Non c’è nulla di evocativo come le parole. La capacità che alcuni termini hanno di fissare davanti ai nostri occhi cose che in quel momento non possiamo vedere è straordinaria. Alcune parole dividono, altre, invece, uniscono. Ce n’è qualcuna, poi, che si allontana totalmente dal suo significato originario, per diventare un concetto nuovo, che non si può spiegare senza il suo utilizzo.
Per capirlo, basterà attraversare il Bill Shankly Gate ed entrare ad Anfield. In quel fazzoletto verde, “famiglia” si dice “Kop”. Per quanto la storia del calcio britannico sia piena di settori con questo nome, la Kop per antonomasia resta quella del Liverpool Football Club. Ogni altra Kop ha bisogno di una specifica. Non quella sulle rive del fiume Mersey. Che poi, a ben vedere, non si chiama neanche Kop. Siamo così abituati a considerare la curva del Liverpool un’entità concreta, che rappresenta la totalità del tifo Red (e qui torna il discorso della parola che assume tutt’altro concetto), che se interpellati non siamo in grado di spiegare il perché di questo strano nome. Viene facile, naturale. Ma resta il fatto che all’anagrafe degli stadi, se ne esistesse una, la zona calda del tifo scouser si chiamerebbe Spion Kop. Nulla di offensivo, ovviamente. Spion Kop è un’altura del Sudafrica, raggiungibile solo attraverso una salita parecchio ripida, teatro di una rovinosa sconfitta dell’esercito britannico durante la Seconda Guerra Boera. L’immagine di un nutrito gruppo di soldati in posizione elevata, pronti ad avventarsi sull’ignara fanteria di Sua Maestà, resta nell’immaginario collettivo. Sarà quindi per questo che un giornalista, osservando i tifosi dell’allora Woolwich Arsenal campeggiare su una delle estremità di Manor Ground, battezza così il settore dello stadio, lanciando un trend che si espande in fretta, persino al di là della Manica. Il termine raggiunge Liverpool nel 1906 e si rivela subito particolarmente adatto, anche per la classica bellicosità dei tifosi dei Reds, a indicare il settore caldo di Anfield. Da lì nasce una leggenda, che accompagna mano nella mano la storia, le vittorie e le sconfitte del Liverpool Football Club.


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I membri della Kop vengono definiti Kopites, ma è riduttivo. Chiunque sostenga il Liverpool è di fatto parte integrante della Kop. E se, come si è detto, La Kop è una grande famiglia, di conseguenza, ride e piange, festeggia e si dispera. Proprio come ogni famiglia che si rispetti. Ride la Kop, guarda gli occhi di Bill Shankly e sa che può essere fiera di lui e dei suoi ragazzi. Siamo nel 1964 e sono passati diciassette lunghi anni dall’ultimo titolo di campioni d’Inghiterra. Ma Bill e suoi ce l’hanno fatta, sono risaliti dagli abissi della Second Division ed hanno portato a termine un’impresa. A guidarli c’è quel signore scozzese che cambia per sempre il modo di intendere il calcio a Liverpool. Nei suoi discorsi, nelle sue dichiarazioni, in ogni suo pensiero c’è l’incessante tifo dei figli e delle figle della Kop. I suoi calciatori giocano per lui e per quei tifosi, per ricambiare l’affetto incondizionato di una città. Di una parte, forse? No. No di certo. A Liverpool esistono solo due squadre: il Liverpool ed il Liverpool Riserve. E il campionato 1963/64 è simbolico da questo punto di vista, dato che i Reds strappano il trofeo proprio all’Everton. E nella famosa Boot Room, la stanza degli scarpini, Shankly ed i suoi creano dal nulla il mito del club. Cambiano i calciatori, ma resta quello spirito, quell’unione sacra tra squadra e tifoseria. Shankly lascia nel 1974, ma la placca con scritto THIS IS ANFIELD resta. Bill la fa apporre all’interno del tunnel per ricordare ai calciatori del Liverpool per chi combattono e agli ospiti che non avranno contro solamente undici avversari. Lascia Bill Shankly, ma resta per sempre. Il cancello che si apre sulla Kop porta il suo nome. Festeggia la Kop, più di ogni altra tifoseria d’Inghilterra.
