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Tor di Valle: il vincolo di Italia Nostra, l’urgenza e quelle straordinarie coincidenze

Simone Nastasi

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La procedura di vincolo aperta dalla Sopraintendente ai Beni Archeologici del Comune Margherita Eichberg, che potrebbe definitivamente bloccare il progetto per la costruzione del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle, non è nata per caso. Ma in seguito ad una richiesta ufficiale inviata per lettera dall’associazione ambientalista Italia Nostra. La stessa della quale è stato membro del comitato esecutivo anche l’ex assessore all’Urbanistica Paolo Berdini. Il quale non a caso, fino a quando è rimasto in carica, è risultato il più strenuo oppositore del progetto per lo stadio di Tor di Valle. E adesso dopo l’uscita di Berdini, “dimissionato” in seguito alle polemiche con la sindaca Virginia Raggi, ci sta pensando Italia Nostra a portare avanti la crociata anti stadio. Facendo arrivare proprio sul tavolo di Margherita Eichberg (sorella di un dirigente della Polisportiva Lazio) una richiesta ufficiale per l’apposizione di un vincolo archeologico sull’Ippodromo di Tor di Valle. Un vincolo che come si legge nel documento ufficiale spedito dalla onlus, sarebbe da apporre “con somma urgenza”. Perché, come si legge sempre nella lettera, ci sarebbe da preservare sia “la rilevanza archeologica delle tribune” che “la pensilina” dell’ippodromo progettato nel 1959 dall’architetto LaFuente. Tribune, che come si legge sempre nella lettera di Italia Nostra, devono essere considerate “opere architettoniche di raffinata concezione”. Le quali, se al contrario fossero abbattute, aprirebbero un “vulnus per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio artistico nella storia dell’architettura contemporanea”. Nonostante nel 2014, in sede di studio di fattibilità, la Direzione Generale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio, “assunti i pareri endoprocedimentali della Sopraintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma e della Sopraintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per il Comune di Roma” espresse “parere di massima favorevole allo studio di fattibilità”. E l’unico parere preclusivo, come ha scritto anche l’ex Assessore all’Urbanistica Giovanni Caudo sul suo profilo facebook, fu depositato da Roma Natura in merito allo svincolo con l’autostrada Roma-Fiumicino considerato “non compatibile con quanto previsto dal Piano della Riserva Naturale del “Parco dei Massimi”.

Parere che il Dipartimento urbanistica dell’assessorato allora diretto da Caudo, dopo aver interrotto l’esame del progetto, comunicò alla società proponente Eurnova Srl che “il 18 agosto del 2014 depositò l’integrazione allo studio con una nuova collocazione dello svincolo esterno alla Tenuta dei Massimi”. Poi, aggiunge Caudo, “non ci fu nessun altro parere negativo”. Concludendo che “se le ragioni addotte oggi per la procedura di vincolo fossero state poste allora sarebbero state prese in considerazione come il parere di Roma Natura”. Tra queste oggi, ci sarebbe  proprio la “valorizzazione del patrimonio artistico” che l’Ippodromo progettato da Lafuente rappresenterebbe. Una valorizzazione che al momento sarebbe solo nelle carte della Sopraintendenza visto lo stato di totale abbandono in cui versa da anni la struttura come d’altronde l’intera area di Tor di Valle. Se la Eichberg si è affrettata a dichiarare in un’intervista al Messaggero che “non ci siamo svegliati oggi” e che il “vincolo c’era già”, la mossa della Sopraintendenza è sembrato essere un tentativo estremo per cercare di bloccare definitivamente il progetto.

