Pagnozzi for president.

La Lega Pro fa per me

L’imprimatur auto-referenziale con cui Raffaele Pagnozzi, per gli amici Lello, avellinese di nascita, frascatano di adozione, romano per necessità, è entrato nel mondo del calcio ovvero: “Mi candido con umiltà e con puro spirito di servizio” ricorda molto l’obsoleto refrain: “Non lo fo per piacere mio ma lo fo per…”.

Nato e coltivato all’ombra di Carraro prima e di Petrucci poi, l’ex segretario del Coni, non ha ancora digerito il malaugurato putsch con cui Malagò gli ha sottratto la presidenza del Coni, partendo da una posizione di netto sfavore, se non altro per il fatto di essere già inserito nella cabina di comando dell’ente, nella virtuale stanza dei bottoni. Si è candidato quasi in extremis alla presidenza della Lega Pro, orfano di quel padre molto ingombrante che è stato Mario Macalli, dichiarando l’assenza di ambizioni personali. Pallido paludamento perché ha una gran voglia di rientrare nel giro che conta e dunque l’avvertenza iniziale (“Gli amici me l’hanno chiesto..”) appare puerile perché sostanzialmente di quel mondo para-professionistico del calcio Pagnozzi poco o nulla sa.

Ma l’input dei poteri forti improvvisamente gli conferisce la nomea di favorito rispetto a Gravina (che da due anni lavora a questa causa e pare l’eterno bocciato) e a Marcheschi che ha meno chance di un outsider. Come convalida la propria candidatura Pagnozzi?

Ascoltate un po’: “Voglio rafforzare le regole del gioco, introdurre armonia e unità di intenti. Voglio sfruttare tutti i canali possibili per aumentare i ricavi dei club e proporre un’azione di lobbying per recuperare quanto più possibile del finanziamento Coni; sbloccare i contributi di 8,5 milioni destinati per legge alla Lega Pro, oggi accantonati nel bilancio dell’ente sportivo; superare l’impasse legislativa sui diritti tv; modificare gli attuali format eliminatori di Coppa Italia, dando una nuova immagine alla Lega, trovando uno spazio nel mercato dello sport marketing, innescando un processo di evoluzione  in entertainment company e sviluppando progetti come produttore di contenuti esclusivi per i media”.

Se i presidenti di Lega supereranno la difficoltà lessicale dell’entertainment company, chi potrà negare il proprio voto a un così ambizioso dirigente sportivo? Un telegramma a 54 presidenti e l’invio di queste succose proposte come biglietto da visita. Il “libro dei sogni” però ha il difetto che potrebbe anche essere stato scritto anche da Gravina e da Marcheschi. La narrazione renziana ha fatto strada.

Prima promesse, poi vedremo le solide realtà. In concreto Pagnozzi va oltre e promette di avere nella propria tasca un’emittente che trasmetterebbe almeno dieci partite a settimana rispetto all’unica televedibile su Rai Sport. Così non abbiamo dubbi che Pagnozzi vincerà battendo quella che lui considera una risibile concorrenza, ritrovando così un posto al tavolo dei grandi dirigenti.

Che diamine, a 67 anni, vuole considerarsi tutt’altro che un pensionato in una nazione in cui giudici pretendono di rimanere in sella oltre i 75. E se sa poco di Juve Stabia e di Alessandria, un corso accelerato, un segretario tuttofare, un pizzico di buona volontà, faranno il miracolo. L’Italia non è un paese di miracoli e di miracolati?

FOTO: www.dagospia.com

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