c’è un secondo Schillaci: Totò San. Mi parli della tua esperienza in Giappone?

«È stata davvero una bella esperienza, per certi versi forte. Ho voluto fare questa provare a giocare lontano dall’Italia. Sono stato il primo calciatore italiano ad andare all’estero. E posso dirti che alla fine sono contento perché è stata un’ottima esperienza. Ancora oggi, infatti, collaboro con i Giapponesi. Trovo che siano persone molte educate, con un grande rispetto verso il prossimo. Ho avuto questa fortuna di andarci anni fa e ci ritorno spesso».

A Caltagirone sei stato lo “special guest” della serata inaugurale del primo Juventus Club intitolato a “Gianluigi Buffon”. C’erano centinaia di persone solo per te. Ti aspettavi un’accoglienza così calorosa?

«Sinceramente non mi aspettavo assolutamente un’accoglienza così calorosa. E’ stato bellissimo. C’era davvero tantissima gente, sia adulti che bambini. E’ stato un onore e privilegio, ma soprattutto una vera e propria festa in una città bellissima».

Perché hai fondato un centro sportivo a Palermo?

«Ho creato il centro sportivo per ragazzi “Louis Ribolla”, a Palermo, che gestisco da anni, sia per hobby che per aiutare i bambini dei quartieri, per farli crescere aiutandoli a socializzare che è una cosa fondamentale».

Hai anche prestato spesso la tua immagine alla tv. Quanto è stato difficile passare dall’essere calciatore ad essere un personaggio dello spettacolo?

«Guarda, riconosco che è stato davvero difficile, hai ragione. Ad un certo punto della mia vita, spenti i riflettori sportivi, mi ero chiuso dentro e non volevo fare più niente perché fondamentalmente ho un carattere molto timido. Poi un bel giorno, mi sono guardato allo specchio e ho capito che uno come me, che ha fatto qualcosa nella vita, che ha anche scritto un po’ di storia di calcio, non doveva chiudersi dentro. Da lì è iniziata la mia avventura nel mondo dello spettacolo. Ho fatto un po’ di tv: dai reality a qualche film, alla fiction “Squadra antimafia”. Fare televisione mi diverte e mi dà l’opportunità di stare soprattutto in mezzo alla gente, visitando spesso posti che riuscivo a vedere solo da calciatore».

Così riservato, com’è vedere la tua vita privata spiattellata sui giornali e nei salotti televisivi?

«Diplomaticamente ti dico che fa parte del personaggio. Bisogna anche imparare ad accettare le critiche e quello che ne segue. Io credo di essere stato molto corretto a livello professionale, il resto fa semplicemente parte del personaggio. Forse anche per questo ho voluto raccontare la mia vita in un libro, per spiegare alla gente che non sono solo calcio e amori. Volevo raccontare la mia vita, quella vera. E volevo far capire cosa c’era dietro a un campione».

Con chi, fra i tuoi compagni di squadra dei Mondiali ’90, sei più rimasto in contatto?

«Un po’ con tutti, soprattutto con Stefano Tacconi e Moreno Torricelli. Giriamo spesso con la Juve, con la nazionale, con l’associazione. Spesso ci incontriamo e facciamo una sorta di re union. È un modo per rivederci e stare insieme facendo contenti i tifosi».

Perché è finito il tuo rapporto con la Juventus?

«È finito perché, come tutte le cose le cose belle, finiscono. Però posso dirti che è stato un ciclo importante durato tre anni. Poi la società ha deciso di cedermi. Sono stati tre anni straordinari in cui ho vinto moltissimo e questo mi ha permesso di arrivare in Nazionale. Comunque resto un tifoso della Juve, del resto lo sono da quando ero bambino. Il mio cuore è sempre stato bianconero».

In Sicilia il calcio professionistico è ancora una realtà molto difficile. Quanto è difficile raggiungere certi livelli per un siciliano?

«Da Siciliano non è assolutamente facile raggiungere certi livelli, soprattutto se parliamo di vent’anni fa. Noto che oggi è cambiato un po’ tutto e i sacrifici che si facevano una volta oggi non si fanno più».

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