Esito che non sarebbe gradito soltanto agli ambientalisti di Italia Nostra ma anche ai grandi costruttori esclusi dal progetto. Su tutti, ci sarebbe proprio Francesco Gaetano Caltagirone, celebre costruttore ed editore del quotidiano Il Messaggero, che non a caso tra gli organi di stampa, è quello che si è sempre mostrato più critico nei confronti del progetto. Il quale, lo stesso Caltagirone, avrebbe voluto trasferire sui terreni di Tor Vergata, dove possiede le concessioni. Ma l’interessante è che nel 2008, come riporta il sito www.abitarearomanet, proprio al costruttore Francesco Gaetano Caltagirone venne conferito da Italia Nostra il titolo di socio onorario per “essersi battuto per il rispetto del piano regolatore emanato nel 2008” (conferimento smentito, nelle ultime ore, dalla stessa associazione). Contro il sistema delle “varianti urbanistiche”. Le quali, nonostante siano assolutamente consentite dalla legge, consentono di costruire in deroga al piano regolatore quando ad un progetto è riconosciuta la pubblica utilità. Come nel caso dello stadio della Roma che per essere realizzato avrebbe quindi bisogno che il Consiglio Comunale, oggi a maggioranza pentastellata, approvasse la necessaria variante al Piano Regolatore. Variante, contro la quale si è sempre battuto l’ex assessore Paolo Berdini. Che fino al 2008 è stato un esponente dell’associazione Italia Nostra, la stessa che oggi ha richiesto alla Sopraintendenza l’apposizione del vincolo. La stessa in cui il costruttore Francesco Gaetano Caltagirone ricopre la carica di socio onorario. Ma queste, fino a prova contraria, non possono essere considerate diversamente da quello che sono: soltanto delle straordinarie coincidenze.

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22 Commenti

22 Comments

  1. cicci

    febbraio 21, 2017 at 2:03 pm

    che il governo voglia apporre un vincolo per proteggere una zona di discarica e degrado è nella cifra del governo….cosa ci potevamo aspettare di diverso? proteggono ciò che hanno di più caro: lo schifo e la monnezza.

  2. Libero

    febbraio 21, 2017 at 3:14 pm

    Ai miei occhi profani sembrerebbe effettivamente che la Sopraintendenza sia intervenuta in maniera un pò pretestuosa. Tuttavia, detto ciò, scorrendosi il progetto di Tor di Valle su http://www.regione.lazio.it/rl/trasparenzastadio/, anche senza essere esperti, sembra incongua anche la pubblica utilità concessa da Marino, Caudo & Co. Mi chiedo se, senza l’inserimento dello stadio (tanto rappresenta una quota minoritaria), il progetto Tor di Valle avrebbe mai potuto ricevere la pubblica utilità dal Comune di Roma. Poi ci sarebbero da discutere i lavori a compensazione che sembrano tali da non poter essere dati ai proponenti senza gara d’appalto.

    • Pegaso

      febbraio 24, 2017 at 5:44 pm

      La Roma investirà complessivamente un miliardo e mezzo di euro, impegnandosi a fornire alla città, a sue spese, opere pubbliche per 450 milioni di euro, come il nuovo quartiere degli affari, il prolungamento della metro B, la riqualificazione della stazione di Tor di Valle, il nuovo parco fluviale di 63 ettari (approssimativamente le dimensioni di Villa Borghese) con la piantagione di 9mila alberi e l’installazione di 11 chilometri di piste ciclabili, il ponte pedonale sul Tevere per collegare la stazione della Magliana con il parco fluviale, la costruzione del nuovo svincolo sulla Roma-Fiumicino, la riunificazione della via Ostiense e della via del Mare, e la messa in sicurezza idrogeologica della zona. Sono opere pubbliche che verranno realizzate con soldi di privati, quindi che c’entrano le gare di appalto?

  3. Leonard

    febbraio 21, 2017 at 4:54 pm

    Cavallari, palazzinari, magliari, padellari, ovvero c…zari. L’unica vera vergogna, nei tempi e nei modi, è stata la dichiarazione di pubblica utilità per un’opera che, apparte lo stadio, è costituita da uffici, grattacieli ed attività commerciali estranei ai bisogni ed alle esigenze della città: quella delibera ha la stessa valenza morale della mozione Ruby del ns Parlamento.
    Quanto a Caltagirone, ricordi Lei ed i padellari che costui è azionista di Unicredit, quell’altro ne è debitore per 5-600 milioni….