 
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Liverpool non è più la città modaiola degli anni Sessanta. È una città ferita della crisi economica, in cui la disoccupazione raggiunge picchi terribili, in cui non c’è quasi nulla per essere felici. Eppure il Liverpool porta ancora gioia e senso di appartenenza. Non c’è sacrificio che il tifoso dei Reds non sia disposto a fare pur di seguire i ragazzi di Paisley e poi di Fagan. Il campionato non basta più, ora tocca all’Europa. Roma, Londra, Parigi e ancora Roma, quattro gemme per una corona, quella dell’indiscussa Regina del calcio continentale. E dietro Keegan, Dalglish e Tommy Smith c’è una marea rossa, a volte indisciplinata e un po’ troppo propensa a creare disordini, ma che è l’invidia di tutte le squadre avversarie. La Kop è il modello da imitare. Persino il vecchio CUCS giallorosso si ispira alla controparte scouser, tanto da invitare i rappresentanti della tifoseria del Liverpool ad un simbolico gemellaggio prima della finale del 1977 all’Olimpico contro il Borussia Moenchengladbach. Anni dopo ci si rincontrerà nella Città Eterna da avversari, per l’ennesimo trionfo dei Reds. Ma quella di Roma è l’ultima festa, almeno per un po’. Arriveranno altre coppe, altre gioie, ma sarà sempre tutto filtrato attraverso due momenti indelebili, immagini che feriscono ancora oggi.

La follia degli hooligan, la poca preparazione delle istituzioni, gli stadi antiquati. I presupposti ci sono purtroppo tutti affinché qualcosa di terribile accada. E accade proprio a Bruxelles, all’Heysel, pochi minuti prima del calcio d’inizio della Finale, sì, quella finale lì, la più attesa, la quinta in nove stagioni, la partita che deve cementare definitivamente la leggenda dei Reds. E invece rimarrà per sempre la finale del dolore, la partita giocata per evitare altri problemi, con i piedi sul campo ma con la testa negli ospedali e nelle camere mortuarie. Trentanove vittime. La gioia di una festa di calcio si disintegra, lasciando dietro di sè solo il silenzio della morte, del dolore e della disperazione. E quattro anni dopo si dispera la Kop, nel suo giorno più buio. Non si sono ancora spente le accuse per quel 29 maggio 1985 che di nuovo la tragedia colpisce un campo di calcio su cui è schierato il Liverpool. A Sheffield dovrebbe giocarsi la semifinale di FA Cup contro il Nottingham Forest, ma la partita dura tre minuti. Centinaia di persone si sono ammassate in uno dei tunnel dello stadio di Hillsborough nel tentativo di raggiungere il proprio settore prima del fischio di inizio. Tante persone. Troppe. Ed ecco di nuovo i corpi schiacciati, il soffocamento, il terrore negli occhi di chi si vede separato dai propri cari dal caos dei movimenti sconnessi della folla. Un gran numero di tifosi si getta al di là delle recinzioni nonostante la polizia, incapace di comprendere la tragedia che si sta sviluppando, cerchi di evitare l’invasione di campo. Finchè qualcuno finalmente si accorge che non si tratta di facinorosi in vena di creare caos, ma di persone che stanno lottando per la loro vita. Si aprono i cancelli, si sgombera il terreno di gioco, si prestano i primi soccorsi ai feriti. Ma a terra restano sagome immobili. Qualcuno, si mormora, non ce l’ha fatta. Cinque morti. Dieci. Venti. Cinquanta. Alla fine i martiri di Sheffield saranno novantasei. Tutti tifosi del Liverpool. Tutti figli della Kop. È un massacro. Il più terribile della storia del calcio britannico. Sotto quel tunnel rimangono senza vita novantasei persone, novantasei fratelli e sorelle, padri e figli. Novantasei vite spezzate che nessuno potrà mai dimenticare, men che mai la Kop. E allora che brilli la fiamma del ricordo, sullo stemma della squadra e tra i seggiolini.