  4. Horus

    febbraio 21, 2017 at 5:11 pm

    E finalmente qualcuno ha fatto il nome magico, che, guarda caso, è anche socio onorario di Italia Nostra (per dire quanto può essere credibile quest’associazione).

    In questa vicenda l’ambientalismo non c’entra niente, è solo la sintesi perfetta delle ragioni che hanno reso l’Italia uno dei paesi più corrotti al mondo.

  5. EUGENIO

    febbraio 21, 2017 at 6:35 pm

    Se il progetto dello stadio fosse stato dato a caltagirone padrone di Roma, lo stadio già sarebbe stato fatto. Come mai intorno alla fiera di Roma sulla portuense è stato compiuto uno scempio della famosa campagna romana con centinaia e centinaia di parcheggi abbandonati e ora preda dell’erba che ci sta crescendo tutto intorno, allora nessuno si fece avanti per fermare quella grande pappata. La portuense è stata spezzettata e nessuno ha difeso da quella barbarie e chi ha speculato sui centri commerciali e sulla nuova fiera di Roma. I romani dovrebbero andare tutti ha vedere quello che certi poteri forti hanno fatto della famosa campagna romana, adesso sono diventati tutti della legambiene, vergogna. RUBA/RUBA e MAGNA/MAGNA

    • Franz

      febbraio 22, 2017 at 9:18 am

      Giusto. Tralasciando il piccolo particolare che la Fiera di Roma, costruita nel deserto solo 10 anni fa, oggi è in gran parte inagibile perchè i padiglioni stanno sprofondando…

  6. IgnoranzaEcologicaItaliana

    febbraio 21, 2017 at 9:40 pm

    Non ce la faccio più a leggere articoli e/o commenti che, in maniera velata o meno, sanciscano delle zone e superifci incolte e non utilizzate (ovvero zone da cui NON si trae profitto economico) come “abbandonate” e “degradate”. Queste restano comunque delle aree potenzialmente idonee ad di utilità pubblica (aree verdi pubbliche realizzate con criteri ecologicamente validi, riserve naturali integrali o fruibili, aree di produzione agricola con occhio alla sostenibilità etc.) difficilmente comprensibile dall’italiano medio che quando ha cultura è esclusivamente a sfondo umanista e antropocentrico (dimenticandosi che l’uomo è indissolubilmente legato alle dinamiche ed un equilibrio ecologico).
    Se poi i cittadini le rendano pseudo-discariche o affini è un problema secondario, la cui soluzione NON è la cementificazione (uno dei problemi più GRAVI del territorio italiano).
    Dal punto di vista dell’edificazione e della costruzione infrastrutturale pubblica o edilizia privata in Italia è l’ora di RIQUALIFICARE, RIVITALIZZARE E AMMODERNARE le migliaia di km quadrati di suolo cementificato e le strutture preesistenti molto spesso in stato di abbandono, malfunzionamento o che esigono adeguamento. L’ulteriore cementificazione ed edificazione di suolo in questo paese non ha più ragion d’essere se non quello speculativo nella quasi totalità dei casi.
    Tor di Valle è una pseudo-discarica? La soluzione per il comune di Roma non sono tonnellate di cemento!

  7. Amedeo

    febbraio 22, 2017 at 2:17 am

    Pur di gettare fango sull’operato dei 5stelle non ci si ferma di fronte a niente….perchè questo vincolo esce fuori adesso quando sono anni che si porta avanti il progetto? Semplice: perchè è falso. Non mi sembra che a torino per lo juventus stadium si sia mosso il ministero o le associazioni ambientali quando hanno edificato milioni di metri cubi, inclusi ristoranti negozi parcheggi e molto altro….già, li al governo c’era il pd

  8. giovanni

    febbraio 22, 2017 at 8:48 am

    Quello stadio non s’ha datare, né ora né mai.

  9. fernando sagrillo

    febbraio 22, 2017 at 9:29 am

    La legge sugli stadi prevede che, autorizzata la costruzione di uno stadio, il Comune dovrebbe provvedere alla completa urbanizzazione della zona, strade, mezzi di trasporto, ecc. Nel caso del Comune di Roma, alla richiesta di costruire lo Stadio, fu risposto chiaramente che il Comune non aveva soldi per l’urbanizzazione. Pallotta disse che avrebbe fatto tutto lui in cambio di costruzioni per rientrare delle spese. Il Comune ha accettato la proposta dichiarando la pubblica utilita’. Caltagirone rosica per non essere partecipe del progetto e cerca di ostacolarne con lo splendido Berdini ed altri enti la costruzione. La maggioranza dei romani spera vivamente nella costruzione dello Stadio e riqualificazione della zona.

  10. fernando Sagrillo

    febbraio 22, 2017 at 9:58 am

    Caltagirone e’ proprio sfortunato; nella zona che doveva essere interessata ai Mondiali di Nuoto non ha potuto fare nulla, poi ha sperato nel Villaggio Olimpico per le Olimpiadi del 2024, annullate; ultimamente sperava nello Stadio della Roma, ma nulla di nulla. Allora cosa fa? Martellamento giornaliero sul Messaggero sulla Giunta Raggi, sullo Stadio. Speriamo senza successo. Abituato come era ad essere “accontentato” in tutto deve rosicare in un modo enorme.

  11. giuseppe zucca

    febbraio 22, 2017 at 10:05 am

    La cosa più importante che , lasciati fuori dall’appalto i palazzinari che lavorano per i politici, si siano mossi per bloccare tutto. Dalle foto si vede chiaramente che i fabbricati presenti in loco sono delle rovine che poco hanno da invidiare alla situazione di Amatrice. pertanto, l’Italia degli amici di merenda, vogliono avere la situazione nelle loro mani, questa, purtroppo è l’ITALIA, comandano i ladri !!!

  12. Ciccio er grasso

    febbraio 22, 2017 at 10:15 am

    Avendolo visto ultimamente il posto devo dire che e’ proprio bello. Io lo lascerei cosi’ come e’ e usarlo con scopi turistici. In fondo anche in Germania e Polonia utilizzano i vecchi campi di concentramento per i visitatori. E che noi siamo inferiori a loro ?

  13. gianluca zampieri

    febbraio 22, 2017 at 10:53 am

    Articolo lucidissimo , degno di questo importante giornale in contrasto con l’eccessivo spazio dato a blogger spesso superficiali e disinformati. Roma è un immondezzaio a cielo aperto che oscurantisti e palazzinari delusi vorrebbero perpetrare all’infinito. Lo Stadio è una grandissima occasione per rilanciare la Capitale verso un ruolo degno del suo grande passato!!!

  14. originale

    febbraio 22, 2017 at 10:55 am

    …..si legge nell’articolo….”Ma l’interessante è che nel 2008, come riporta il sito http://www.abitarearomanet, proprio al costruttore Francesco Gaetano Caltagirone venne conferito da Italia Nostra il titolo di socio onorario per “essersi battuto per il rispetto del piano regolatore emanato nel 2008”. Contro il sistema delle “varianti urbanistiche”. ……FAKE NEWS smentita direttamente da Italia Nostra…..perché non andate a fondo e verificate le notizie……anche il FATTO stile il Tempo… no vi prego….
    se ne accorto persino Rizzo sul Corriere.

    • enrico

      febbraio 22, 2017 at 11:36 am

      Signor Originale, oltre al fatto che sul sito di Italia Nostra non vi è traccia di smentite ufficiali ma una risposta si trova solo sulla Notizia, è bene sottolineare che “la nota aveva un contenuto provocatorio” riferendosi alle varianti di Veltroni condannate dal Messaggero. Quindi esiste ed esisteva e solo oggi casualmente viene evidenziato il tono di suddetta nota. Aspettiamo con ansia che Italia Nostra possa fare comunicazione ufficiale sulla non esistenza di tale nota..se così non fosse, credo che il vero Fake sia lei che si lascia abbindolare da rettifiche dell’ultima ora