Non c’è partita a Anfield in cui al minuto 89 la tifoseria non culli il ricordo dei Kopites portati via dal destino in un pomeriggio che doveva essere di festa. E ogni volta piange commossa la Kop, esattamente come piange il primo maggio 1994. Piange perché, proprio nel giorno della festa internazionale dei lavoratori, da sempre sentitissima nella proletaria Liverpool, la sua prima e storica incarnazione chiude i battenti. Il Rapporto Taylor è chiarissimo, non possono più esserci settori con posti in piedi. Non dovrà mai esserci una nuova Hillsborough. La Kop come la conosciamo non ha più un posto nel calcio di oggi. E quindi contro il Norwich City una città intera saluta quel simbolo, quel luogo di unione che sembrava dover durare in eterno, come ultimo baluardo di un calcio ormai in via in estinzione, minacciato dalle TV e dalla modernità. E piangono Ian Rush e John Barnes, Kenny Dalglish e Joe Fagan. Da qualche parte di certo piangono anche Bill Shankly e Bob Paisley. Piangono assieme a giovani e vecchi, donne e bambini, tutti promettendo, quasi minacciando, che lo spirito della Kop sopravviverà, che li metteranno seduti ma che mai li metteranno a sedere, cantando tutti assieme che il Liverpool mai e poi mai camminerà da solo.
Perché canta la Kop, ah se canta. Ieri come oggi, il ruggito indistinto della folla e le urla sconnesse della tensione calcistica lasciano sempre spazio alla musica. D’altronde siamo nella città dei Beatles. Ma quando c’è da scegliersi un inno si guarda da un’altra parte. Non è che i Fab Four non siano di Liverpool. Il problema è che non rappresentano più solo Liverpool. Sono già andati, li stanno portando via, come urla piangendo una sconsolata fan dopo l’ultima esibizione al Cavern. Se non sei Liverpool, la Kop non può farti suo. Ma se la ami, ogni porta ti si schiude. E Gerry Mardsen la ama, la vive, la respira. Il suo cuore è sulle rive della Mersey, il suo posto è quello e lì rimarrà. Questo canta in Ferry Cross The Mersey, splendido affresco di una città che forse non c’è più. Ed è quindi ovvio che sia lui, anzi, che siano i suoi Gerry & The Pacemakers, a cantare l’immortale inno della Kop. E no, non si tratta di Ferry Cross the Mersey, perché purtroppo o per fortuna in città ci sono anche quegli altri, quei ricconi vestiti di blu che si sentono superiori alla povera gente che tifa Liverpool. No, l’identità cittadina non basta. Ci vuole di più. E nonostante siano di provenienza americana, si eleggono dunque a Credo delle parole struggenti, che parlano di difficoltà, di tempesta, di oscurità. Ma che lasciano presagire tempi migliori, come se già più di cinquant’anni fa già qualcuno sapesse, fosse convinto che quella squadra, quel gruppo di uomini e quelli dei decenni a seguire erano destinati a grandi cose. E allora cammina, figlio della Kop, sfida il vento e la pioggia, combatti un destino che spesso si fa beffa dei tuoi sogni. Cammina, sempre con la speranza (ed il Liverpool) nel cuore. E non camminerai mai solo. Sarai parte di una famiglia. Per sempre. Finchè morte non vi separi. Ma anche dopo. Perchè, come diceva Bill Shankly, alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Ma si sbagliano. È molto, molto di più.
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