  15. originale

    febbraio 22, 2017 at 12:25 pm

    …. Sig. Enrico…..dal Corriere della sera del 22/02/17 a firma Sergio Rizzo….”Se qualche giornale pubblicasse la notizia che Dracula è socio onorario dell’Avis, nessuno lo prenderebbe sul serio. Normale: ci sono bufale troppo grosse per essere digerite. A meno che non finiscano sul web. La bufala che ieri scorrazzava da un social all’altro è la nomina di Francesco Gaetano Caltagirone a socio onorario di Italia Nostra. La scrive un sito che riprende un comunicato del 2008 dell’associazione. La notizia rimbalza sul web con una suggestiva dietrologia. Italia Nostra è contro lo stadio a Tor di Valle e propone invece Tor Vergata perché è del suo socio onorario Caltagirone. Non fa una grinza. Peccato che quel comunicato del 2008 di Italia Nostra fosse solo una perfida ironia nei confronti del costruttore tutt’altro che amico: altro che nomina a socio onorario Per averne conferma bastava una telefonata. Però sul web non è previsto. Perché il gioco non è che la cosa sia vera, ma che circoli e basta.Perché il gioco non è che la cosa sia vera, ma che circoli e basta. Diceva McLuhan che il medium è il messaggio “. ……Fake news? Altro che “la Notizia”….

    • enrico

      febbraio 22, 2017 at 12:38 pm

      quindi mi conferma che il comunicato esiste..e che hanno voluto sottolineare che fosse una provocazione a distanza di 9 anni..tutto in regola insomma. La cosa davvero bella lo sa qual è? che il comunicato provocatorio (quindi in teoria contro Caltagirone) sia uscito dopo che il Messaggero aveva criticato le varianti al prg (una causa sostenuta anche da Italia Nostra). Quindi non capisco: faccio una cosa che ti trova d’accordo con me (criticare le varianti) e tu (italia nostra) mi canzoni e mi fai comunicato? Sembra come la storia del marito che per fare dispetto alla moglie si taglia le palle..

  16. enrico

    febbraio 22, 2017 at 12:57 pm

    Altra cosa..ma questa è solo una mia curiosità: sto cercando tutte le battaglie di Italia Nostra contro Caltagirone (o anche Parnasi eh)
    e non le trovo.. ma le hanno mai fatte? Lei mi può aiutare?

  17. originale

    febbraio 22, 2017 at 2:09 pm

    …..dal sito di Italia Nostra: ”
    22-02-2017
    Stadio della Roma a Tor di Valle: le 4 proposte alternative di Italia Nostra e la falsa notizia sul legame con Caltagirone
    DI: italianostra
    Italia Nostra Roma che, già molti anni fa aveva proposto che nella Capitale ci fossero due stadi, per liberare il Complesso Monumentale del Foro Italico, intende dimostrare, con proposte alternative documentate il dove, come e quando uno stadio possa essere veramente di pubblica utilità, se realizzato nel luogo giusto.
    Intanto da giorni si è diffusa la notizia che Francesco Caltagirone avrebbe ricevuto dalla nostra associazione il titolo di ‘Socio onorario’. Secondo i nostri detrattori, a questo si dovrebbe la contrarietà di Italia Nostra allo stadio a Tor di Valle, motivata da non meglio precisati interessi del nostro potente socio ad honorem.
    Peccato che sia una notizia del tutto falsa, smentita dai fatti peraltro: nella sua lunga storia Italia Nostra non si è mai sottratta al confronto anche aspro con costruttori, politici, amministratori locali, senza guardare in faccia nessuno. Francesco Caltagirone non è mai stato socio di Italia Nostra. Gli articoli che girano in rete si riferiscono a una provocazione mediatica del 2008 (!) nata dall’allora Presidente di Italia Nostra sezione di Roma, Carlo Ripa di Meana che ironicamente e provocatoriamente propose di assegnare il titolo al costruttore romano che sul suo giornale, Il Messaggero, lamentava la speculazione edilizia a Roma. Tema su cui Italia Nostra è impegnata dal 1955
    LE 4 PROPOSTE ALTERNATIVE DI ITALIA NOSTRA ROMA:…
    Di seguito, le 4 aree possibili per localizzare lo stadio della Roma, presentate stamane in conferenza stampa:
    •Torre Spaccata: area adiacente viale Palmiro Togliatti, tra la via Casilina e la Tuscolana. La destinazione di Piano Regolatore è quella ad area edificabile (ex SDO) e in particolare anche destinata ad ospitare il passaggio del prolungamento (penetrazione urbana) della diramazione autostradale Roma Sud, tra il GRA e Viale Palmiro Togliatti.
    •Pietralata (comprensorio ex SDO): area di proprietà pubblica facente parte del Comprensorio SDO Pietralata, quindi con destinazione a servizi, compresa tra via dei Monti di Pietralata, via dei Monti Tiburtini, via dei Durantini e largo Sacerdotale. Già da alcuni anni è stato approvato un piano particolareggiato (progetto speciale) per l’intera area, che, nell’ipotesi di ubicare qui lo stadio della Roma, ovviamente andrebbe totalmente rielaborato. Stabilendo una diversa organizzazione dello spazio complessivo.
    •Stazione Anagnina Metro A: area compresa tra via Eudo Giulioli, via Tuscolana, la stazione “Anagnina” della Metro A e via Walter Procaccini. La destinazione di Piano Regolatore è quella a servizi ed edificazione.
    •Università Tor Vergata: area interamente compresa all’interno del territorio di pertinenza dell’Università Tor Vergata, quindi con destinazione a servizi, a brevissima distanza dalla cosiddetta “Città dello sport” di Calatrava.
    ……penso possa bastare…. arrivederci

    • enrico

      febbraio 22, 2017 at 2:44 pm

      Ecco finalmente un comunicato ufficiale sulla vicenda..ma vedo che hanno rettificato anche qui su questo sito..ad ogni modo resta curiosa l’indicazione di Tor Vergata, mettendo come motivazioni la “brevissima distanza dalla cosiddetta Città dello Sport”…quale città dello sport?

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Santiago Ascacibar, un “russo” in Germania per la rinascita dell’Argentina

Massimiliano Guerra

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Uno  dei migliori centrocampisti della scorsa stagione, una delle possibili stella della prossima Bundesliga. Di chi parliamo? Del mediano dello Stoccarda Santiago Ascacíbar. Classe 1997 nato a La Plata, Ascacibar muove i suoi primi passi nell’Estudiantes, sua squadre del cuore. Mediano dal cuore d’acciaio Ascacibar arriva poi allo Stoccarda quasi a sorpresa la scorsa estate, perché tanti club europei avevano messo gli occhi su questo giovane argentino.

 

Ascacibar è diventato così la scorsa estate il 44esimo argentino a giocare nella Bundesliga. Un bel salto nel buio per un giocatore cosi giovane, arrivare in Europa in una realtà diametralmente opposta rispetto a quella in cui ha vissuto sempre. Eppure Ascacibar si è ambientato subito diventando un perno insostituibile del centrocampo dello Stoccarda con il quale ha collezionato 29 presenze (senza mai segnare) portando la sua squadra ad un tranquilla salvezza. El Ruso, per il suo colore di capelli molto chiaro, è il classico  volante argentino, il centrocampista che deve sia impostare che difendere ed è fondamentale nelle tattiche sudamericane. Ovviamente una volta arrivato in Germania ha dovuto adattare il suo gioco alla realtà europea. Un passaggio avvenuto velocemente senza grossi traumi. Ascacibar è un giocatore giovane ma dalla maturità impressionante. Quando lo si vede in campo sembra un veterano, non un giovane ragazzo argentino sbarcato in Europa da meno di un anno. Che il Ruso fosse comunque un giocatore diverso dagli altri lo si vedeva già dai primi passi calcistici: ”Già da bambino era un fanatico dell’allenamento, ossessionato sin da piccolo nel migliorare la sua tecnica e svolgere gli allenamenti giornalieri”, parla così di lui Omar Rulli, suo allenatore nelle giovanili dell’Estudiantes  (inoltre padre di Geronimo, futuro portiere di Estudiantes e Real Sociedad) che convinse la dirigenza del club a puntare su questo ragazzino  che a 9 anni aveva già la grinta e la tenacia dei grandi campioni.

Da quel momento Ascacibar non deluse mai le aspettative e scalò mano a mano tutte le squadre giovanili fino ad arrivare alla prima squadra dove strega letteralmente l’allenatore el pincha Nelson Vivas che lo definisce “Un giovane con la testa da vecchio”. Sì perché Ascacibar non pensa solo al calcio ma mentre arriva nel calcio dei grandi riesce anche a intraprendere gli studi di antropologia all’Università. Un segno questo che fa capire come sia diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei che arrivano alle luci della ribalta. L’8 febbraio del 2016 contro il Lanus, Ascabibar fa il suo esordio tra i grandi e si conquista con grande rapidità la maglia da titolare: in tutto, sono 50 le presenze del Ruso in un anno e mezzo, senza neanche segnare un gol. Perchè segnare non è il compito del volante argentino, che è riuscito in 18 mesi a trasformarsi, da giovane delle filiales che era, in leader del centrocampo. La garra del Ruso, si fa notare sia nell’Olimpica argentina (3 presenze a Rio 2016, da giocatore tremendamente sottoetà in un torneo U23), sia nella Nazionale U20, della quale è diventato subito il capitano: nella piccola Albiceleste Ascacibar ha giocato 11 gare, segnando una rete e guidando i suoi compagni sia nel Sudamericano Sub-20 che nel  Mondiale di categoria.

Una crescita repentina che lo ha portato poi in Germania. Lo Stoccarda nella scorsa estate ha sborsato 8,5 milioni di euro per averlo, sfruttando l’indecisione dello Zenit, allora guidato da Roberto Mancini. Un affare per il club tedesco dato che ora il valore dell’argentino è praticamente raddoppiato e tutto fa pensare che nella prossima stagione possa aumentare ancora. A Stoccarda lo sperano tutti.

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Se non fosse ancora chiaro

Ettore zanca

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Bisogna essere precisi. Se si dicono le cose vanno dette con estrema chiarezza.
C’è per ora la querelle (giusto per restare in tema Francia) che i giocatori della nazionale francese che hanno vinto il mondiale siano in gran parte di origine africana.
A nulla è servito dire più volte che tutti i giocatori sono nati in Francia. Per cui sono francesi. A questo punto almeno, cerchiamo di essere dettagliati. Lo hanno vinto gli africani? No, non solo.

Hugo Lloris, portiere, ha origini catalane.
Olivier Giroud, attaccante è per parte italiano, la nonna è nata in Italia.
Alphonse Areola, portiere di riserva ha origini Filippine.
Raphael Varane è originario della Martinica.
E…udite udite, Antoine Griezmann non è francese purosangue. Il nonno, Amaro Lopes è portoghese. Ex calciatore anche lui.
Non vi basta?

Nel 1998, quando Facebook non c’era, la Francia vinse il mondiale con Zidane, origini algerine, Karembeu, Nuova Caledonia, Thuram, Guadalupa, e infine Djorkaeff. Armeno per parte di madre e russo di Calmucchia per parte di padre.
Dimenticavo. Tralasciamo i mondiali italiani vinti con gli oriundi, ovvero coloro che hanno avuto parenti in Italia ma non ci sono nati. 4 nel 1934, 1 nel 1938, altri 4 nel 1962 (dove abbiamo fatto pena) e uno determinante nel 2006.

Non parliamo di Svizzera, che conta tre kosovari e molto altro. Oppure Russia, che ha schierato un brasiliano.

Quindi le strade sono due. O non diciamo più che il mondiale lo ha vinto l’Africa, perché sono francesi e orgogliosi di esserlo, oppure, per la vis polemica che non smette mai, almeno aggiornate la cartina. Il mondiale lo hanno vinto: Africa, Catalogna, Portogallo, Filippine e anche un po’ d’Italia. E che diamine. Almeno siamo campioni del mondo grazie alla nonna di Giroud.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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